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Giustizia e scandali · Francia (Mantes)

Il ventre e le ombre di Mantes

Mantes, 1767. Thérèse Famin, maritata Lencret, viene accusata di aver partorito in segreto dopo il ritrovamento di due neonati morti a Gassicourt. Testimonianze su lumi notturni e grida, un verbale contestato e pareri medici inconciliabili conducono a una condanna a morte, poi annullata dall'assoluzione del Parlamento di Parigi il 30 luglio 1767.

Nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1767, due neonati furono deposti davanti alla porta di una fattoria di Gassicourt, nei pressi di Mantes. Il gelo li uccise prima dell’alba. Si cercò chi li avesse abbandonati; ben presto, la voce pubblica indicò una giovane donna di Mantes il cui corpo era mutato all'improvviso. Thérèse Famin, divenuta la signora Lencret, si ritrovò accusata di aver dato alla luce dei figli in segreto e di averli fatti sparire. Il processo non dimostrò mai che quei due piccoli corpi di Gassicourt le appartenessero. Eppure, la vicenda doveva condurre dapprima a una condanna a morte, e soltanto in seguito all’assoluzione.

La raccolta del Pitaval si apre con una scena singolare, riferita secondo la versione della famiglia. Un carcerato sarebbe evaso dalla vicina prigione, avrebbe raggiunto il giardino dei Famin e si sarebbe introdotto nella cucina. Thérèse, sola in quel momento, lo avrebbe scorto, sarebbe svenuta e sarebbe rimasta a lungo malata. L’uomo svanì senza essere identificato; nessun testimone confermò l’episodio. Tale narrazione servì poi a spiegare l’improvviso gonfiore del suo ventre, che i medici di Mantes scambiarono da principio per un’affezione morbosa, l’idropisia.

Thérèse languiva, deperiva e non rispondeva ai medicamenti. Furono chiamati un chirurgo, Barrier, e poi il medico Offline. Tentarono rimedi domestici, un salasso e altre pozioni. Poiché le condizioni peggioravano, chiesero un esame più approfondito. La giovane avrebbe acconsentito; il padre vi si oppose, temendo che una simile perizia esponesse la figlia al pubblico sospetto. I medici non vollero forzare la decisione. I giorni trascorsero, e lo stato di Thérèse divenne l’affare dell’intera città prima ancora che la città sapesse cosa pensarne.

Nel mezzo di questa infermità, il mercante Lencret chiese Thérèse in sposa. Gli atti riferiscono che le due famiglie favorirono le nozze e che i giovani sembrassero ben assortiti; l'estensore ipotizza inoltre, senza addurre prove dirette, che i genitori sperassero che il matrimonio mutasse la salute della giovane. Lasciamo tale congettura all'autore d'epoca. Ciò che è certo, per datazione, è che Thérèse sposò Lencret e che, il 25 marzo, a circa un mese dalle nozze, ebbe un’abbondante evacuazione. Il medico Tonneau, chiamato dalla casa vicina, credette di ravvisarvi una crisi d’idropisia e prescrisse dei rimedi. La famiglia credette che il male stesse finalmente cedendo.

Due giorni più tardi, furono rinvenuti i fanciulli di Gassicourt. L’inchiesta non stabilì né l’ora esatta dell’abbandono né traccia alcuna di chi li avesse deposti. L'autorità giudiziaria non disponeva di elementi per collegare quei neonati alla casa di Mantes. Ma il contrasto tra il ventre gonfio di Thérèse, la sua repentina guarigione e la scoperta dei cadaveri offrì alla diceria una trama compiuta prima ancora che l’istruttoria accertasse i fatti. Si andò ripetendo che la donna avesse partorito, che i medici avessero coperto l’accaduto e che i neonati fossero proprio quelli di Gassicourt. La compilazione riporta tale sillogismo come il sentimento della folla, non come una prova giuridica.

Un luogotenente di polizia, trattenuto da altre incombenze, affidò i primi rilievi al proprio subordinato Merville. Costui interrogò i primi testimoni e redasse un verbale; più tardi, la difesa sosterrà che egli non era abilitato a compiere quell'atto secondo le forme della procedura francese. Quel documento condusse tuttavia all’arresto di Thérèse. Fu incarcerata e sottoposta a interrogatorio. Negò con fermezza di essere mai stata incinta o di aver partorito. La cronaca antica loda la costanza delle sue risposte, ma contrappone alla sua parola la perizia di quattro pratici di Mantes: un medico, un chirurgo e due levatrici, i quali interpretarono taluni segni corporali come gli indizi di un parto recente.

Le deposizioni del vicinato corroborarono l’accusa senza tuttavia collegarla ai due fanciulli morti. Alcuni abitanti affermarono di aver scorto un lume muoversi nella casa dei Famin durante la notte; altri credettero di udire vagiti di neonato e una donna invocare Iddio. Tali testimonianze furono rese sotto giuramento, ma nessuna descriveva un bambino trasportato verso Gassicourt. Gli stessi sanitari non concordavano su un quadro univoco: il medico Tonneau asseriva di non aver osservato che i sintomi di una malattia; il chirurgo Egone negò di essere stato chiamato per un parto. Il processo doveva stabilire se segni medici ambigui, un rumore colto nella notte e un verbale viziato potessero, sommati insieme, fondare una certezza.

