Una sera, in una locanda nei pressi dell’Iron Gate, quattro giovani bevvero con i marinai di una nave da guerra. Una squadra navale doveva salpare per il Baltico ed era a corto di braccia. Con l’aiuto dell’alcol, i marinai presero a parlare di partire insieme verso il Nord; John Hamp e due compagni acconsentirono ben presto, poi un quarto finì per cedere dopo un altro giro di punch. Un tenente, informato di quell’arruolamento, promise di saldare il conto e di dare una ghinea a ciascuno. Gli uomini erano troppo ebbri per camminare da soli; alcuni marinai li trasportarono fino alla lancia, li adagiarono e li coprirono con dei mantelli. Al mattino, Hamp si svegliò a bordo. Si meravigliò della propria situazione, ma non oppose alcuna protesta e iniziò il viaggio di buon umore, stando alla cronaca.
Hamp era nato nella parrocchia di St. Giles-without-Cripplegate, da genitori che il resoconto definisce onesti e rispettabili. Avevano avuto cura della sua educazione; ragazzo pieno di vivacità, aveva chiesto di essere messo a bottega presso un operaio che inchiodava i listelli per le case. Non rimase fino al termine del suo contratto. L’episodio della locanda, ai piedi della Torre di Londra, lo allontanò così dal mestiere prima ancora che avesse potuto esercitarlo a lungo. La memoria d’archivio lo conduce dunque verso il mare, dapprima senza alcun disegno meditato di carriera: un’occasione nata da una notte di bagordi divenne una partenza per Copenaghen e per il Nord.
La traversata fu aspra. Non vi furono combattimenti nella spedizione baltica, afferma il cronista; le prove furono quelle del mare e del gelo, che gli uomini avvezzi a un clima inglese sopportavano a stento. La flotta gettò l’ancora vicino a Copenaghen. Tra le conoscenze di Hamp vi era Scrimgeour, marinaio gioviale, benvoluto dagli uomini e talvolta dagli ufficiali, pronto a condividere il proprio denaro. Un giorno, mentre cercava provviste fresche per offrire un banchetto ai compagni, un uomo notò il tallero che teneva in mano. Scrimgeour, a corto di spiccioli, accettò che glielo cambiassero. Consegnò la moneta e si accingeva a tornare a bordo quando un ufficiale danese e alcuni soldati giunsero per arrestarlo con l’accusa di falsificazione di moneta.
L’uomo che aveva cambiato il tallero si trovava tra loro. Scrimgeour lo riconobbe e fuggì verso la lancia, che lo ricondusse alla nave. Si credette al sicuro, ma fin dal mattino seguente tre commissari danesi si presentarono dall’ammiraglio. Spiegarono che un marinaio della flotta aveva messo in circolazione pezzi falsi ed era sfuggito all’ufficiale che intendeva catturarlo. L’ammiraglio rifiutò di consegnare l’uomo ai danesi, ma promise una severa punizione qualora le prove avessero confermato l’accusa. Inviò un tenente e venti soldati a bordo della nave di Scrimgeour, insieme al danese che lo aveva visto cambiare la moneta. Scrimgeour fu immediatamente arrestato; nel suo baule si scoprirono quasi cento talleri falsi, così ben imitati che i marinai non avrebbero potuto distinguerli da quelli autentici.
La corte marziale lo condannò a essere fustigato di nave in nave. La pena fu eseguita al cospetto dei commissari danesi con una tale durezza che costoro, ben lungi dal sospettare gli inglesi di favorire il proprio compatriota, pregarono l’ammiraglio di risparmiargli le ultime tre navi. La loro istanza fu respinta. Hamp faceva parte degli uomini incaricati di remare per trasportare Scrimgeour da un vascello all’altro. La cronaca riferisce che la vista del marinaio dopo l’ultima sferzata lo riempì di terrore, così come sconvolse chiunque lo vide. L’autore aggiunge che, nonostante il sospetto che altri membri dell’equipaggio fossero coinvolti, in seguito non vi fu più alcuna moneta falsa messa in circolazione. La sorte di Scrimgeour rimase dunque per Hamp una lezione tremenda sulla severità di un castigo, nel momento stesso in cui egli ancora non sapeva di essere trascinato verso la forca.
