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Briganti e strade maestre · Francia

L’invito al supplizio

Nivet: una coppia assassinata lungo la strada e novantanove accusati dinanzi al Parlamento

Su un esemplare della sentenza, qualcuno aveva aggiunto un invito a mano. Si pregava un destinatario di presenziare al corteo funebre e alla rottura delle ossa di Nivet, con i modi cerimoniosi di una partecipazione di lutto e un motto di spirito su una presunta parentela. La mano che aveva tracciato quelle righe non apparteneva a chi aveva redatto il giudizio; vi aveva scorto abbastanza diletto da trarne una lepidezza mondana. Sotto l’inchiostro manoscritto, il testo a stampa annunciava novantanove accusati e cinque uomini destinati alla ruota.

Il principale tra loro si chiamava Philippe Nivet. La giustizia gli conosceva molteplici identità: Fanfaron, il Rosso, Marchand, Gramont, Cousis, Dumoulin. Tali nomi non componevano una galleria pittoresca; rivelavano piuttosto la fatica di dare la caccia a un uomo che scivolava tra le città, le vie maestre e le case in cui veniva accolto ogni volta sotto mutate spoglie. Per gli inquirenti, raccordare i nomi equivaleva già a riannodare i fatti. Uno sconosciuto di passaggio poteva rivelarsi lo stesso individuo che un vicino aveva incrociato altrove.

Alla fine di agosto del 1728, un mercante d’Amiens di nome David e sua moglie facevano ritorno dalla fiera di Guibray. Furono sgozzati e depredati nei pressi di Rouen. La sentenza avrebbe situato il duplice omicidio sulla strada maestra, a un quarto di lega dalla città. Questa vicinanza sconcerta: il viaggio aveva consumato distanze, stazioni di posta, negozi, e la morte attendeva quasi alle porte di un centro abitato. La strada dei commerci offriva ai malfattori ciò che andavano cercando: viandanti carichi del frutto dei loro affari.

L’inseguimento fu condotto da ufficiali di polizia i cui nomi sono custoditi nelle carte degli Archivi Nazionali: Bazin, luogotenente della compagnia di cappa corta, Pons e Bataille, ufficiali della guardia notturna. Pedinarono i tre ricercati attraverso Rouen e Saint-Germain-en-Laye fino a Parigi. Il 5 settembre, un noleggiatore di carrozze del faubourg Saint-Honoré fornì le indicazioni decisive; l’arresto scattò nella sua rimessa. Gli stessi spostamenti che avevano consentito ai sospetti di allontanarsi li avevano pure costretti a imbattersi in testimoni capaci di riconoscerne il tragitto.

La causa non si esaurì in quel duplice delitto. L’istruttoria si allargò a dismisura. Le patenti reali del settembre 1728, e poi quelle dell’aprile 1729, disciplinarono l’operato dei commissari; interrogatori, verifiche e confronti ravvicinarono arrestati, testimoni e latitanti. Il consigliere Lambelin guidava gli interrogatori, Rolland i confronti all’americana. Negli atti d’archivio, Nivet smetteva di essere soltanto l’uomo braccato dopo la fiera. Diveniva il punto di convergenza di una trama sanguinosa estesa a più province.

La sentenza del 30 maggio 1729 imputava a lui, a Baremont e a Mancion l’eccidio dei coniugi David. Addebitava inoltre a Nivet l’assassinio di un fornaio nella foresta di Moulineaux, quello di Chesnet tra Rouen e Port-Saint-Ouen, e la strage della donna Mottelet e dei suoi due bambini a Croix-Saint-Ouen. A Parigi, lo riconosceva parimenti colpevole dell’uccisione dell’orefice Ménard, in rue Saint-André-des-Arts, e di quella di Bollot, in rue Coquillière. La geografia della condanna muoveva dai sentieri solitari fino all’interno delle case, senza concedere alle città il privilegio della sicurezza.

I furti sacrileghi nelle chiese ampliavano ulteriormente questa mappa: gli Invalides, Saint-Nicolas-du-Chardonnet, Saint-Christophe a Parigi, Saint-Louis a Versailles, Saint-Godard a Rouen. Il documento giudiziario associava tali scassi agli altri furti perpetrati di giorno e di notte. Luoghi di transito, dimore private ed edifici sacri confluivano in un medesimo disegno, poiché il moto degli uomini e la ricettazione delle refurtive collegavano ciò che ciascuna vittima aveva dapprima creduto essere soltanto la propria isolata sventura.