I primi giudici risposero con la condanna a morte. A quanto riferisce la relazione, il tribunale non dichiarò Thérèse madre dei neonati trovati a Gassicourt. La riconobbe colpevole di parto clandestino e della sparizione di uno o più altri figli, di cui non si erano rinvenuti né i corpi né la sorte. La distinzione era capitale: l’abbandono dei gemelli morti costituiva senza dubbio un crimine, ma nessun legame con Thérèse era stato provato. Poiché fu ordinato un supplemento d’indagine sulla loro origine, l’esecuzione venne sospesa per sei mesi. La condannata restava in carcere, mentre la questione dei corpi mai ritrovati rimaneva irrisolta.

La causa fu rimessa dinanzi al Parlamento di Parigi. L’avvocato Turpin attaccò il modo in cui Merville aveva condotto i primi accertamenti. Se pure era necessario agire con celerità dopo la scoperta dei corpicini, argomentava la difesa, occorreva che un magistrato competente si recasse sui luoghi, raccogliesse le parole esatte di chi li aveva trovati ed esaminasse i dintorni. Si sarebbero potute cercare orme, determinare l’istante esatto dell’abbandono e seguire un eventuale tragitto. Invece di ciò, sosteneva il patrono, un verbale redatto da un agente privo di autorizzazione aveva compendiato i fatti secondo il proprio personale convincimento. Il cronista del Pitaval precisa di non disporre degli atti processuali per verificare questa parte dell’arringa; le obiezioni di Turpin ci giungono dunque attraverso questo riassunto, e non dalla viva voce del verbale originale.

La difesa passò quindi al vaglio ciascun indizio. Un lume acceso nella dimora di un pubblico ufficiale poteva avere molteplici spiegazioni; un grido notturno non rivelava chi lo avesse cacciato né da dove provenisse. Nessuno aveva veduto una cesta, un mantello o un’ombra allontanarsi da Mantes in direzione di Gassicourt. Nessuno aveva udito quei neonati lungo la via. I testimoni chiamati tra i familiari di Thérèse non avevano notato gravidanze né parti; il medico Tonneau confermava la propria diagnosi d’idropisia. L’avvocato rammentò inoltre che il padre si era opposto alla perizia per timore del disonore, e non, come pretendeva l'accusa, per celare una nascita clandestina.

Due consulti attribuiti alla facoltà di medicina di Parigi furono acquisiti agli atti, sebbene la narrazione del Pitaval ne offra soltanto una sintesi indiretta. Vi si criticava aspramente l’esame condotto a Mantes: si sarebbe svolto in una cella oscura, a troppa distanza di tempo perché i periti potessero affermare con sicurezza che vi fosse stato un parto. I medici parigini ritenevano che i segni rilevati potessero spiegarsi diversamente e che gli esperti locali avessero concluso troppo frettolosamente, senza vagliare a sufficienza l’ipotesi dell’idropisia. Il dibattito non opponeva più semplicemente un’imputata ai suoi vicini; metteva a confronto opposte interpretazioni cliniche e rigorosi canoni probatori.

Il 30 luglio 1767, uditi i pareri dei medici parigini, il Parlamento assolse Thérèse Ismerie Famin, maritata Lencret. La compilazione non consente di ricostruire tutte le udienze né di riscontrare le carte mancanti; riferisce tuttavia con chiarezza l’esito. I fanciulli di Gassicourt erano morti, ma non se ne erano accertati né la madre né l'itinerario. Il corpo di Thérèse aveva destato sospetti, poi diagnosi inconciliabili. Il primo processo aveva mutato l’incertezza in pena capitale; il secondo riprese quegli stessi elementi e domandò loro che cosa dimostrassero realmente. L’assoluzione non svelò chi avesse abbandonato quegli innocenti. Segnò il limite invalicabile che il mormorio della folla e una perizia viziata non avrebbero mai dovuto oltrepassare.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Questo capitolo è una narrazione retrospettiva pubblicata oltre un secolo dopo i fatti, fondata su fonti di seconda mano e compendi d'archivio. Qualifica Thérèse Famin come infanticida fin dal titolo, benché il Parlamento l'abbia assolta con formula piena; il tono dell'antico curatore non deve essere scambiato per una sentenza di colpevolezza. I neonati rinvenuti a Gassicourt non furono mai collegati alla casa dei Famin da alcuna prova materiale descritta nel testo. Le tesi mediche, le testimonianze del vicinato e le difese legali sono qui riportate secondo le fonti d'epoca; la decifrazione OCR dai caratteri Fraktur conserva inevitabili lacune.

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