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Giustizia e scandali · Germania

La causa di Ludwig Steiner

Nel 1821, il calzolaio Ludwig Steiner uccide il magistrato Elsperger, ritenuto colpevole di una condanna per diffamazione e della conseguente umiliazione. Le versioni mutano a ogni interrogatorio; le perizie mediche si scontrano. La seconda corte d’appello conferma l'accusa d'omicidio, ma commuta la pena capitale nel carcere a vita.

Il 26 giugno 1821, alle tre del pomeriggio, Ludwig Steiner attraversava la piazza del mercato di Ratisbona con un pezzo di cuoio sotto il braccio. Maestro calzolaio di cinquantatré anni, si era appena procurato la merce a credito. Il magistrato Elsperger stava uscendo dal municipio. Si incrociarono, scambiarono parole cariche di collera; alcuni testimoni videro Elsperger sollevare il bastone da passeggio, e taluni credettero persino che avesse vibrato un colpo. Steiner estrasse una pistola, poi una seconda dopo che la prima aveva fatto cilecca. Elsperger stramazzò al suolo. Steiner ripose l’arma in tasca, mosse alcuni passi dinanzi ai passanti sbigottiti, poi affrettò l'andatura verso la propria bottega.

Vi trovò gli apprendisti e annunciò loro di aver appena sparato al magistrato. Depose il cuoio, spiegò di volersi consegnare alla giustizia e lasciò la stanza. Un muratore lo fermò prima ancora che potesse raggiungere la strada. Due gendarmi presero in consegna il calzolaio; egli disse loro di aver compiuto il proprio disegno e di avere la coscienza in pace. Al commissariato, fu lui stesso ad avvertire le guardie che una delle due pistole sequestrate era ancora carica, affinché nessuno si ferisse per imprudenza. Elsperger, trasportato al vicino posto di guardia, spirò meno di dieci minuti dopo lo sparo. Fin dal primo interrogatorio, Steiner ammise il fatto. La questione della premeditazione, invece, non si sarebbe risolta con altrettanta immediatezza.

La cronaca giudiziaria di Feuerbach, tradotta da Lady Duff Gordon, delinea il profilo di un uomo che i concittadini avevano sino ad allora considerato un artigiano abile, tranquillo e geloso della propria reputazione. L’attività era in declino; conservava tuttavia ancora qualche apprendista e si era ritagliato un posto nella comunità cittadina. Nel 1817, un dissidio spaccò la corporazione dei calzolai per l’elezione di un maestro. Steiner accusò pubblicamente il proprio rivale di furto. Questi sporse querela per diffamazione. Il 30 settembre 1818, Steiner fu condannato a porgere pubbliche scuse, a scontare ventiquattro ore di carcere e a rifondere le spese processuali. Il ricorso in appello fallì. Il 25 novembre, Elsperger confermò la sentenza; in dicembre, ne dispose l'esecuzione senza attendere l'ulteriore ricorso che Steiner sosteneva di voler presentare dinanzi alla corte centrale di Monaco.

Quella che per altri avrebbe potuto rimanere una condanna contenuta a un solo giorno di prigione e a una formula di scuse, divenne per lui un'ossessione da cui non si sarebbe più liberato. Steiner sosteneva che gli atti originali fossero stati espunti a vantaggio di documenti contraffatti. Non si trattava di una certezza suffragata dagli atti istruttori, bensì di una sua intima convinzione, che ogni rigetto pareva rinvigorire. Chiese di poter rincasare prima dell'arresto per riordinare gli affari e impostare il lavoro degli apprendisti; Elsperger oppose un netto rifiuto. Scontata la pena, Steiner dichiarò che il calore soffocante e il lezzo della cella lo avevano fatto ammalare. Giunse poi il momento delle scuse dovute all'avversario: le considerava ipocrite e mendaci, poiché restava persuaso di averlo colto in flagrante nel furto contestato.

