Vai al contenuto
Maison BeaulieuMAISON BEAULIEUAB ÉDITIONS · GASTRONOMIA E ARCHIVI STORICI
Giustizia e scandali · Inghilterra

La casa serrata di Cookley

Alle assise di Bury, nel marzo del 1812, John Smith e la moglie Elizabeth vengono processati per l’omicidio di Mary Ann, otto anni, figlia del primo matrimonio di John. Il resoconto giudiziario riporta accuse di maltrattamenti e privazioni, le testimonianze di vicini e parenti, nonché le perizie di tre chirurghi sulla fame e la cancrena. Dopo soli cinque minuti di camera di consiglio, la giuria dichiara colpevoli entrambi gli imputati e il giudice pronuncia la pena di morte; l’opuscolo non chiarisce se la sentenza sia stata eseguita.

Il frontespizio generale del fascicolo data entrambi i processi al 21 marzo 1812, dinanzi alla corte d’assise di Bury. Nella sezione dedicata agli Smith, l’avvocato dell’accusa, Mr. Alderson, apre la sua requisitoria descrivendo tre bambini che gli abitanti di Cookley non vedevano più da tempo. Sostenne che la famiglia Smith avesse sottratto i fanciulli a ogni sguardo e che le loro condizioni si fossero poi disfatte sotto i colpi, la privazione del cibo e il gelo. Il resoconto a stampa comincia con questa voce accusatoria, non con una scena ricostruita: nessun testimone racconta qui ciò che sarebbe accaduto, ora dopo ora, dentro le mura di quella casa. Il processo deve accertare ciò che si era veduto, ciò che i medici potevano dedurre e ciò che ciascuno aveva udito dire.

John Smith aveva trentanove anni, Elizabeth ventisette. Mary Ann, nata dal primo matrimonio dell’uomo, ne aveva otto. Due fratelli più piccoli vivevano con lei. Il capo d’imputazione, così come riassunto nel testo a stampa, adduceva una serie di percosse, digiuni forzati ed esposizioni al freddo tra il 31 dicembre e l’11 febbraio. Indicava quali conseguenze lesioni diffuse, un grave deperimento organico e la cancrena ai piedi; la bambina morì l’11 febbraio. Si tratta anzitutto dei termini dell’accusa, non di una constatazione indipendente. Gli altri due fanciulli sopravvissero.

Alderson chiese ai giurati di figurarsi creature un tempo robuste, ridotte a una tale debolezza da non avvedersi più di quanto le circondava. Affermò che prima delle seconde nozze di John, celebrate a novembre, i tre bambini erano puliti e ben nutriti; poi, secondo l’impianto accusatorio, erano stati confinati lontano da tutti, e i vicini ne avevano scoperto lo stato soltanto all’inizio di febbraio. Promise di dimostrare le violenze, la fame e il rigore del freddo. Il suo eloquio era quello del magistrato d’accusa, e la sua asserzione secondo cui la povertà non potesse fungere da scusante apparteneva a lui soltanto. Il dibattimento, dal canto suo, avrebbe portato alla sbarra voci assai più circoscritte.

Lucy Smith, sorella di John, collocò la sua prima visita al 5 febbraio. La sera precedente, riferì, il fratello era giunto a casa sua a Halesworth piangendo. Le aveva annunciato che la figlia maggiore stava per morire e che anche gli altri due deperivano a vista d’occhio. L’indomani Lucy trovò Mary Ann a letto, in una stanza dal lezzo per lei insostenibile. Ritenne che alla piccola non restassero che poche ore di vita. I due figli minori, al pianterreno, le parvero a loro volta quasi del tutto indifferenti al mondo circostante.

