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Giustizia e scandali · Francia

L’indirizzo di rue de Rome

Un falso recapito e un anello riconosciuto collegano diversi furti imputati a tre persone nei negozi parigini nel maggio del 1877.

Da Fontana, al numero 7 di rue Beaujolais, tre visitatori ordinarono un portapenne d’oro e fornirono il loro esatto recapito: rue de Rome, numero 8. Un’ora più tardi, da Boucheron, era sparito un anello; il marito annotò sull’agenda del commesso un altro indirizzo, rue du Colisée, numero 25. Ma il primo commerciante serbava memoria dei suoi clienti, e il ritorno di Dautaud presso la sua bottega riannodò il filo tra le due case. È così che la Gazette stringe i furti contestati attorno a una catena, a un anello e a due indirizzi, dei quali uno soltanto conduceva all’alloggio degli imputati.

L’articolo compare il 21 giugno 1877 e riferisce di un’udienza celebrata il giorno innanzi dinanzi all’undicesima sezione del Tribunale correzionale di Parigi, presieduta dal signor Brizout de Barneville. Non si trattava di un processo d’assise. I tre imputati furono condannati da questo tribunale. La cronaca non riporta le arringhe integrali della difesa né i motivi circostanziati della sentenza; espone un rapporto di polizia, la requisitoria, alcuni estratti dell’interrogatorio e l’esito del giudizio.

Il giornale iscrive anzitutto le generalità secondo l’ordine del ruolo dei prevenuti: Lopez Mendez Salvador, ventinove anni, segretario particolare del generale Pulgar; Lossada Carmen, diciannove anni, consorte del primo; e «Virgina Palenzuela», trent’anni, detta donna Pulgar. Quest’ultima viene presentata come la sposa del generale, già ministro plenipotenziario del Venezuela a Parigi. Nei capoversi successivi, ella diviene sovente «la donna Pulgar» o «la zia» di Carmen. Si tratta della medesima persona, non di una quarta prevenuta. Il generale, dal canto suo, non siede sul banco degli accusati e non figura tra i condannati.

Il resoconto si apre con la menzione di 65.000 franchi in titoli rinvenuti presso la donna Pulgar. Riferisce poi gli elementi di un rapporto di polizia dato in lettura all’udienza: tra le carte dell’appartamento di rue de Rome, al civico 8, si trovavano lettere riguardanti gli affari politici del generale. Questi si trovava allora a Fort-de-France; le missive evocavano armi e munizioni destinate al Venezuela. Il foglio attribuisce al rapporto l’ipotesi ch’egli preparasse una rivoluzione. Tali ragguagli riguardano il marito assente e le carte sequestrate; non costituiscono affatto un’imputazione politica a carico dei tre prevenuti nel procedimento in corso.

Il medesimo rapporto fa menzione di lettere di cambio. Il generale avrebbe rimesso alla moglie dapprima cento, poi duecento sterline. I parenti di lei, attestava il documento, le avevano fatto pervenire l’anno precedente 2.600 sterline, stimate in 65.000 franchi, mediante quattro lettere di cambio rinvenute nella sua dimora e che non risulterebbero incassate. La cifra coincide con quella annunciata a inizio d’articolo, ma la Gazette non afferma che tale danaro provenisse dai furti. Riferisce altresì di una lettera a firma di diversi antichi rappresentanti venezuelani, i quali prendevano le difese della reputazione familiare dichiarandosi stupiti dei fatti ascritti ai Lopez-Mendez e alla signora Pulgar. Tali documenti delineano la cornice entro cui la vicenda venne narrata; non si sostituiscono ai fatti materiali contestati nei negozi.

Il primo di essi fu collocato al 1° maggio, tra le quattro e mezza e le cinque del pomeriggio, presso Fontana, gioielliere al 7 di rue Beaujolais. Tre stranieri, scrive la requisitoria riprodotta dalla Gazette, erano entrati per acquistare un portapenne d’oro. La donna Pulgar e Lopez ne commissionarono uno, chiesero che vi fossero incise le cifre J. M. H. e diedero l’indirizzo di rue de Rome, numero 8. Lasciarono un portapenne d’oro a titolo di pagamento. Dopo la loro partenza, Fontana si avvide che una catena d’oro da 250 franchi, posata in un involto sul banco, era scomparsa. Si trovava accanto al punto in cui la donna Lopez era rimasta in piedi. Il giornale riporta qui le parole dell’accusa; non descrive l’atto materiale con cui la catena sarebbe stata sottratta.

Un’ora dopo, i tre imputati si trovavano da Boucheron, al 41 di rue Neuve-des-Petits-Champs. Domandarono ancora di vedere portapenne d’oro, senza nulla acquistare. Lopez additò un anello al dito della donna Pulgar e parlò di permute di diamanti. Il commesso Dautaud recò allora diversi anelli e ne posò uno nei pressi del luogo in cui sostava la donna Lopez. Il marito di costei chiese un’agenda per segnarvi il proprio indirizzo. Approfittando del momento in cui il commesso si allontanava, scrisse, stando alla cronaca, il nome di Lopez col recapito di rue du Colisée, numero 25.

