La sera del 5 settembre 1873, verso le dieci, in rue Labirat, il chiarore d’una bottega attira l’attenzione di Lobis, che sta rincasando. Il negozio d’orologeria di Dagron, all’angolo con rue Sainte-Catherine, è aperto e illuminato. Dagron l’ha preso in affitto da appena quindici giorni; vi ha eseguito dei lavori e vi ha disposto le merci acquistate con i risparmi d’una vita intera. Nel retrobottega, un uomo è chino sulla vetrina. Un secondo afferra Lobis: contro la gola, l’uomo avverte il freddo del ferro.
I due sconosciuti lo spintonano e fuggono per rue Labirat. Lobis si lancia al loro inseguimento gridando «al ladro!»; diversi passanti si uniscono alla corsa. Talaison e Hinkler riescono già ad afferrare i fuggitivi, ma questi si voltano e fanno fuoco con i revolver. Gli inseguitori sono costretti a mollare la presa. Due guardie di polizia, Bouquinet e Caubin, accorrono da rue Sainte-Eulalie. Uno dei malviventi ingaggia una colluttazione con Bouquinet; l’altro tiene a bada Caubin e Marcelin Crépin sotto la minaccia dell’arma. Grida due volte: «Fuego!» Due detonazioni rimbombano quasi all’unisono. I fuggiaschi guadagnano il cours d’Albret e svaniscono nella notte. Nessuno è stato colpito.
Nella bottega si constata che la porta esterna è stata aperta con chiavi false e quella del retro forzata mediante una leva di ferro, rinvenuta sul posto. Orologi, catene, medaglioni, anelli e altri gioielli sono scomparsi dalla vetrina. La Gazette stima il valore del furto a oltre quattromila franchi, insistendo sulla precarietà della sorte toccata a Dagron: la sua attività era appena avviata e quel danno spazzava via ogni risparmio investito nell’impianto del negozio. All’udienza, la sua deposizione desta profonda impressione nel pubblico, ma il resoconto non ne trascrive le parole.
Gli inseguitori hanno udito un accento spagnolo e il grido lanciato durante la fuga. La polizia raccoglie indizi finché, il 19 settembre, il commissario centrale fa circondare una casa nella cité des Noyers, abitata da Caroline Fernandez, detta la donna Ortega. Vi si trovano tre uomini e due donne. Bouquinet riconosce all’istante uno dei suoi aggressori: Moro o Marcelin Del Agua. Nell’abitazione gli agenti rinvengono gioielli, attrezzi da scasso e armi cariche. Del Agua ha addosso un coltello catalano; la Fernandez ne cela un altro sotto le vesti e possiede una pistola e un revolver. L’indomani, anche Caubin riconosce Del Agua; i connotati raccolti nell’immediatezza della fuga, afferma l’atto d’accusa, collimano con la sua persona.
Interrogato, Del Agua non può negare la propria presenza sul fatto e scarica su Jean-Dominique Secula la parte principale della colpa. L’italiano, sostiene, avrebbe forzato gli accessi, arraffato e trattenuto i gioielli, per poi esplodere i colpi; quanto a lui, avrebbe fatto soltanto da palo. L’atto d’accusa oppone a questa versione i movimenti descritti dai testimoni, attribuendo a Del Agua l’aggressione a Lobis e a Secula il saccheggio della vetrina. Nozer e Talaison riferiscono degli abiti indossati dai due: uno portava una blusa, l’altro un palandrano. Del Agua ammette che Secula indossava la blusa; Nozer dice d’aver visto quest’ultimo scaricare l’arma, mentre Talaison afferma d’aver subito il fuoco dell’uomo con la pistola. Il giornale registra con cura questa discrepanza testimoniale.
Bouquinet dichiara d’aver visto Del Agua estrarre il revolver e puntarlo al volto del contendente, il quale avrebbe evitato il colpo solo deviando la canna all’ultimo istante. Crépin afferma d’aver scorto dalla fiammata che lo sparo non era diretto in aria; analoga dichiarazione rende Winkler. Gli imputati sostengono invece d’aver fatto fuoco verso l’alto. S’apriva dunque, in quella fuga priva di feriti, un interrogativo decisivo per la corte d’assise: le armi erano servite a intimidire gli inseguitori, come pretendeva la difesa, o a colpirli, come ribadivano i testimoni e la pubblica accusa?