Lucy tornò il venerdì. Mary Ann ne riconobbe la voce e la chiamò mentre saliva le scale. La donna dichiarò di aver scorto lividi scuri sul corpo, sulle braccia e sul collo non appena le coperte vennero scostate. Elizabeth li attribuì alla malattia, sostenendo che fossero comparsi soltanto il giorno prima. I piedi della bambina erano avvolti in bende di tela; Mary Ann chiedeva di toglierle, ma la matrigna si oppose, stando alla deposizione di Lucy. Questo dettaglio non bastava a determinare la causa delle lesioni, eppure indicava con chiarezza che le condizioni della fanciulla non potevano più essere descritte soltanto con le parole di un genitore.

La sorella raccolse inoltre due diverse versioni della medesima sciagura. Dichiarò di aver accusato la coppia di affamare i bambini. John replicò di non riuscire a procurare cibo a sufficienza e di temere che la moglie privasse la prole perfino dell'acqua. Le avrebbe affidato i due più piccoli, che la donna prese poi sotto la propria tutela. A Lucy, l’uomo avrebbe confidato di essere rimasto sconvolto nel vedere la primogenita dopo tre settimane, aggiungendo che avrebbe lasciato la contea pur di fuggire dalla moglie. Sono parole riportate dalla sorella; non costituivano una confessione verbalizzata da un cancelliere, e il resoconto non menziona alcun altro testimone presente a quel colloquio.

La difesa interrogò Lucy sui suoi reali rapporti di vicinanza con la famiglia. La donna ammise di aver frequentato assai poco la casa dopo le seconde nozze. Ciononostante, descrisse il fratello come un marito amorevole e un padre generoso prima di quella nuova unione. Sapeva che la prima moglie era morta di tisi e riferì che John temeva che la bambina avesse patito le conseguenze dell'averla accudita. La sua testimonianza metteva insieme un allarme tardivo, confidenze attribuite al fratello e un ricordo benevolo della sua indole. Elementi che non si componevano affatto in un quadro univoco.

Mary Clark, che risiedeva a circa mezzo miglio di distanza, disse di essersi recata sul posto dopo aver udito che i bambini morivano di fame e che una delle figlie era in agonia. Conosceva la famiglia da diversi anni e ricordava fanciulli puliti, sani e vivaci. In quel mese di febbraio trovò una camera sordida e maleodorante, e Mary Ann in uno stato che definì spaventoso. La teste aveva portato a più riprese arance, dolci, vino e acqua; i piccoli, a suo dire, avevano mangiato con voracità. Riferì altresì che l’imputata affermava di dar loro quanto riusciva a procurarsi, ma che forse difettavano di bevande. Alcune frasi che la Clark attribuì alla fanciulla furono espressamente rigettate dal giudice: non possono essere considerate prove ammissibili.

Ann Cameron, già domestica in casa Smith, vi aveva prestato servizio per tredici mesi, lasciando l’impiego l’8 novembre precedente. Asserì che a quel tempo i fanciulli godevano di ottima salute e avevano sempre cibo a sufficienza. Interrogata dalla difesa, definì John un buon padre, pur precisando che l’uomo lavorava come bracciante e si trovava in casa quasi solo per i pasti e al calar della sera. La sua testimonianza attestava un prima, ma nulla diceva di quanto si fosse consumato nelle settimane in cui Mary Ann si era spenta.

John Walker, chirurgo, spiegò che John Smith si era presentato da lui il 1° febbraio per la figlia maggiore, che diceva colpita da una febbre verminosa. Walker ritenne sulle prime che la descrizione non giustificasse una visita a domicilio; prescrisse un vermifugo e si recò dai fanciulli solo uno o due giorni più tardi. Li trovò tutti fortemente emaciati e abbattuti, colti da un’apatia che lo colpì profondamente. Mary Ann, riferì, era più scheletrica di qualunque bambino avesse mai visto. Ignorava allora lo stato dei piedi. Dopo il decesso, constatò che la cancrena risaliva sino alle caviglie; stimò che avesse accelerato la morte, pur aggiungendo che la bambina si sarebbe potuta rimettere se solo fosse stata in buone condizioni di salute.

