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Giustizia e scandali · Francia

La fornace e il falso cadavere

Stando a Champagnac, Frillet, procuratore fiscale e notaio, fece accusare i Vallet dell’omicidio di Dupleix, morto di pleurite, e poi di quello di Joseph Senos, creduto ucciso dopo un’aggressione ma in seguito ricomparso vivo. Antoine Pin ritrattò le proprie accuse e si riconobbe autore delle percosse inferte a Senos. Nel 1733 Frillet fu condannato a morte; la pena gli fu commutata in dieci anni di bando, e morì lungo il cammino dell'esilio.

A Tréfort e Varambon, il nome di Frillet dominava insieme gli atti, le terre e gli uomini. Procuratore fiscale, commissario feudale e notaio, poteva toccare gli affari della povera gente da molteplici porte; Champagnac afferma ch’egli usò di tali uffici per arricchirsi d’estorsioni e di rapine. La fornace di Joseph Vallet attirò la sua cupidigia. Per impadronirsene, racconta il cronista, Frillet architettò di accusare i Vallet di due presunti delitti: quello di Dupleix, che un precedente giudizio aveva ascritto a pleurite, e poi quello di Senos, che sarebbe riapparso vivo.

Il primo nome ch’egli volle legare alla famiglia fu quello di Antoine Dupleix. Diciannove anni prima, Joseph Vallet era già stato ingiustamente accusato della sua morte. Ne era uscito assolto, poiché si era provato che Dupleix era spirato di pleurite. Tale antica sentenza non impedì a Frillet di rianimare l’accusa, ma gli occorreva un secondo morto, una trama abbastanza oscura da accogliervi false deposizioni. Non si trattava soltanto di strappare una condanna contro i Vallet: bisognava prima cancellare, mediante testimoni prezzolati, una prova che li aveva già scagionati. La prima vicenda mostrava del resto quanto possa valere un’accusa allorché il fatto materiale che pretende spiegare riceve un’altra causa. La pleurite aveva restituito a Dupleix la sua verità; bisognava ormai che il processo gliela strappasse di nuovo.

Nel 1722, il primogenito di Joseph Vallet era stato assalito e derubato dai fratelli Pin e da un terzo complice. L’istruttoria non aveva fornito elementi sufficienti per condannarli. Joseph Senos, un contadino rimasto celato dietro una fratta durante la rapina, disse poi in una bettola che avrebbe mandato in rovina i fratelli Pin se fosse stato chiamato a testimoniare. Uno di essi, Antoine Pin, decise di farlo tacere. Lo ubriacò, lo colpì al capo con una roncola e gli sottrasse quaranta scudi. Senos si finse morto; Pin, credendolo spirato, fuggì nel principato di Dombes e si arruolò nel reggimento di La Sarre.

La ferita non era mortale. Riavutosi, Senos fasciò la piaga come poté e rimase due giorni solo in casa. Poi scomparve, senza che si sapesse dove fosse andato. Questa scomparsa finì per dare corpo alla voce comune: lo si credette assassinato, e Pin fu ritenuto l’autore del misfatto. Non v’era tuttavia alcun cadavere. Il divario tra una morte supposta e una morte constatata stava per decidere la sorte di un’intera famiglia.

Frillet attese sei mesi, il tempo necessario, secondo Champagnac, per subornare i testimoni. Fece quindi sporgere una querela che imputava a Joseph Vallet l’assassinio di Senos: Vallet lo avrebbe sepolto presso la bocca del forno della fornace, gettandone poi i resti nel fuoco. I testimoni comprati deposero in tal senso. Fu spiccato mandato di cattura contro la famiglia; il padre, la madre e i due figli furono arrestati, rinchiusi nel castello di Pont-d’Ain e gettati nei sotterranei, coi ferri ai piedi e alle mani. Appresero soltanto durante l’interrogatorio che si imputava loro l’assassinio di Senos.

La querela risvegliò anche la causa di Dupleix. Frillet avrebbe comprato il testimone che, un tempo, aveva scagionato Vallet, inducendolo a deporre ora tutto il contrario. Antoine Pin, divenuto soldato, fu arrestato a sua volta. Anch’egli, asserisce Champagnac, era stato piegato da Frillet: addossò ai Vallet l’uccisione di Dupleix e osò accusarli di quella di Senos. Il fascicolo riuniva così sotto una medesima accusa due morti di diversa natura: l’una accertata come dovuta a malattia, l’altra mai rinvenuta, mentre l’uomo che aveva percosso la vittima la credeva morta ed era fuggito. Anziché sciogliere simili contraddizioni, il giudice di Pont-d’Ain, che la cronaca dipinge asservito agli interessi del procuratore fiscale, condannò i Vallet alla tortura ordinaria e straordinaria il 9 maggio 1727. Genitori e figli, rinserrati nei ceppi, avevano appreso solo tardivamente il capo d’accusa contestato; la violenza della detenzione precedeva dunque, nel racconto, persino il momento in cui poterono rispondere al delitto ascritto.