La sua resistenza non si esaurì in un singolo atto di protesta. Si susseguirono citazioni, diffide e sanzioni pecuniarie; Steiner si recò di persona a Monaco per sollecitare la revisione del capo di sentenza relativo alle scuse, ma rientrò a mani vuote. Quando infine la minaccia di un’ammenda di sei talleri lo convinse a consegnare una memoria redatta dal proprio legale, Elsperger ne fu il destinatario formale. Nella mente di Steiner, quell'atto non pose affatto fine al contenzioso. Al contrario, inchiodò il magistrato al centro di ogni danno che egli imputava alla procedura: la perdita dell’onore, il dissesto economico, il progressivo disfacimento della bottega.

Nel marzo del 1819 inviò una supplica a un parente di Monaco; nel maggio del 1820 si presentò personalmente dinanzi al Consiglio privato. Rientrò convinto che la giustizia gli avrebbe infine dato ragione, confidando a un amico che il procedimento avrebbe presto preso una piega diversa, senza la quale avrebbe compiuto un gesto capace di sbalordire il mondo. L'amico era già a conoscenza di una minaccia ben più esplicita: se il verdetto non fosse stato revocato, Elsperger avrebbe dovuto morire. Il Consiglio respinse la supplica l’8 settembre 1820.

Da quel momento, gli indizi dei suoi propositi non mancarono più. Steiner diceva di temere di essere rinchiuso in un manicomio e si dipingeva come un uomo al quale era negata ogni tutela civile. Aveva preso l'abitudine di portare con sé due pistole cariche, diceva, tanto per difendersi quanto per sparare a Elsperger. Le esibiva apertamente; le provava nei campi. A un sarto, circa due settimane prima del delitto, rievocò la propria causa giudiziaria, estrasse un’arma dalla tasca e dichiarò che, se la faccenda si fosse messa male, avrebbe fatto fuoco contro qualcuno. Altri udirono minacce analoghe. I magistrati ne furono ragguagliati, ma l’ostentata sfacciataggine di tali vanterie parve loro, forse, la migliore garanzia che non sarebbero mai sfociate nell’azione.

Il giorno della tragedia, una scena domestica diede a tanta rabbia la sua cornice più ordinaria. La serva Elizabeth Fischer lo vide intento a tagliare un paio di stivali e lo udì lamentarsi di non avere né cuoio a sufficienza né il denaro per procurarselo. Dovette ottenerlo a credito. Due conoscenti lo incrociarono sul ponte sul Danubio; passò oltre senza ricambiare il saluto, con un’aria talmente stravolta da indurli a bollarlo come pazzo. Era ridotto in miseria, isolato dai vecchi compagni, separato dalla moglie e convinto che creditori e giudici stessero tramando una medesima persecuzione ai suoi danni. Sono elementi che descrivono lo stato di crisi così come i testimoni e Feuerbach lo riferiscono; non trasformano, tuttavia, il delirio di Steiner in una giustificazione.

Sulla piazza, stando alla sua confessione, apostrofò Elsperger esigendo l’indennizzo che riteneva gli spettasse. Il magistrato replicò con freddezza e alzò il bastone. Le deposizioni discordavano sul gesto esatto: parecchi videro il bastone brandito a mezz'aria; alcuni asserirono che avesse colpito l'artigiano. Steiner estrasse la prima pistola, ma il colpo fece cilecca. Elsperger respinse l’arma con la canna del bastone. Steiner la rimise in tasca, ne impugnò un'altra e fece fuoco. Un passante riferì di aver udito il grido: «Aspetta, miserabile!». L’inchiesta si trovava dinanzi a un delitto consumato sotto gli occhi di molti, ma anche a un alterco la cui immediata violenza non poteva essere ricostruita da tutti in modo univoco.