Stebbing Revans figlio, che aveva eseguito l’autopsia, attribuì la morte alla privazione di cibo. Considerava la cancrena una causa secondaria che aveva affrettato la fine, ed escluse categoricamente che la fanciulla fosse morta di tisi. Il padre, chirurgo a Halesworth da oltre ventisei anni, rese un parere analogo: la causa primaria andava ravvisata in una prolungata privazione alimentare; la cancrena aveva agito da fattore accelerante su un corpo ormai consunto. I tre medici non indicavano un’unica causa isolata. Distinguevano la privazione, lo stato di prostrazione fisica e le lesioni ai piedi, spiegando come tali fattori avessero finito per combinarsi.

La pubblica accusa aggiunse la testimonianza del constable John Wright, che aveva tratto in arresto John Smith. Wright dichiarò di non avergli promesso alcun favore. A suo dire, Smith avrebbe ammesso di aver rinchiuso la figlia nel capanno per tre notti diverse, su istigazione della moglie, e di averla appesa per la vita, con i piedi che toccavano appena terra, per non aver portato a termine il suo compito di filatura. Il resoconto attribuisce queste parole al prigioniero per il tramite dell’ufficiale; non le presenta come una confessione sottoscritta. Wright fece menzione anche di discorsi intercorsi tra i coniugi a proposito della carne e del destino dei figli, ma il giudice dichiarò inammissibile questa parte del racconto. Occorre distinguere ciò che il teste ha riferito da ciò che la giuria poteva legittimamente considerare.

I testimoni della difesa tornarono sulla moralità di John. George Higham, fittavolo che lo aveva avuto a servizio dal 1805 all’ottobre del 1811, lo descrisse come premuroso verso i figli. Gli vendeva due staia di grano ogni tre settimane e non aveva mai udito che in quella casa mancasse il pane. Anche James Reeve ricordava un uomo di indole mite, sebbene avesse frequentato meno la famiglia dopo le seconde nozze. Hayward, pure lui di Cookley, rese una favorevole testimonianza sulla sua condotta. Il giudice osservò che la reputazione dell’imputato era stata illustrata con la massima ampiezza possibile. Essa rispondeva al ritratto morale tracciato dai testimoni; non cancellava le perizie mediche né i rilievi oggettivi compiuti dentro la casa.

Nel suo riassunto finale, il magistrato invitò i giurati a stabilire anzitutto se si fosse consumato un delitto. Richiamò le conclusioni dei tre chirurghi, che ascrivevano il decesso alla fame, aggravata da altri maltrattamenti, e alla cancrena che ne aveva affrettato l'esito. Dopo soli cinque minuti di deliberazione, la giuria pronunciò un verdetto di colpevolezza per John ed Elizabeth Smith e il giudice decretò la pena capitale. Li condannò a essere impiccati lunedì 23 marzo e dispose che i loro corpi fossero poi consegnati ai chirurghi per la dissezione anatomica. L’opuscolo tace sull’effettiva esecuzione della sentenza.

Il resoconto serra le testimonianze attorno a quel medesimo focolare senza pretendere di svelare ciò che nessun estraneo vi ha veduto. La sorella aveva accolto due fanciulli; la vicina aveva recato del cibo; l’antica fantesca rammentava una casa un tempo governata con miglior cura; i periti concordavano sul peso della fame, pur distinguendo ciò che aveva precipitato la fine. Il verdetto fissa la colpevolezza dei coniugi agli occhi della giuria, non la verità infallibile di ogni parola riferita né di ogni circostanza ascritta nell’atto d’accusa. A Cookley, la porta che si era chiusa sui fanciulli non si riaprì in queste carte se non attraverso gli sguardi parziali di quanti ebbero il permesso di varcarla.

