Temeva di essere picchiato, eppure avrebbe parlato lo stesso. Davanti ai giudici, uno dei nipoti di Marie Lebon dichiarò che avrebbe detto la verità, a qualunque costo. Il Journal du Lot riporta questa risoluzione infantile nel resoconto di un processo in cui quattro adulti cercavano di spiegare come una vecchia fosse finita bruciata dentro un camino. Gli imputati disponevano di molte parole: fatalità, sfortuna, superstizione. Il bambino, invece, aveva visto delle mani.
Marie Lebon aveva lavorato lunghi anni al servizio di un vignaiolo. Ne aveva tratto qualche risparmio, sette o ottocento franchi secondo la cronaca giudiziaria del novembre 1886. Non era una fortuna capace di mutare le sorti di un paese; bastava tuttavia a cambiare lo sguardo di una famiglia. Invecchiata, non più autosufficiente, si era trasferita presso la figlia Georgette e il genero Sylvain Thomas, al podere del Luneau, vicino a Selles-Saint-Denis. La donna che recava con sé quel denaro aveva ormai bisogno che ci si prendesse cura di lei.
Al processo, la pubblica accusa tracciò immediatamente una storia di vile interesse. I coniugi Thomas avrebbero voluto incamerare i risparmi senza dover tenere a proprio carico chi li aveva accumulati. Un tentativo di farla internare nel manicomio di Blois era fallito. Restava dunque nella casa, con i suoi bisogni, la sua debolezza e quel denaro di cui si poteva parlare attorno a lei come se avesse già smesso di appartenerle. Il giornale fece propria tale spiegazione con assoluta certezza; i difensori avrebbero opposto ad essa la forza tenace delle credenze locali.
Circolava infatti un’altra voce, di cui Marie Lebon era parimenti la vittima. La si diceva capace di gettare sortilegi. Le traversie del podere, le malattie e i rovesci della sorte assumevano così un volto comodo: quello dell’anziana parente ospitata sotto il proprio tetto. La memoria storica dei Lanturelus rammenta tale fama e il consulto della coppia presso un fattucchiere che pretendeva di sciogliere i malefici. A quanti cercavano un colpevole, costui avrebbe indicato la madre di Georgette. Un’accusa priva di prove offriva d’improvviso una risposta a ogni sciagura.
Il 29 luglio 1886, Sylvain andò a chiamare i due figli di Marie, Alexandre e Alexis Lebon. Il loro arrivo non riportò l’ordine nella casa. Stando al resoconto dell’epoca, la sorella aveva già spinto la madre verso il fuoco; i segni di quella prima violenza erano visibili. Gli uomini avrebbero potuto sottrarla ai colpi. Invece, si accese una lite attorno ai risparmi che la donna doveva possedere. Colei di cui si contendeva il denaro giaceva lì, distesa, a portata della loro voce.
Verso sera, Georgette le porse da bere. Marie rifiutò. Il giornale del 1886 sospettò il veleno, senza tuttavia poterne accertare la presenza; tale sospetto non è d’altronde necessario per intendere quanto seguì. Al rifiuto della vecchia seguì il supplizio del fuoco. I figli e il genero la trascinarono nel focolare, e lì fu tenuta ferma. Le fiamme non furono un incidente domestico: più membri della sua stessa famiglia concorsero a darle la morte.
I bambini si erano nascosti dietro il letto. Quel rifugio angusto, che li sottraeva in parte alla vista dei grandi, non impediva loro di guardare. Distinsero coloro che spingevano la nonna, colei che attizzava il fuoco, e udirono le grida affievolirsi. Il loro racconto avrebbe spazzato via la tesi della caduta accidentale dinanzi alla quale gli adulti sarebbero rimasti impietriti. Una delle linee difensive riportate dalla stampa consisteva nell’aver soltanto guardato; ma non restituiva l’innocenza a quegli sguardi, né la vita alla donna.
Quando il caso giunse dinanzi alla giustizia, il delitto non dovette essere ricostruito partendo dalle ceneri di un camino vuoto. Dei testimoni erano sopravvissuti in quella stessa stanza. Erano legati agli imputati dai vincoli più stretti, da loro dipendevano per il sostentamento, eppure dovevano descriverne i gesti. Questa dipendenza conferisce tutto il suo peso al timore di essere picchiato. Le parole del piccolo testimone non nascevano da un coraggio appreso sui libri; esprimevano il prezzo immediato che sapeva di dover pagare per non mentire.
Alla corte d’assise del Loir-et-Cher, a novembre, i quattro imputati si trovarono di nuovo insieme, come in quella casa. Ma la loro adunanza non aveva più il medesimo scopo. Non si trattava più di convincersi a vicenda che la vecchia fosse l’origine di ogni male; bisognava rispondere, ciascuno per sé, della propria condotta. La parentela, che aveva facilitato l’azione comune, non consentiva di fondere le responsabilità sotto un unico cognome.
Il pubblico ministero invocò la pena di morte per tutti e quattro. I difensori fecero leva in particolare sul radicamento della superstizione nella Sologne. Dietro tale argomento si profilava un interrogativo inquietante: fino a che punto una credenza condivisa poteva alterare il discernimento di chi uccideva? Riconoscere l’esistenza di tale credenza non imponeva di credere ai malefici. E ammettere che la paura avesse potuto armare il crimine non cancellava la materialità dei gesti compiuti per consumarlo.
Il verdetto divise le sorti degli accusati. Secondo il Journal du Lot del 25 novembre, Georgette e Sylvain Thomas furono condannati a morte, Alexandre Lebon ai lavori forzati a vita e Alexis a vent’anni della medesima pena. Ai due fratelli non fu dunque inflitta una condanna identica. La corte aveva ravvisato delle distinzioni laddove la requisitoria esigeva che quattro vite fossero recise insieme. Nelle cronache che in seguito avrebbero ridotto la vicenda a poche righe, tale differenza si sarebbe sovente cancellata; restava tuttavia, per colui la cui pena aveva un termine, l’intera misura dell’avvenire.
Il 24 gennaio 1887, i coniugi Thomas furono giustiziati sulla piazza d’Armi di Romorantin. La folla accorse per vedere morire la coppia il cui delitto era rimbalzato di giornale in giornale. Per il pubblico, quel mattino rappresentava un epilogo visibile. Per i bambini, la giustizia aveva strappato i genitori dopo che i genitori avevano ucciso la nonna. Nessuno di quei legami poteva essere ricomposto dalla regolare esecuzione di un supplizio.
In questa vicenda, la parola «strega» aveva percorso molta strada. Era passata dalla diceria al sospetto, dal sospetto alla spiegazione della sventura, e da tale spiegazione alla violenza. Al termine di questo cammino non vi erano tuttavia poteri occulti né maledizioni infrante: vi era soltanto Marie Lebon, un’anziana donna i cui risparmi e la cui debolezza non avrebbero dovuto interessare a nessuno più della sua stessa vita.