L’interrogatorio non delineò una confessione coerente, bensì una serie di continui aggiustamenti. Steiner sostenne dapprima che l’ingiuria e la bastonata lo avevano accecato, poi affermò di non aver mai voluto uccidere né ferire; la seconda pistola, giurò, era stata tirata fuori per impedire a Elsperger di aggredirlo ed era esplosa accidentalmente. Dichiarò in seguito di aver mirato alle gambe, attribuendo il colpo mortale al tremore della mano. Incalzato sulle minacce proferite nei mesi precedenti, le liquidò come fandonie o ammise di aver parlato senza rammentare con precisione i termini usati. Poi, al quinto esame, confessò di aver a lungo premeditato di assassinare Elsperger per vendetta qualora i ricorsi fossero falliti, pur ribadendo che lo scontro verbale del 26 giugno lo aveva spinto ad agire prima del previsto.

Un nuovo ciclo di audizioni portò infine a una confessione più articolata. Steiner vi legava il proprio rancore all’esecuzione forzata della pena, all’obbligo di presentare le scuse e al rifiuto opposto dai magistrati di sanare quella che reputava una palese ingiustizia. Ammise di essersi armato anche con l'intento di colpire Elsperger, e raccontò che, il giorno dell'omicidio, intendeva chiedergli ancora un aiuto; se il magistrato si fosse rifiutato, l'avrebbe ucciso. Eppure, persino questa dichiarazione serbava una logica difensiva: Steiner rimetteva l'ultima scelta nelle mani dell'uomo che aveva già deliberato di affrontare a mano armata.

L’istruttoria non si esaurì con la confessione. Due medici fornirono letture divergenti delle sue condizioni psichiche. Il medico curante lo descrisse come un individuo nervoso e ossessionato dalla lite giudiziaria, pur senza poter diagnosticare una vera e propria alienazione mentale. Il perito nominato dal tribunale ritenne invece che il delirio sviluppatosi attorno alla causa lo rendesse del tutto incapace di intendere e di volere. I collegi medici d’appello si spaccarono a loro volta: taluni conclusero per una follia melanconica, altri per una facoltà d'agire scemata, ma non tale da escludere del tutto l'imputabilità. Feuerbach difende con vigore il rigore della norma legale contro quella che bolla come un'ingerenza eccessiva delle perizie mediche; considerazioni, queste, che riflettono la dottrina penalistica del tempo, non certo una valutazione clinica moderna.

Il tribunale d’appello di primo grado giudicò Steiner colpevole di omicidio volontario il 9 luglio 1822, condannandolo alla decapitazione mediante spada. Il suo difensore impugnò la sentenza dinanzi a una seconda corte. Dopo un nuovo riesame degli atti e l'acquisizione di ulteriori pareri medici, quest'ultima confermò la colpevolezza per omicidio, ma commutò la pena capitale nel carcere a vita il 31 agosto 1824. Il dramma scaturito da una contesa per diffamazione si chiudeva così, sei anni dopo il primo verdetto corporativo, con una sentenza il cui nodo non riguardava più l'accertamento del fatto, bensì l'esatta misura della responsabilità e della pena.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Capitolo integrale «Ludwig Steiner; the Murderer from Revenge», pagine a stampa 346–368 (linee OCR 13689–14581 incluse, fino al contrassegno «THE END»; il colophon ha inizio alla linea 14583), esaminato per intero. La trattazione distingue chiaramente la sentenza per diffamazione del 1818, i successivi gravami di Steiner, le minacce riferite da plurimi testimoni, le versioni discordanti fornite negli interrogatori e i pareri peritali non conformi dei collegi medici. La prima corte d'appello commina la pena di morte nel 1822; il secondo collegio conferma la responsabilità per omicidio disponendo la reclusione a vita il 31 agosto 1824. La fonte assegna a Steiner un movente di vendetta e registra versioni contrastanti sulla reale entità del gesto compiuto da Elsperger prima dello sparo. Le generalizzazioni psicologiche e le chiose penali sono ascrivibili a Feuerbach, autore del testo qui compreso nella traduzione inglese di Lady Duff Gordon (1846), e non vanno intese come approdi medico-legali contemporanei. Riconoscimento ottico dei caratteri non collazionato su facsimile; traduzione non raffrontata con l'originale tedesco; minute giudiziarie d'archivio non consultate.

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