Da questo caso potrebbe nascere un libro

Aiutaci a scegliere il nostro prossimo libro

Hai appena letto il racconto completo di questo caso storico. Ci ispira tre progetti narrativi ancora da scrivere. Quale vorresti veder nascere? Il tuo voto guiderà AB Éditions.

racconto lungo

L’ora della sirena

Quando una caldaia esplode in una vetreria, il caporeparto muore sul colpo e il macchinista del turno di notte viene accusato di aver manomesso la valvola. Tre operai giurano di aver udito la sirena a ore diverse; il medico legale non sa dire se la vittima sia perita per le ustioni o per lo schiacciamento. Un’apprendista contabile ritrova nel registro di manutenzione due orari incompatibili, ciascuno controfirmato da un testimone stimato. Dovrà ricostruire la catena dei fatti senza confondere reputazione, memoria e prova. Votate per questo racconto, un enigma breve dove i verbali d’udienza pesano più del frastuono della fabbrica.

Caricamento dei voti…

romanzo

Il registro degli assenti

Alla morte di un mercante in una cittadina portuale, il socio d’affari viene accusato di aver falsificato le quietanze e cagionato la caduta mortale di uno scaricatore. La vedova sostiene che l’uomo dovesse ancora riscuotere la propria quota; i camalli rammentano un alterco, ma nessuno concorda sul giorno esatto. Una cancelliera addetta all’archivio giudiziario scopre che i libri contabili sono stati ricopiati dopo il sinistro. L’indagine la trascina da un magazzino sigillato agli uffici dei periti assicurativi, dove ogni registro tutela un interesse diverso. Votate per questo romanzo se amate le vicende in cui la colpa si insinua tra l'apparente regolarità di una carta e le incertezze della memoria.

Caricamento dei voti…

trilogia

Le voci dell’inchiesta

In tre città immaginarie, una cronista giudiziaria segue casi del tutto slegati tra loro. A Rouen, il rogo di un archivio è d'origine dolosa o provocato da un lume dimenticato? A Liegi, la morte di un marinaio è dovuta a una caduta accidentale o a una percossa subita prima dell’imbarco? A Genova, un rogito notarile protegge un’ereditiera o dissimula una spoliazione patrimoniale? Ciascun volume mette a confronto testimoni, periti e carte processuali, arrestandosi dinnanzi a ciò che il verdetto accerta per davvero. Personaggi e trame sono interamente d’invenzione; solo il rigore del dubbio probatorio unisce le narrazioni. Votate per questa trilogia di indagini indipendenti sul modo in cui i fatti divengono prove.

Caricamento dei voti…

Una scelta per caso su questo browser, modificabile e revocabile. I progetti più sostenuti nutriranno le nostre scelte editoriali. Come vengono conservate le scelte.

Scopri gli altri progetti nel Salone →
Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Lettura integrale della sezione autonoma dedicata al processo contro John ed Elizabeth Smith nell’opuscolo miscellaneo Trials for Murder at the Suffolk Lent Assizes, 1812: il frontespizio della seconda sezione, indi le pagine a stampa 22–32 sino a FINIS, immagini 28–39 del PDF Wellcome (con numerazione della scansione a un’immagine per pagina). Il testo sorgente OCR conta 3.716 parole; SHA-256 7914cc76eb91f4cbf44c2271b38f99cc7eda4f838b08e54e1ffdcb793c6debb6. Le immagini del titolo, dell’inizio e della fine sono state verificate visivamente. Il resto deriva da estrazione OCR Tesseract con rispetto delle interruzioni di pagina, non da una trascrizione diplomatica; possibili lievi errori di scansione. L’opuscolo attribuisce al patrono della pubblica accusa l’esposizione iniziale dei capi d’imputazione, trascrive le deposizioni e i pareri medici, registrando infine il verdetto di colpevolezza e la condanna capitale. Non documenta l’avvenuta esecuzione. La data del 21 marzo 1812 proviene dal frontespizio generale del fascicolo (immagine 8 del PDF Wellcome); la sezione Smith ha inizio autonomo all’immagine 28 e non ripete il giorno dell'udienza. Il primo procedimento del volume, il processo Thrower, è escluso: l’esemplare consultato è privo della prima pagina a stampa.

← Tutti i 1.003 casi del Gabinetto