Il barbiere Kirchmeier giurò dinanzi ai magistrati di aver visto la cassa rubata nella bottega del doratore Mannert. Ne descrisse la tinta verde, i fregi floreali, il basamento in legno e persino le lamine traforate della toppa. Quella testimonianza recava in sé la forza d'un'immagine nitida; ebbe altresì la definitività d'una porta che si sbarra. Nel giro di poche settimane Schönleben, il fattorino del mercante Sterbenk, l'artigiano Beutner e il doratore Mannert si ritrovarono invischiati in un'istruttoria che pareva averli già condannati. Della cassa, per contro, non v'era ancora traccia.
Al mattino del 30 giugno 1790, Katharina Kamm, fantesca presso il negoziante Johann Marcus Sterbenk, rinvenne spalancato il portone di casa. Aperta era pure la stanza dello scrittoio. Il pesante forziere di ferro che vi era custodito era svanito. Sterbenk ne stimò da principio il contenuto in duemila fiorini; stabilì in seguito, mastri contabili alla mano e previo giuramento, che esso racchiudeva 1.828 fiorini e 20 kreuzer. Nel cuore della notte, qualcuno aveva forzato l'accesso, rimosso un vetro dell'ufficio e portato via la cassa.
La dinamica appariva lineare, ma i dettagli cedettero ben presto il passo alle congetture. La casa non disponeva di una serratura a chiave sulla porta d'ingresso, bensì di un semplice chiavistello che la Kamm asseriva di aver serrato la sera innanzi. Nessuno, tuttavia, verificò nell'immediato lo stato dell'ingegno né la configurazione dei luoghi. Qualche giorno addietro, una lastra della finestra interna era già stata sfilata per dischiudere una porta la cui chiave era andata smarrita. La servitù rammentava la circostanza, traendone la convinzione che un familiare della casa avesse potuto approfittare di quel varco.
I primi interrogatori non produssero né refurtiva né testimonianze decisive. La fanciulla giunta per la consegna del latte, che all'arrivo aveva trovato la porta spalancata, non venne escussa, stando alla narrazione del Pitaval. La voce pubblica, per contro, serpeggiava già tra i vicoli di Norimberga. Essa s'abbatté sull'uomo più vicino al forziere: Johann Georg Schönleben, il fattorino di Sterbenk. Costui s'era lasciato sfuggire che sarebbe andato a riconoscere la cassa se solo si fosse saputo dove fosse stata trasportata. L'uscita, di cui offrì una spiegazione innocua, parve sospetta. Suo fratello, un contadino, era venuto a fargli visita il giorno del furto, lasciando poi la città con un carro colmo di letame. Il sospetto si tramutò in racconto: la cassa doveva trovarsi sepolta sotto quel carico.
Schönleben respinse ogni addebito. Gli inquirenti perquisirono la sua dimora, spingendosi a sollevare le assi del pavimento e a sondare la terra battuta. Nulla fu rinvenuto. Ma l'assenza di prove materiali non arrestò la macchina giudiziaria. Fu interrogato Beutner, un artigiano dedito alla battitura di sottili lamine metalliche, il quale aveva aiutato Schönleben a scaricare legna da Sterbenk pochi giorni prima. Nell'occasione era salito lungo la scala che conduceva allo scrittoio; alcuni testimoni affermarono che vi si era soffermato a scrutare l'interno. Divenne il complice naturale del primo indiziato: il forziere era greve, e la corte riteneva impensabile che un uomo solo avesse potuto caricarlo.
Prima ancora che venisse dato alle stampe il bando con cui si promettevano cento fiorini a chiunque rinvenisse la cassa o ne indicasse l'autore, Kirchmeier aveva confidato a Sterbenk quanto asseriva di aver scorto. Il testo rileva uno scarto di otto giorni: la taglia non spiega dunque quella prima rivelazione. Il barbiere narrò che, la mattina stessa del misfatto, nella dimora del doratore Johann Schweikhard Mannert, aveva notato una cassa del tutto simile a quella descritta nell'avviso. Giaceva accanto alla stufa, celata da un tavolino. Kirchmeier ne rese una descrizione talmente minuziosa che, per Sterbenk e per i giudici, una mera coincidenza parve insostenibile.
Mannert era un artefice stimato, padre di due fanciulli, ma le sue finanze versavano in cattive acque. Egli negò di aver mai posseduto un simile forziere. La consorte e i figli deposero nel medesimo senso. Ciò nondimeno, Kirchmeier ribadì la propria versione in un confronto all'americana. Nell'abitazione di Mannert i magistrati scoprirono un'asse sconnessa dentro un ripostiglio, giungendo a ipotizzare che la cassa fosse stata tratta dall'edificio contiguo attraverso un'apertura prospiciente un angusto passaggio. L'ipotesi spiegava il tragitto materiale; non dimostrava affatto che esso fosse avvenuto. Dalle perquisizioni non emerse alcunché.
I sospetti si fecero tuttavia più serrati. Kirchmeier rimarcò che la cassa, dipinta di verde e istoriata a motivi floreali, era stata nell'alloggio di Mannert. La sua prima confessione informale aveva preceduto gli arresti; la deposizione giurata, recante la data del 27 luglio, sopraggiunse dopo la carcerazione del doratore e di sua moglie. I figli di Mannert vennero interrogati, ma non ristretti in prigione. Non riconobbero il forziere; il padre continuava a negare. Dinanzi alla sua ostinata fermezza nel respingere le accuse, le autorità lo percossero con un nervo di bue, come attesta la cronaca. Egli non confessò. I resoconti spirituali registrati dai compilatori del Pitaval mostrano come si pretendesse pure dai confessori l'estorsione d'una qualche ammissione. Mannert e i suoi ribadirono la propria innocenza.