Un altro inseguitore, l’attore drammatico Winkler, racconta di trovarsi a passare per caso in quella strada a lui ignota. Udite le grida d’allarme, s’era messo a correre a sua volta. Aveva afferrato Del Agua; questi s’era voltato e, a un segnale lanciato da Nélasko in lingua italiana, gli aveva sparato contro. Winkler aveva scartato bruscamente la testa a destra; la carica era andata a conficcarsi nel muro contro il quale Del Agua lo aveva serrato. Le guardie Caubin e Bouquinet tentarono quindi di sbarrare il passo ai fuggitivi, e la zuffa riprese. Al banco dei testimoni, il presidente Habasque ne elogia la fermezza. Winkler risponde d’aver fatto unicamente il proprio dovere, aggiungendo che, se fosse stato armato, avrebbe abbattuto Del Agua come una belva feroce. Il magistrato conviene che si sarebbe trattato di legittima difesa. Una battuta, riportata dalla Gazette, che dà la misura della violenza al vaglio del tribunale; e che tuttavia non muta la realtà d’un fatto: nessuno era rimasto colpito.
Secula viene arrestato a Le Mans dopo una resistenza che la cronaca definisce disperata. Dichiara che il suo vero nome è Nélasko, nega dapprima i fatti, poi viene messo a confronto con Del Agua e riconosciuto da Bouquinet e Caubin. Finisce per ammettere la propria partecipazione, pur giurando di non aver voluto uccidere alcuno e d’aver sparato in aria per atterrire chi lo incalzava. Caubin dichiara d’aver sentito la vampa della cartuccia; contro la spiegazione dell’imputato viene invocata anche la deposizione di Winkler. La Gazette precisa che al momento dell’arresto di Nélasko vengono sequestrati oltre 150.000 franchi. Angela Boris, sua compagna, è tratta in arresto anch’ella; due paia d’orecchini trovati in suo possesso vengono riconosciuti da Dagron. Il foglio menziona ancora 200.000 franchi in titoli industriali, armi e ferri da scasso scoperti nel loro domicilio, senza tuttavia accertare che tali somme provenissero dal furto della bottega.
Le perquisizioni portano alla luce altra refurtiva, non tutta pertinente all’affare Dagron. Due giorni dopo l’ispezione da Fernandez, la polizia perquisisce l’abitazione dei coniugi Martinez in rue des Pommiers. Otto colli contengono fazzoletti, scialli e pezze di stoffa. Il commerciante Peigne vi riconosce quarantotto fazzoletti, tre scialli e svariati tessuti sottratti dal suo magazzino nella notte tra il 10 e l’11 luglio 1873. Altri sei fazzoletti provenienti da Peigne vengono rinvenuti presso Fernandez e Dolivera. Le donne se ne rimpallano la provenienza l’un l’altra o la attribuiscono a un fantomatico mercante spagnolo. Questi furti pregressi alimentano l’accusa di ricettazione, pur rimanendo distinti dallo scasso consumato ai danni di Dagron.
La cronaca annovera sette imputati, presentando diversi uomini e donne come ricettatori. Descrive la casa di Fernandez quale consueto covo e sorta d’arsenale, rammentando le precedenti condanne che Nélasko avrebbe confessato. L’esordio dell’articolo riferisce altresì d’altri fatti ascritti a costui a Nantes e a Le Mans, per i quali avrebbe dovuto comparire dinanzi a una diversa corte d’assise. Episodi, questi, estranei al giudizio di Bordeaux. Qui, l’avvocato generale Peyrecave invoca la pena di morte contro Nélasko e Del Agua. I difensori patrocinano gli accusati, ma il giornale non compendia le loro arringhe.
Dopo due ore di camera di consiglio, i giurati mandano assolti tutti i ricettatori. Nélasko e Del Agua ottengono il beneficio delle circostanze attenuanti e vengono condannati ai lavori forzati a vita. Il negozio di Dagron era stato svuotato in pochi minuti; davanti ai giudici, numerosi testimoni ricostruirono la fuga e gli spari, mentre il dibattimento distinse le responsabilità di ciascuno. Il verdetto sancì la colpevolezza dei due esecutori e restituì la libertà agli altri imputati.
Nota documentaria: Gazette des Tribunaux, 4 aprile 1874, p. 327, corte d’assise della Gironda, udienza del 24 marzo. Il resoconto sintetizza l’atto d’accusa, riporta varie testimonianze e dà conto del verdetto, omettendo le arringhe difensive. Registra oscillazioni grafiche nei nomi (Nélasco/Nélasko, Winckler/Winkler) e menziona ulteriori furti nonché procedimenti penali distinti.
