Nella notte del 6 novembre 1852, il Grimsel bruciò. All’alba, Pierre Zybach, custode dell’ospizio del valico, apprese da un servo che l’edificio era stato consumato dal fuoco e portò la notizia all’autorità locale. Già circolavano voci più nere della fuliggine: viaggiatori scomparsi, delitti consumati sulla montagna, averi trafugati. Ma la Gazette des Tribunaux avvertì che tali sparizioni costituivano un procedimento a parte. Le commissioni rogatorie sollecitate in Italia e altrove avrebbero ritardato oltremisura il processo per il rogo; le due vicende furono dunque separate. Il destino dei viandanti inghiottiti dal silenzio non si sarebbe deciso a Thun.
Il luogo conferisce all’incendio la sua singolare potenza drammatica. L’ospizio sorgeva al di sopra delle valli, tra le rocce, lungo la direttrice del Vallese, della Furka e del San Gottardo. La Handeck precipitava l’Aar in un orrido; d’estate, a quanto riferiva il corrispondente, la struttura poteva accogliere fino a un centinaio di viaggiatori a notte. Non era una taverna sperduta, bensì un punto nodale del transito alpino: vi si trovavano alloggio, cavalcature e soccorso per i viandanti indigenti.
I fabbricati erano cresciuti con il crescere del traffico: una casa antica, poi ampliamenti nel 1826 e ancora pochi anni più tardi. Alla vigilia del sinistro, stando al giornale, il complesso comprendeva tre abitazioni e un edificio doganale adibito a rimessa, una quarantina di stanze e circa cento letti. La loro rovina apriva ben più di una vertenza assicurativa: sollevava il nodo della ricostruzione e dell’appalto.
Zybach era stato nominato custode nel 1836, dopo il ritiro del suocero per ragioni di salute. La sua concessione, rinnovata nel 1841 per dodici anni, sarebbe scaduta il 31 dicembre 1853. Era consuetudine rinnovarla con un anno di anticipo, e diversi aspiranti si erano fatti avanti. Il giornale riferisce che, in mancanza di libri contabili regolari, Zybach stimava i propri incassi in quattordicimila franchi annui, concentrati soprattutto nei mesi estivi, e calcolava il proprio patrimonio a oltre centomila franchi. Si riteneva indispensabile, al punto da definirsi «l’uomo del Grimsel».
Tali elementi rischiarano il movente presunto, senza tuttavia costituirne da soli la prova. La Gazette richiama precedenti procedimenti giudiziari e condanne per contrabbando che, a suo dire, avevano offuscato la reputazione dell’uomo. Nel settembre del 1852, Zybach avrebbe offerto alla commissione un aumento di canone superiore a mille franchi all’anno, a condizione di ottenere diciotto anni di contratto senza gara d’appalto; la richiesta fu respinta. Poche settimane dopo, gli stabili bruciavano. Spettava alla giuria vagliare i fatti, non la mera sequenza cronologica.
La mattina del 7 novembre, Zybach dichiarò all’autorità locale che uno dei suoi servi gli aveva recato la ferale notizia. Sostenne dapprima che le fiamme fossero divampate nella stanza numero 10, occupata da un garzone artigiano che sarebbe perito nel rogo. Fissava l’innesco alle undici della sera precedente e descriveva una propagazione talmente fulminea da impedire il salvataggio di quasi alcuno scrittoio o suppellettile. Gli altri due domestici, riporta la Gazette, smentirono ben presto tale versione. Da quell’istante, l’indagine cessò di essere una semplice stima dei danni.
Quando le autorità e alcuni notabili giunsero sul posto, notarono del disordine nei pressi di un cumulo di letame. Gli scavi portarono alla luce diverse casse colme di arredi appartenenti all’ospizio. Nella Dogana, risparmiata dal fuoco poiché discosta dalle abitazioni, si rinvennero altre masserizie, tra cui materassi celati sotto il fieno. Talune casse erano state ricavate asportando tavole dagli stessi edifici arsi. La tana scoperta nella rimessa rendeva insostenibile la tesi di una distruzione repentina e totale: le cose erano state messe al sicuro prima ancora che il fumo si levasse nel cielo.
Zybach assistette a tali ritrovamenti. Il cronista gli attribuisce insistenti preghiere affinché le ricerche venissero interrotte. Avrebbe promesso di rinunciare a qualsiasi risarcimento assicurativo e di rifondere di tasca propria il danno, a qualunque costo. Il giudice distrettuale gli rinfacciò allora la sua condotta. Poco dopo, Zybach si gettò in un laghetto; fu tratto a riva e soccorso. La Gazette legge il gesto come un moto di disperazione, ma la cautela impedisce di ravvisarvi un’ulteriore confessione: l’ammissione riferita dal foglio interviene nel corso dell’istruttoria, allorché Zybach riconosce di aver fatto incendiare l’ospizio.