Il popolino, intanto, aveva già emesso il suo verdetto. I vetri della casa di Schönleben furono infranti. In una di queste sassaiole, il neonato che la madre stringeva al petto rimase ucciso, secondo quanto tramandato dalle carte d'archivio compendiate nell'opera. I tre focolari inquisiti scontavano ormai una pena che il tribunale non aveva ancora formalizzato. Schönleben, la moglie e Beutner restavano rinchiusi; Mannert e i suoi subirono interrogatori e perquisizioni corporali, mentre il doratore stesso veniva fustigato. La cassa mancava ancora all'appello, eppure ogni nuovo elemento pareva confermare la narrazione originaria di Kirchmeier anziché vagliarla criticamente.
La matassa si dipanò soltanto in autunno. Un lavorante d'officina, soprannominato «il Berlinese», aveva rinfacciato a Magnus Melchior Blösel un improvviso e sospetto arricchimento. Il mastro fabbro Christian Gottlieb Gösser e il suo compagno avevano acquistato orologi e abiti di pregio, laddove sino a quel momento avevano vissuto nelle ristrettezze. Alcune frasi captate in una bettola indirizzarono i sospetti sul loro conto. Il 30 ottobre, il giudice Harsdorff fece interrogare un teste che riferì tali conversazioni. Questa volta gli inquirenti percorsero la pista anziché scartarla per compiacere il loro teorema iniziale.
Schönleben fu nuovamente ascoltato. Ricordò che Gösser aveva riparato la porta di Sterbenk e che, poco prima del proprio arresto, il fabbro gli aveva domandato se di lì a breve gli sarebbe stata commissionata una nuova cassa di ferro. La battuta assunse tutt'altro significato. Una prima ricognizione portò al rinvenimento di alcuni indizi, sebbene Gösser negasse che i frammenti metallici trovati nella sua bottega appartenessero al forziere. Il serrato incalzare degli interrogatori e la congerie di riscontri condussero infine alla sua piena confessione e a quella di Blösel. Nel corso d'una seconda perquisizione, vennero dissotterrati oltre duecento fiorini. Altri rottami di ferro furono ripescati nelle acque del fiume Pegnitz, e lo straccivendolo Albrecht confermò d'averne acquistati. La moglie di Gösser confermò parti sostanziali del loro racconto, pur collocando in un momento diverso la rivelazione del delitto fattale dal marito.
Il fabbro spiegò che conosceva le debolezze strutturali dell'infisso e dello scrittoio per aver prestato la propria opera in quella dimora. Aveva dapprima tentato di scassinare il forziere sul posto, per poi rientrare a chiamare il complice. Insieme l'avevano trasportato a casa di Gösser, forzato e ne avevano spartito il bottino. Gösser aveva occultato le monete d'oro e speso il resto per estinguere debiti e provvedere ai bisogni domestici. Avevano poscia frantumato la cassa, gettandone i resti nel fiume. I particolari delle confessioni collimavano con i reperti recuperati e con le evidenze materiali dell'indagine. Il Pitaval ascrive dunque la colpa del furto a Gösser e Blösel, scagionando coloro che erano marciti in prigione per mesi.
Il 5 novembre, Schönleben, Beutner e Mannert vennero rilasciati previa prestazione dell'Urphed, il solenne giuramento con cui rinunciavano a qualunque proposito di vendetta. Non si trattava ancora del definitivo proscioglimento. Mannert aveva perduto la moglie: la donna era spirata in carcere il 28 settembre, vinta da un morbo descritto dai cronisti come febbre miliare. Il marito non aveva potuto assisterla; i figli erano rimasti affidati a estranei. La rimessione in libertà non poteva sanare quel lutto, né cancellare i soprusi della folla o le percosse inferte all'artigiano. Soltanto l'8 aprile 1791 la corte proclamò la loro assoluta e piena innocenza; la magistratura s'adoperò altresì per soccorrere le famiglie, in specie quella di Mannert.
Restava il nodo di Kirchmeier. Egli seguitò a sostenere d'aver veduto la cassa da Mannert, persino dinanzi alle confessioni e al ritrovamento dei rottami. I giudici non riuscirono a determinare se avesse mentito con pervicacia, se fosse incorso in un madornale abbaglio o se le sue facoltà percettive fossero state alterate. Il compilatore del Pitaval riferisce le ipotesi mediche allora formulate, tra cui quella d'una fantasia sconvolta dai postumi d'una malattia; trattasi di congetture postume, non di un responso clinico accertato. Nel febbraio del 1791, il barbiere fu prosciolto dal procedimento penale. Abbandonò Norimberga schiacciato dall'esecrazione pubblica; malgrado il versamento d'un indennizzo ai fanciulli di Mannert, la sua bottega non risorse mai più.
La sentenza definitiva fu pronunciata l'8 aprile 1791. Gösser fu esposto alla gogna, frustato a sangue e tradotto nella casa di correzione; a Blösel furono inflitte parimenti pene corporali e la detenzione. La moglie del fabbro venne liberata dopo aver prestato giuramento. Anni più tardi, Gösser e il complice ottennero la scarcerazione per buona condotta, con bando perpetuo dalla città di Norimberga. Il processo aveva infine designato i ladri e riabilitato i giusti. Non aveva tuttavia sciolto l'enigma più perturbante: per quale ragione Kirchmeier aveva giurato di vedere, con tanta millimetrica precisione, una cassa che non aveva mai varcato la soglia dei Mannert?
