In un villaggio dell’Alta Lusazia sassone, il primo figlio morì senza che alcuno sospettasse un delitto. Tre anni dopo, quando un secondo neonato fu trovato privo di vita nella medesima casa, la levatrice si ricordò della prima culla. Tra quelle due notti, la morte aveva mutato di senso: da sciagura pianta e deplorata, era divenuta un interrogativo che il tribunale non poteva più lasciare assopito.
Il Nuovo Pitaval, che riferisce la vicenda nel 1864, non rivela il nome della donna. La scansione non conserva che iniziali incerte, «Jsch.»; e anche il villaggio resta senza nome. Occorre dunque attenersi a questo anonimato. La cronaca descrive una famiglia prospera. Il marito trafficava in bestiame; dopo diciassette anni di matrimonio, i coniugi avevano acquistato due locande con i relativi terreni. Da quell’unione vivevano ancora due figli maschi, di diciassette e quattordici anni all’epoca dell’istruttoria. Quella casa conosceva le sue liti: la cronaca menziona la gelosia della moglie e la ruvida indole del marito. Ne parla con i pregiudizi del proprio tempo; non prova affatto che tali dissidi abbiano provocato i delitti.
Il 14 marzo 1855, la donna diede alla luce una bambina. La levatrice assistette al parto e tornò la sera. Madre e figlia, diceva, stavano bene. Si offrì di trascorrere la notte nella casa, ma la madre la congedò: era sfinita e voleva riposare. Dopo qualche scambio di parole, la levatrice se ne andò verso le nove. La giovane madre rimase sola con la piccola.
Poco dopo, il marito entrò nella camera dove la moglie giaceva a letto. Ella gli annunciò che la figlioletta era morta. Egli ne constatò il decesso, e la donna parlò di una convulsione. La cronaca non riferisce allora alcuna accusa. L’indomani, la levatrice esaminò la bimba nel lettino dove l’aveva adagiata la sera innanzi. Non scorse né lesioni esteriori né anomalie apparenti. Un’altra donna, incaricata di lavare la salma, si scontrò con le rimostranze della madre, la quale assicurava che era già stato fatto tutto. Costei andò oltre e svestì la neonata, senza rinvenire macchie violacee. Interrogata da questa donna sulle cause del decesso, la madre rispose di ignorarle lei stessa: quando aveva voluto guardare, la piccola era già morta. La si seppellì; passarono gli anni, e il paese non suppose mai che fosse stato consumato un crimine.
Il 18 novembre 1858, la medesima levatrice assistette a un nuovo parto. La bambina, riferisce la relazione, era giunta a termine, sana e vigorosa; la madre appariva in condizioni ordinarie. La levatrice propose di nuovo di vegliare la notte. Il marito sollecitò la moglie ad accettare. Ella rifiutò con fermezza, sostenendo che non avrebbe potuto dormire alla presenza di un’estranea. Promise che avrebbe chiamato più tardi il marito, il quale riposava in una stanza vicina. La levatrice cedette. Il marito le aprì la porta d’ingresso e la riaccompagnò all’uscita.
Egli tornò quindi nella propria camera, si spogliò e si coricò. Non raggiunse la consorte, credendo che dormisse e non volendo recarle disturbo. La casa cadde nel silenzio. La narrazione del Pitaval attribuisce a quella notte una quiete che gli atti, a quel punto, non potevano misurare: la madre era sola con la bambina, mentre gli altri occupanti dormivano.
Poco dopo, colpi vigorosi destarono il marito dal sonno. Egli accorse. La moglie gli disse: «Ahimè, vieni presto, non senti dunque? Ho già chiamato più volte; la bimba è morta di nuovo». Egli si meravigliò che un neonato potesse perire tanto in fretta e domandò se non l’avesse fasciata troppo stretta. Ella negò: la piccola, raccontava, aveva avuto all’improvviso alcuni sussulti; quando l’aveva sollevata tra le braccia, era già spirata. Ai rimproveri del marito per aver congedato la levatrice, replicò che costei non avrebbe avuto una sistemazione adeguata. Poi troncò ogni discorso: era sfinita e intendeva dormire. Volle tenere il corpicino accanto a sé. Il marito fece ritorno nella propria stanza.
Alle otto del mattino, la levatrice si ripresentò. La madre le annunciò all’istante la morte. La bambina, fredda e senza vita, non giaceva più nella culla, bensì su un canapè. La levatrice riconobbe su entrambi i lati del collo tracce bluastre che le parvero cagionate da una pressione. Interrogò la madre, la quale rispose di non aver fatto nulla. La levatrice le intimò che avrebbe dovuto denunciare il fatto. Allora la donna la scongiurò di non rovinare lei e i suoi figli, offrendole di darle qualsiasi cosa desiderasse. La minaccia della denuncia aveva suscitato un tentativo di mercanteggiamento.