Stando all’articolo, Zybach giustificava il rogo con lo stato vetusto degli edifici: sosteneva che fosse ormai necessario riedificarli e che l’indennizzo dell’assicurazione avrebbe coperto le spese, a beneficio dell’intera contrada. Si considerava l’unico candidato in grado di ricostruire a proprie spese. Il corrispondente, da parte sua, desumeva dall’istruttoria che il vero disegno consistesse nel truffare la compagnia e nello sbaragliare i concorrenti. Non trascrive interrogatori integrali né pezze d’appoggio contabili; questo movente ci giunge per il tramite del suo compendio.
L’inchiesta sfociò nell’arresto di Zybach e di tre domestici. All’apertura delle assise dell’Oberland, convocate a Thun venerdì 13 maggio 1853, le tribune erano gremite. Quattro uomini comparvero alla sbarra: Pierre Zybach, sessantadue anni; Henri Blatter, detto l’Imperatore, cinquant’anni; Caspard Abplanalp, quarantasei anni; e Henri Abplanalp, quarantacinque anni. Il giornale li ritrae attraverso il proprio filtro, a tratti severo e non privo di pregiudizi di ceto, descrivendo i due Abplanalp come menti ottuse. È doveroso lasciare simili giudizi alla penna del cronista: non appartengono né alla prova del complotto né alla sostanza del verdetto.
Secondo la relazione, Zybach si rimetteva agli atti dell’istruzione anziché rispondere punto per punto. Avrebbe manifestato rimorso, lamentato di aver trascinato con sé gli altri tre e invocato clemenza per la propria famiglia; simili passi del giornale non equivalgono a un verbale stenografico. Il corrispondente riporta che dapprima offrì settecentocinquanta franchi a Caspard Abplanalp, suo servo da quindici anni nonché suo debitore. Questi rifiutò e lo indirizzò al cognato Blatter, cui sarebbe stata promessa analoga mercede. Henri Abplanalp fu aggregato in un secondo momento; la Gazette fa menzione di millecinquecentodieci franchi in caso di riuscita del piano, senza specificare ulteriormente la spartizione.
La Gazette riferisce dell’acquisto da parte di Blatter di zolfo e recipienti di gas, e dell’ordine di attendere un vento propizio. La sera convenuta nel dibattimento, i tre servi bevvero vino; Blatter accostò una candela a un’apertura del tavolato, mentre i due Abplanalp portavano in salvo, secondo l’accusa, poche cianfrusaglie di scarso valore per simulare l’emergenza. Non si tratta di una scena veduta con i propri occhi dal corrispondente, bensì della ricostruzione giudiziaria da lui compendiata.
Blatter affermava di aver ceduto all’allettamento del denaro, convinto di non arrecare grave danno a un padrone abbastanza facoltoso da poter ricostruire. I due Abplanalp avrebbero addotto scuse consimili. La pubblica accusa ravvisava in ciò il reclutamento di tre subalterni da parte del loro signore, reo di aver tradito la fiducia dell’intera regione. Il difensore non negò l’enormità del delitto; invocò l’orgoglio, l’attaccamento quasi viscerale di Zybach al Grimsel e il terrore di dover abbandonare l’ospizio con i suoi cari. Domandò le attenuanti, facendo leva sul pentimento e sull’offerta di risarcimento.
Il dibattimento ebbe inizio alle otto del mattino e si concluse verso le due pomeridiane, quando i giurati si ritirarono in camera di consiglio. Un quarto d’ora più tardi, dichiararono Zybach colpevole di aver istigato all’incendio mediante promessa di ricompensa, in qualità di autore morale; Blatter e i due Abplanalp furono giudicati colpevoli come esecutori materiali. La giuria negò qualsiasi circostanza attenuante a Zybach, concedendola invece agli altri tre. Tale discrimine segna il cardine del processo: l’uomo che non aveva appiccato il fuoco con le proprie mani fu giudicato quale mente che aveva concepito e ordinato l’impresa; coloro che avevano eseguito il comando ricevettero un trattamento distinto.
Il ministero pubblico chiese la pena capitale per Zybach e vent’anni di lavori forzati per ciascuno degli altri tre. La corte, in applicazione degli articoli 189 e 206 del Codice penale elvetico, condannò Zybach a morte. Tuttavia dichiarò all’istante che si sarebbe avvalsa dell’articolo 458 del Codice di procedura penale per raccomandarlo al Gran Consiglio, affinché la sanzione fosse commutata nei lavori forzati. Blatter e Caspard Abplanalp ricevettero ciascuno dodici anni di ferri; Henri Abplanalp, undici anni. I quattro uomini furono altresì condannati in solido alle spese processuali. L’articolo precisa che il Gran Consiglio si sarebbe dovuto pronunciare verso la fine di maggio: il resoconto certifica la raccomandazione, non il suo esito.
Così si sciolse l’udienza, mentre la decisione suprema rimaneva sospesa fuori dall’aula. La giuria aveva separato chi aveva promesso e tramato da chi aveva appiccato il fuoco; la Gazette rimandava al Gran Consiglio l’arbitrio della grazia. Per i congiunti di Zybach e per le comunità del Grimsel, la sentenza non pronunciava ancora l’ultima parola. Quanto ai viaggiatori svaniti nel nulla, la loro sorte restava confinata in un fascicolo a parte, senza compimento in questa cronaca.