Usciti costoro, Boucheron constatò che mancava un anello ornato d’uno zaffiro contornato da brillanti, del valore stimato di 1.500 franchi. Dautaud aveva notato nelle mani della donna Pulgar un indirizzo di Fontana; vi si recò. Fu così che il primo negoziante poté indicare agli inquirenti il luogo ove alloggiavano i visitatori. La polizia venne allertata e le tre persone poste sotto sorveglianza. Il falso ragguaglio lasciato da Boucheron non era valso a cancellare il legame tra le due visite.

La mattina del 3 maggio, Lopez portò l’anello con lo zaffiro da Coutreau, gioielliere al 36 di boulevard des Italiens. Diceva che giungeva dall’Italia e chiedeva di ridurne il castone alla misura d’un altro anello che lasciava a modello. Un agente che lo pedinava entrò nella bottega dopo la sua uscita; Dautaud riconobbe l’oggetto. Lopez fu arrestato il giorno stesso. La Gazette non narra qui l’arresto delle due donne; indica unicamente che perquisizioni furono tosto eseguite nell’appartamento di rue de Rome.

Le ricerche permisero di rinvenirvi, nelle stanze dei coniugi Lopez e della donna Pulgar, numerosi oggetti riconosciuti da commercianti parigini. L’ispettore del Bon Marché identificò una cravatta e un colletto di merletto, valutati complessivamente venti franchi; la donna Lopez sosteneva d’averli rubati da sola. Il direttore dei Magasins de la Paix riconobbe calze e fazzoletti per un valore di sessanta franchi, che ella dichiarò parimenti d’aver preso senz’aiuto. Presso un orologiaio di boulevard de Sébastopol fu riconosciuto un orologio d’oro da 250 franchi. La donna Lopez confessava d’averlo sottratto alla presenza del marito e della zia, un giorno in cui erano entrati insieme nel negozio per acquistare un carillon.

Al Louvre furono riconosciuti calze di seta, un binocolo da teatro e un ventaglio che la giovane avrebbe asportato mentre si trovava in compagnia della zia. Da Agnel, in rue du Quatre-Septembre, confessò ancora d’aver sottratto oggetti da toletta per un valore di 190 franchi. Un portamonete d’avorio da venticinque franchi era stato preso il 3 maggio dalla signora Pezet, nella Galerie de Valois, mentre la zia l’accompagnava. Infine, la donna Lopez ammetteva d’aver sottratto un foulard ai magazzini Printemps, ove fu poi ritrovato in suo possesso. Tali articoli avevano valori ben distinti; la somma di 65.000 franchi menzionata all’inizio non va confusa con questo inventario delle cose riconosciute.

La posizione della giovane donna, quale l’articolo la tramanda, era che il marito e la zia fossero del tutto estranei ai furti, da lei compiuti in solitudine. Asseriva d’aver fatto loro credere d’aver comperato gli oggetti coi propri risparmi. Il sostituto procuratore La Fuye opponeva a tale difesa la presenza degli altri imputati nelle botteghe e le contraddizioni relative alle cose rinvenute. I mercanti vennero a confermare in aula i furti patiti a proprio danno. Il resoconto esprime così la tesi dell’accusa; non autorizza a trasformare ogni presenza in un gesto direttamente constatato.

Un interprete assistette all’interrogatorio. La Gazette diede alle stampe diversi estratti di quello cui la giovane era stata sottoposta durante l’istruttoria. A proposito dell’orologio, ella dichiarava che la zia le aveva domandato da dove provenisse e ch’ella le aveva confessato d’averlo preso nel negozio ove la donna aveva acquistato il carillon; la zia avrebbe manifestato la propria disapprovazione. Il marito, aggiungeva, era venuto a conoscenza del fatto qualche giorno dopo e l’aveva biasimata, dichiarando che non l’avrebbe più lasciata uscire da sola per timore che venisse arrestata. In altre risposte riportate, ella riferiva d’aver mostrato alla zia, in carrozza, gli oggetti trafugati nei negozi. Si tratta di brani ascritti all’interrogatorio, così come la Gazette li riproduce, non di una conversazione ricostruita a beneficio del racconto.

Il pubblico ministero invocò una pena severissima contro i tre prevenuti. L’avvocato Georges Lachaud difese le due donne; l’avvocato Decoux Lagoutte assistette Lopez. La Gazette non ne riporta le arringhe. Si limita a dar conto dell’esito: il Tribunale condannò Carmen Lossada, designata nell’articolo come la donna Lopez, a otto mesi di reclusione. Salvador Lopez Mendez e Virgina Palenzuela, detta la donna Pulgar, ricevettero ciascuno un anno e un giorno della medesima pena. Tutti e tre furono condannati a cinque anni di sorveglianza speciale.

Rue de Rome condusse gli inquirenti alle stanze ove furono rinvenuti gli oggetti riconosciuti dai rispettivi proprietari. La catena sparita da Fontana e l’anello ritrovato da Coutreau avevano ricondotto i passi dei tre imputati a un indirizzo preciso: quello che essi stessi avevano lasciato nella prima bottega.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

La Gazette collega un indirizzo in rue de Rome, vari furti contestati in esercizi parigini e le dichiarazioni rese in sede di dibattimento. Distingue tre imputati: Carmen Lossada, Salvador Lopez Mendez e Virgina Palenzuela, moglie del generale Pulgar. Il generale non figura tra i prevenuti. Il giornale riferisce le condanne, ma omette la motivazione puntuale della sentenza.

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