Entrò a sua volta il marito. Sconvolto dai sospetti della levatrice, domandò alla moglie che cosa avesse commesso. Ella cercò dapprima di placarlo: «Lascia, andrà tutto bene, lo farò perdonare con la preghiera». Quella frase non dissipò nulla. Il giorno stesso, un magistrato del tribunale procedette a un primo interrogatorio; il cadavere fu sottoposto alla perizia necroscopica riportata dalla cronaca. La donna ammise di aver ucciso la figlioletta. Descrisse un soffocamento deliberato, precisando poi di essersi servita anche di un panno stretto attorno al collo. La relazione giudiziaria attesta che l’autopsia confermava il suo racconto della dinamica e stabiliva che la neonata era nata viva e vitale. Non si trattava dunque della sola parola di una donna atterrita: la confessione trovava riscontro nell’esame del corpo. I dettagli medici giungono a noi, tuttavia, attraverso tale cronaca, senza un riscontro indipendente sui verbali originali.
L’istruttoria non si arrestò al secondo cadavere. I segni sul collo e la confessione indussero a riaprire la vicenda del 1855. La donna riconobbe allora di aver strangolato la prima figlia con un panno, poco dopo la partenza della levatrice. La versione iniziale delle convulsioni veniva sostituita da una confessione di omicidio. Il corpo non fu né riesumato né sottoposto ad autopsia: questa divergenza pesava. Per la seconda bambina, i riscontri peritali corroboravano la confessione; per la prima, sepolta da tre anni, i giudici disponevano soltanto dell’ammissione di colpa e dei ricordi dei familiari. Il primo decesso, sepolto sotto la parvenza di una sventura, entrava così formalmente negli atti del processo.
Per quale ragione aveva agito? La cronaca prospetta diversi moventi, senza poterne accertare alcuno con la medesima sicurezza delle confessioni. Secondo il testo, l’inchiesta accertò che la prima figlia era frutto di una relazione adulterina. La madre sostenne con fermezza che la seconda apparteneva al marito, persino quando le fu spiegato che tale distinzione l’avrebbe esposta a una pena più severa. L’adulterio non chiariva del tutto, da solo, il primo omicidio; né spiegava in alcun modo il secondo. Il compilatore suggerisce anche il timore di disperdere il patrimonio faticosamente accumulato dalla coppia e la bramosia di garantire un avvenire più florido ai figli già nati. Sono congetture del cronista, che legge la vicenda attraverso le categorie morali e sociali del proprio secolo; nessuna di esse deve essere scambiata per un movente giuridicamente provato al dibattimento.
La donna, dal canto suo, ammise di aver meditato di sopprimere la seconda figlia fin da diverse settimane prima del parto. Sostenne di aver preso la risoluzione definitiva soltanto dopo che la levatrice se n’era andata. Il compilatore contestava quest’ultimo punto: a suo giudizio, la pervicacia dimostrata nell’allontanare la testimone rivelava un disegno già irrevocabile. Quanto alla seconda bambina, ella affermava di essersi sentita turbata dal contegno del marito, di aver lottato per qualche tempo contro l’idea e persino di aver tentato di chiamarlo dalla stanza accanto. Riconosceva di sapere che si trattava di un peccato nefando e che una pena tremenda incombeva sull’omicida; eppure, aggiungeva, quel pensiero ritornava con violenza. Il tribunale vagliò tale spiegazione, ma la cronaca conclude che nulla attestava una scemata capacità di intendere e di volere. Il lessico relativo alla debolezza di mente e al temperamento femminile appartiene al compilatore del 1864, non a una perizia moderna che si possa assumere come propria.
La corte distinse i due decessi nella propria sentenza. Per l’omicidio della seconda bambina, nata in costanza di matrimonio, la donna fu condannata alla pena di morte. Essendo stato pronunciato l’estremo supplizio per questo secondo delitto, nessuna pena supplementare venne aggiunta per l’uccisione della primogenita. Il capitolo chiarisce d’altronde che il diritto vigente puniva con minore severità la morte di un neonato nato fuori dal matrimonio; non presenta tuttavia tale deroga come un’assoluzione per il crimine del 1855. La sentenza capitale non fu comunque eseguita: la grazia del sovrano la commutò nell’ergastolo.
Così si concluse, secondo il Nuovo Pitaval, una vicenda che la prima sepoltura aveva sigillato troppo presto. Non furono i pettegolezzi del villaggio né una clamorosa riesumazione a ridestare il passato, bensì il ritorno della stessa levatrice accanto a un’altra culla. Ella riconobbe un segno, pose una domanda, e rifiutò di lasciarsi corrompere. Il secondo corpicino non svelò da solo ciò che si era consumato nel 1855; eppure costrinse quella casa a rispondere dei propri silenzi.
