Domenica 31 marzo 1689, Sir George Lockhart esce dalla chiesa a Edimburgo. John Chislie lo segue fino al vicolo in cui il presidente della Corte di sessione alloggia. Gli spara alla schiena. La pallottola fuoriesce dalla parte destra del petto. Lockhart barcolla e cade. Un medico, giunto a visitare la moglie del magistrato, lo vede sanguinare dalla bocca. Lo trasportano all’interno della casa, adagiandolo su alcune sedie; vi spira quasi all’istante. Chislie non fugge: a coloro che lo immobilizzano dichiara di aver agito per insegnare al presidente come si amministri la giustizia.
L’indomani, la città processa il presunto omicida. Chislie ammette lo sparo, ma rifiuta di chiarire dinanzi alla corte la decisione arbitrale che ha scatenato la sua furia. La vicenda intreccia un dissidio domestico, una minaccia reiterata a Londra, un’istanza eccezionale di tortura e un verdetto cui la giuria appone la qualifica di «premeditazione». L’esito non si esaurisce nella confessione: ognuno tenta di appurare se Chislie abbia agito da solo.
Sir George Lockhart non è un semplice magistrato; presiede la Corte di sessione e siede nel consiglio privato del re. La sua morte sopraggiunge mentre gli Stati si riuniscono a Edimburgo. Il 1° aprile, il fratello e il nipote di Lockhart compaiono a nome della famiglia, orfani compresi. Presentano un’istanza affinché i magistrati possano sottoporre a tortura Chislie e un altro uomo, William Calderwood, sospettato di complicità. Gli Stati accordano l’autorizzazione, ma precisano espressamente che tale caso straordinario non dovrà costituire precedente.
Questo permesso suscita un’ulteriore contesa ancor prima del dibattimento. Il Lord Provost protesta affinché non si rechino pregiudizi agli antichi privilegi di Edimburgo. Il rappresentante dell’Alto Connestabile rifiuta di sedere se l’Earl of Errol o i suoi delegati non siano riconosciuti quali unici giudici. La giurisdizione si confonde con l’istruttoria: l’uccisione di Lockhart esige una risposta fulminea, ma le istituzioni discordano su chi debba pronunciarla.
Chislie viene sottoposto alla tortura. Dichiara che nessuno gli ha suggerito l’assassinio. Riconosce che a Londra aveva minacciato l’avvocato James Stewart: se il presidente non gli avesse reso soddisfazione, lo avrebbe ucciso. Aveva pronunciato le medesime parole a un uomo di nome Callender e a suo zio William. La minaccia non derivava dunque da un isolato moto d’ira. Chislie rivela inoltre di aver atteso Lockhart a Londra, con una pistola sotto il mantello, mentre passeggiava lungo Pall Mall.
Il mattino del delitto carica la pistola, si reca alla nuova chiesa e vede Lockhart rincasare. Lo segue nel vicolo della sua dimora, lo raggiunge alle spalle e preme il grilletto. Dopo la morte del presidente, si dichiara soddisfatto: non era uso lasciare le cose a metà. Il processo non svela alcun mandante. Chislie nega di aver ricevuto consigli da chicchessia, sebbene l’autorizzazione alla tortura mirasse proprio a scoprire eventuali complici.
Dinanzi alla giuria, confessa formalmente il delitto e giustifica la propria rabbia: riteneva che Lockhart avesse emesso un verdetto iniquo a suo danno. I testimoni chiariscono la natura di tale risentimento. Pochi mesi prima, un lodo arbitrale pronunciato da Lockhart e Lord Kemney aveva stabilito un assegno di mantenimento a favore della moglie e dei dieci figli di Chislie. Il versamento annuale ammontava a 1.700 merks. Chislie aveva confidato a Stewart che sarebbe partito per la Scozia prima della Candelora per sopprimere il presidente. L’avvocato gli aveva replicato che un simile proposito veniva dal demonio; Chislie aveva risposto che avrebbe regolato i propri conti con Dio allo stesso modo che con il giudice.
William Chislie, procuratore legale e zio dell’imputato, riferisce una minaccia analoga risalente alla primavera precedente. Aveva avvertito Lockhart, il quale non aveva preso il pericolo sul serio. Il movente si delinea così lungo due direttrici opposte: Chislie lamenta un torto subito, mentre la delibera del presidente aveva garantito il sostentamento economico della sua famiglia. Interrogato direttamente su tale paradosso, l’uomo rifiuta di rispondere. Borrow non illustra i dettagli della lite che aveva preceduto l’arbitrato; permette soltanto di misurare lo scarto tra il rancore dell’assassino e la realtà della sentenza.
Due testimoni, David Lockhart e Alexander Walker, hanno assistito allo sparo. Bloccano Chislie; Walker presta aiuto per condurlo al corpo di guardia. Alle loro deposizioni fa eco quella del medico David Hay, giunto per visitare la consorte del magistrato e imbattutosi nel marito morente. Il chirurgo John Bailie esamina la lesione: il proiettile è penetrato dalla schiena ed è uscito a destra, attraverso il torace. Sul gesto dell’omicida, le parole dell’imputato collimano con lo sguardo dei testimoni e con la ferita constatata nell’abitazione. Il rito processuale serba queste tre vie probatorie, persino quando l’uomo alla sbarra ammette già la propria colpa.
La giuria annovera dieci proprietari terrieri e cinque mercanti di Edimburgo. All’unanimità, dichiara Chislie colpevole di omicidio, fondandosi tanto sulla confessione quanto sulle testimonianze. Riconosce altresì la premeditazione. La sentenza è congegnata come una severa messa in scena pubblica: il 3 aprile, Chislie sarà trascinato su un graticcio dal carcere al mercato. Gli verrà recisa la mano destra mentre è ancora in vita; sarà quindi impiccato con la pistola del delitto appesa al collo. Il suo cadavere sarà esposto in catene tra Leith ed Edimburgo, la mano inchiodata al West Port e i suoi beni confiscati.
Il presidente assassinato lascia dei figli, in nome dei quali il fratello e il nipote sono venuti a reclamare giustizia. Il condannato ne ha dieci, il cui mantenimento ha acceso il suo furore. Il resoconto registra gli uomini che dibattono, testimoniano o decretano; non dà voce né alla vedova di Lockhart né alla moglie di Chislie. Esse rimangono tuttavia agli estremi opposti di questa vicenda: l’una riceveva la visita di un medico quando il marito è stato colpito a morte, l’altra beneficiava del giudizio che l’assassino definiva ingiusto.
La pistola che Chislie aveva celato sotto il mantello a Londra deve ora pendergli dal collo. Il verdetto impone di esibire sul suo corpo lo strumento del delitto. Nelle due dimore, quella del magistrato e quella del condannato, restano i figli in nome dei quali si era invocata la giustizia.