Trascorsero quasi cinque anni prima che Hamp pensasse di rientrare e riprendere il proprio mestiere. La sua nave fu richiamata e poi disarmata. Gli restava pochissimo denaro: il piacere che provava nel bere aveva quasi interamente prosciugato le sue paghe prima del ritorno. La cronaca stima che avrebbe potuto cavarsela lavorando con regolarità e rinunciando ai propri eccessi. Hamp, alla vigilia della morte, avrebbe egli stesso attribuito la propria fine al vizio dell’alcol, senza altro delitto. Questo giudizio ci giunge dal condannato e dall’autore, il quale ritiene le parole pronunciate sulla soglia della morte degne di fede.
Dopo il ritorno, Hamp ricominciò a bere più ancora che in mare. Una notte, ebbro, camminava per strada quando una donna lo prese per la manica e gli propose di entrare da sua madre per bere un boccale. Egli accettò. Non tardò ad addormentarsi nella casa, alla presenza di James Bird, che sarebbe stato impiccato con lui, della donna che ve lo aveva condotto e di un’anziana che costei chiamava sua madre. Giunsero allora alcune guardie per arrestarli, Hamp e Bird, a causa della loro presenza in una casa ritenuta malfamata. Una volta condotti al corpo di guardia, entrambi furono accusati di aver derubato e percosso con violenza un’anziana donna vicino a Rag Fair.
Al processo davanti all’Old Bailey, nella sessione successiva, la deposizione della donna fu perentoria contro di loro ed essi furono dichiarati colpevoli. Hamp serbava tuttavia la propria calma dinanzi alla sentenza. Sosteneva di non aver mai conosciuto Bird prima della sera dell’arresto e di non aver mai guadagnato disonestamente nemmeno mezzo penny: aveva sempre lavorato per pagare le proprie spese. Quanto all’aggressione, affermava di non saperne nulla più di un bimbo non ancora nato. Credeva che la donna dicesse il vero sul delitto, aggiungeva, tranne nell’errore sull’identità dei colpevoli; quanto a Bird, rifiutava di asserire che vi avesse preso parte. Il resoconto non fornisce né il nome della donna né il dettaglio degli oggetti rubati o delle ferite.
Un ecclesiastico di chiara fama gli fece visita e lo esortò pubblicamente a riconoscere la propria colpevolezza. Gli rammentò che i giurati lo avevano condannato all’unanimità, che la legge aveva fissato la sua morte e che non vi era più speranza di sfuggirvi. L’ostinarsi a negare, gli disse, non gli sarebbe stato di alcun soccorso in questo mondo e rischiava di farlo comparire davanti a Dio con una menzogna sulle labbra. Hamp lo ascoltò con attenzione, poi rispose che gli era grato di quella visita, ma che l’uomo che gli parlava non gli avrebbe chiesto di confessare se il fatto non fosse stato vero. Riconobbe di aver condotto una vita dissoluta, abbandonata al vizio, ma affermò che l’accusa era interamente falsa. Non voleva, spiegò, aggiungere alle proprie colpe l’impostura di una confessione estorta sotto pressione.
Il cappellano di Newgate si recò in seguito nel braccio dei condannati a morte per interrogare Bird. Questi era malato e in uno stato pietoso. Confermò, secondo la cronaca, di non aver mai visto Hamp prima della notte dell’arresto. Si accusò di essere un grande peccatore e un vecchio ladro, spesso arrestato per altri furti, ma negò anch’egli ogni partecipazione al fatto in questione. La convergenza dei loro dinieghi non li sottrasse alla sentenza. Né dissipò l’interrogativo su come due uomini fermati insieme in una casa si fossero ritrovati condannati per un delitto commesso altrove, sulla scorta della categorica deposizione riportata dal testo.
A Tyburn, Hamp apparve sereno e con una gaiezza che la cronaca giudicava rara per un uomo sull’orlo del patibolo. Riconobbe dinanzi alla folla i propri peccati, in particolare la sua debolezza per le donne e, ancor più, per il bere. Diceva di comprendere che la giustizia divina lo conducesse a una morte infame per tali mancanze. Ma negò ancora di aver aggredito la donna di Rag Fair e dichiarò di non aver mai commesso alcun furto. Chiese agli astanti di pregare per lui, poi si raccolse brevemente. Morì mercoledì 22 dicembre 1725, nel suo venticinquesimo anno, insieme a Bird. Quest’ultimo, aggiunge la cronaca, confermò la versione di Hamp per quanto glielo consentisse lo stato smarrito della sua mente. La pagina si chiude su due condannati giustiziati lo stesso giorno, senza che il resoconto permetta di sciogliere il contrasto tra il loro diniego e la testimonianza che li aveva condotti al verdetto.