Non tutti gli accusati sostenevano tuttavia il medesimo ruolo né rispondevano degli stessi capi d’imputazione. Blaise Beauvoir, detto Troncy o Dupuis, fu condannato per distinti omicidi, tra cui quello del merciaio Herpin nei pressi di Orléans. Guillaume Taupin, detto Ambroise o Laurent Lacroix, fu dichiarato complice in svariati furti e nel delitto di Bollot. Le cinque condanne capitali non compendiavano dunque novantanove colpevolezze identiche. Dietro la formula collettiva della banda, l’atto sovrano del tribunale distribuiva le responsabilità, pur raccogliendole in un’unica monumentale procedura.

L’interminabile lista degli altri perseguiti suscita l’impressione di una città sotterranea. Vi si incontrano donne indicate con il nome del consorte o con un soprannome d’infamia, un orefice e la sua sposa, un vecchio oste, un merciaio, uomini registrati per mestiere, per contrada d’origine o per un segno impresso sul volto. Certe generalità restano incompiute. La cancelleria distingue un Dupont da un altro Dupont, un François dal piccolo François; iscrive persino diversi individui con la sola qualifica di sconosciuti. La polizia teneva in pugno relazioni e descrizioni somatiche prima ancora di disporre di identità certe.

Molti languivano rinchiusi alla Conciergerie. Altri si erano dati alla macchia; due erano già deceduti. Tale disparità di condizioni pesava su coloro che attendevano l’esito del giudizio. Essere nominati nel processo non significava che per tutti fosse giunta la fine. La corte ordinò la prosecuzione di determinati procedimenti e sospese il giudizio per numerosi imputati fino a dopo l’esecuzione dei cinque condannati. Quella dilazione non costituiva un atto di clemenza. Il supplizio dei primi doveva essere preceduto da un ultimo tentativo di estorcere nomi e confessioni a carico dei superstiti.

Nivet e i suoi quattro sodali furono pertanto condannati alla tortura ordinaria e straordinaria prima del patibolo. Il tormento della corda e degli stivaletti giungeva dopo la pronuncia della pena capitale, finalizzato a far confessare la rete dei complici. Gli altri detenuti dovevano perciò temere le ultime grida di uomini che non avevano più nulla da perdere né alcuna salvezza terrena da sperare. In questo congegno, il corpo del reo restava uno strumento d’indagine fino all’istante in cui veniva consegnato al boia sul palco.

La sentenza prescriveva la ruota in Place de Grève e disponeva l’incameramento dei beni: confisca nelle province ove essa trovava applicazione, riscossione di un’ammenda, prosieguo del giudizio per gli altri correi. La giustizia colpiva le carni, ma non trascurava le sostanze materiali. Philippe Nivet fu giustiziato il 31 maggio 1729. La piazza pose una parola spettacolare alla sua carriera; i fascicoli giudiziari, dal canto loro, rimasero spalancati intorno a chiunque gli avesse concesso un giaciglio, un falso nome, una complicità o un canale di smercio, a seconda di quanto l’istruttoria sarebbe ancora riuscita a svelare.

La copia della sentenza trasfigurata in cartoncino d’invito ha custodito i due volti di questo epilogo. Nel testo a stampa, i magistrati assegnano a ciascuno il proprio nome, le colpe e il castigo. In calce, un motteggio chiama un conoscente allo spettacolo della carne straziata. Tra i due inchiostri, i coniugi David lasciarono la fiera senza mai rincasare, la madre Mottelet e i suoi figli svanirono dal loro borgo, e gli accusati rimasero in cella a tremare per ciò che i condannati avrebbero confessato prima di spirare. Il soprannome di Fanfaron prometteva una leggenda di briganti; la carta ingiallita restituisce anche la folla che seppe sorriderne leggendola.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

La sentenza del Parlamento di Parigi del 30 maggio 1729, ristampata integralmente nel periodico Le Vieux Papier, pp. 153–157, elenca minutamente i crimini ascritti ai cinque condannati alla ruota e la sospensione del giudizio decretata per gli altri imputati. La postilla manoscritta d’invito è descritta nella presentazione bibliografica di tale esemplare. La scheda degli Archivi Nazionali francesi curata da Criminocorpus documenta i dettagli dell’agguato al ritorno da Guibray, gli ufficiali che condussero le indagini, la cattura del 5 settembre 1728 e il supplizio di Nivet il 31 maggio 1729. La presente cronaca si astiene dal tramutare arbitrariamente tutti i soggetti menzionati negli atti in complici formalmente colpevoli.

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