Il parlamento di Digione ordinò che i Vallet e Pin fossero interrogati separatamente sul banco degli imputati. Pin, che i giudici reputavano il più colpevole, doveva inoltre essere sottoposto alla tortura. Sotto i tormenti, continuò ad accusare i Vallet. Ma quando la prova cessò, qualcosa mutò. Fece chiamare il relatore, ritrattò le proprie deposizioni e proclamò innocenti i Vallet. Si riconobbe solo colpevole di quello che credeva essere l’omicidio di Senos. Questo ravvedimento non risuscitava un morto: riconosceva un’aggressione e una scomparsa che i fatti, fino ad allora, avevano confuso con un assassinio.

Già l’indomani, il parlamento condannò Pin a spirare sulla ruota. Nelle sue estreme dichiarazioni, confermò l’ultima confessione e fece altri nomi. Il carceriere, disse, lo aveva continuamente istigato ad accusare i Vallet; Vaudan, secondo lui, aveva ricevuto denaro da Frillet per rendere falsa testimonianza. Pin aggiunse pure che l’arresto di Vaudan avrebbe svelato molte altre trame. Prima di subire il supplizio, fece pubblica ammenda ai Vallet, ingiustamente incolpati, fu quindi consegnato al boia e morì sulla ruota.

Le indicazioni di Pin condussero a Vaudan. Arrestato, quest’ultimo ritrattò a sua volta le proprie deposizioni, scagionando interamente i Vallet. Fu condannato all’impiccagione, preceduta dai tormenti della fune. Claude Maurice, altro testimone, accusò poi Frillet di averlo subornato con artifizi, promesse o minacce. Maurice fu condannato alla forca. La medesima sentenza dispose la carcerazione di Frillet; appena ne ebbe notizia, questi si diede alla fuga riparando in Savoia.

Nel frattempo, Senos ricomparve a Bourg. Colui che era stato creduto morto era vivo. Il suo ritorno confermava l’innocenza dei Vallet rispetto all’accusa fabbricata a loro danno; la famiglia presentò istanza affinché Senos venisse interrogato. Frillet, profugo in Savoia, indusse il fratello di Antoine Pin a chiedere al Consiglio di Stato la riabilitazione della memoria del condannato. Il Consiglio avocò la causa, che finì per rinviare Frillet dinanzi al parlamento di Digione; tale deliberazione ebbe esecuzione.

Frillet sostenne molteplici interrogatori e fu messo a confronto con un gran numero di testimoni. Il procedimento provò, secondo la cronaca, che erano stati fabbricati falsi atti e false notifiche, e che una schiera di testimoni era stata subornata per suo conto. Tentò ancora di giustificarsi. La sentenza definitiva del 7 agosto 1733 lo condannò a essere impiccato, al risarcimento dei danni e alla confisca dei beni. La pena capitale non fu tuttavia eseguita: il re commutò il supplizio in dieci anni di bando dalla provincia. Frillet dovette pagare i danni e morì lungo la via, mentre muoveva per scontare l’esilio.

Champagnac conclude soffermandosi su questa clemenza, che reputa immorale e iniqua. I testimoni subornati furono condannati alle pene più severe, mentre colui che il cronista addita come l’origine dei loro delitti sfuggì al patibolo mediante il bando. La fornace agognata non era stata che il principio: era stato necessario mutare una pleurite in delitto, un uomo ferito in cadavere, e poi il silenzio di uno scomparso in prova. Senos fece ritorno; la sentenza di Frillet, invece, fu mutata. In questa vicenda, la giustizia svelò infine la fabbricazione delle accuse, ma il castigo destinato a colpirne l’autore non fu quello che il tribunale aveva pronunciato.

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Lettura integrale del capitolo II47, nella fonte locale work/cap400/sources/champagnac/tome-2-chap-47.txt; SHA-256 a13e410259358b97fd7aa73c4261c70815a8b8d4746a2e6964d7d3d0881f2f13; 1248 parole. Champagnac ritrae Frillet come un notabile avido e come l'artefice di accuse fabbricate ad arte; tale ritratto morale e le imputazioni contro testimoni e magistrati riflettono la prospettiva del cronista. Joseph Vallet era stato assolto nella vicenda Dupleix, morto di pleurite. Nel 1722, Antoine Pin ferì Joseph Senos con una roncola e, credendolo morto, gli sottrasse quaranta scudi; Senos sopravvisse, quindi scomparve e infine ricomparve vivo. La condanna di Pin per l'omicidio che credeva di aver commesso e la sua esecuzione precedono tale ritorno. Il testo riferisce poi le ritrattazioni di Pin e di Vaudan, la condanna di Maurice e la fuga di Frillet. I cenni individuali su Vaudan e Maurice riportano le loro condanne senza descriverne le esecuzioni; la chiosa morale di Champagnac afferma poi che i testimoni subornati furono arrotati o impiccati. La traduzione restituisce lo scarto tra queste indicazioni senza scioglierlo arbitrariamente per ciascuno. Il 7 agosto 1733, Frillet fu condannato a morte, al risarcimento e alla confisca; il re commutò il supplizio in dieci anni di bando. Frillet morì lungo la via dell'esilio, senza che sia riferita alcuna esecuzione capitale. La fonte non fornisce un esito giudiziario finale esplicito per i Vallet dopo tali ritrattazioni. Nessun giudizio clinico né dialogo supplementare è stato introdotto.

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