Nel giugno del 1854, un cuscino macchiato di sangue comparve alla finestra di una casa di Esher, sporto verso la strada come una muta invocazione di soccorso. I vicini accorsi trovarono sei bambini morti e la loro madre gravemente ferita. Quando Mary Anne Brough comparve dinanzi alla corte di Guildford, il nodo del giudizio non risiedeva soltanto nell’accertare i fatti, bensì nel comprendere in quale stato d’animo ella avesse agito. Il dibattimento mise a confronto il racconto dell’imputata, la medicina del tempo e una legge chiamata a giudicare l’atto senza poter penetrare l’abisso della mente che lo aveva compiuto.
Il segnale alla finestra
Il mattino di sabato 10 giugno, verso le sei meno un quarto, Henry Woolgar passava nei pressi del villino. Un cuscino insanguinato pendeva dal davanzale. Insieme a un altro uomo suonò il campanello; nessuno aprì, ma all’interno si scorse un’ombra muoversi. Woolgar andò a prendere una scala e scorse la signora Brough, coperta di gravi ferite, nell’atto di chiedere aiuto. Corse a chiamare un medico. Fu poi John Crochford a entrare nell’abitazione, scoprendo i sei bambini privi di vita nelle stanze attigue. La madre giaceva a letto, nell’incapacità di articolare parole comprensibili.
Il Journal of Psychological Medicine descrive la scena con un rigore di dettagli che è superfluo ripercorrere. La finestra prospettava sulla strada maestra; il segnale aveva fermato un passante. L’agente di polizia rinvenne un rasoio accanto al giaciglio, presumendo che fosse sfuggito alla presa della donna. Tali rilievi non chiarivano l’ora precisa né le ragioni dell’eccidio: aprivano, semplicemente, l’istruttoria.
Ciò che ella dichiarò di aver fatto
Nei giorni seguenti, la signora Brough rese dichiarazioni a due diversi funzionari di polizia. L’ispettore Martell riferì a memoria le parole pronunciate dalla donna al proprio capezzale: ella gli avrebbe chiesto di dire alla giuria del coroner che era stata lei ad agire, aggiungendo che, quand’anche avesse avuto quaranta figli, avrebbe fatto lo stesso. Martell non verbalizzò quelle frasi e ammise in aula di affidarsi unicamente al proprio ricordo.
Il sovrintendente Biddlecomb affermò invece di averla ammonita due volte: qualunque dichiarazione avrebbe potuto essere usata contro di lei. Ciononostante, la donna volle parlare. L’ufficiale prese appunti, li rilesse l’indomani alla presenza del medico curante e le chiese se intendesse ritrattare alcun passaggio. Ella confermò il testo e vi appose la propria firma. Biddlecomb assicurò che il verbale riproduceva fedelmente le parole dell’imputata, pur ammettendo di aver trascritto a inchiostro l’originale a matita e di non essere più in possesso della minuta.
In quella confessione, la donna collocava il principio della notte verso le nove, dopo aver messo a letto i figli. Più d’uno l’aveva chiamata per avere da bere; alcuni avevano preso sonno soltanto a ridosso della mezzanotte. Raccontava di non riuscire a trovar quiete, di non vederci più chiaro e di aver avvertito una «nube nera» scenderle davanti agli occhi. Descrisse quindi l’azione omicida, il colpo inferto a se stessa, una voragine di oblio e infine il riaffiorare della coscienza. Al mattino, nel tentativo di farsi udire, aveva esposto l’oggetto alla finestra prima del sopraggiungere di Woolgar.
A questa testimonianza occorre riservare il giusto peso critico. Raccolta all’indomani della tragedia, essa giunge a noi attraverso le pagine di una rivista medica, non tramite gli atti stenografici ufficiali del processo. Il resoconto mette a nudo evidenti discrepanze: Martell si rimetteva alla propria memoria; Biddlecomb esibiva un testo che garantiva conforme; Sarah Weller riferì una diversa versione, legata al timore che il marito le sottraesse la prole. La stessa regolarità dell’acquisizione di tali ammissioni fu contestata in giudizio. Il fascicolo processuale non consegna dunque una voce univoca, bensì testimonianze ciascuna segnata dai propri limiti intrinseci.
La casa prima della notte
I testimoni descrissero una madre fino ad allora affezionata ai propri figli. I vicini ricordavano che li accudiva con decoro e pulizia; una zia l’aveva trovata esausta per le lunghe veglie. Tre dei piccoli erano reduci dal morbillo. Il logorio fisico non spiega da solo la tempesta interiore, ma costituì una delle circostanze rimesse all’esame della corte.
Il consorte aveva lasciato l’abitazione pochi giorni prima. Il 7 giugno, come riferito da John Birdsey, era tornato per prendere i propri abiti, andando poi a dormire alla locanda del Wheat Sheaf. Henry Field lo aveva accompagnato in treno verso Londra su sua richiesta, e durante il tragitto aveva notato la signora Brough in compagnia di un uomo. L’indomani ne aveva informato il marito, che si era subito rivolto a un legale. La cronaca medica richiama con rigore i limiti di tale prova: Field attestava un incontro alla stazione, non le illazioni che la voce pubblica vi aveva ricamato sopra. Le carte non forniscono certezze incontrovertibili sui motivi reali della separazione.
Il dottor Izod, medico a Esher, assisteva la signora Brough da diversi anni. Riferì alla corte di un attacco di paralisi sopraggiunto otto giorni dopo un parto, nel 1852, che le aveva tolto l’uso del lato sinistro e alterato la parola. Non si era mai ristabilita del tutto, precisò il sanitario, ravvisando in lei i segni di una lesione cerebrale. L’aveva visitata il mercoledì precedente il dramma, raccomandandole di evitare ogni turbamento emotivo. La vigilia del fatto, la donna lo aveva cercato invano per un consulto.
Forbes Winslow, celebre alienista, dichiarò di non aver riscontrato alcun sintomo di pazzia durante il colloquio avuto con lei in carcere. Riteneva tuttavia che la pregressa paralisi indicasse una patologia cerebrale latente e che un forte scuotimento morale potesse innescare una crisi transitoria. La sensazione di una caligine o nube scura, aggiungeva, era talvolta descritta da infermi che, in quello stato, perdevano ogni nozione del bene e del male. Winslow non era stato presente ai fatti: il suo parere si fondava esclusivamente sugli elementi d’indagine riferiti.
Guildford, 9 agosto
In un sommario di cause inserito altrove nel medesimo fascicolo del Journal, al di fuori della sezione specificamente dedicata alla Brough qui esaminata, si legge: «Queen v. Erough. Tried at Guildford, August 9, 1854». Il cognome è trascritto «Erough»; il titolo della trattazione e le cronache d’epoca consentono di identificarla con certezza in Mary Anne Brough. La Household Narrative, a pagina 179, annota che la donna fu giudicata a Guildford «on the 9th inst.» e che la difesa invocava l’infermità mentale: una formula che attesta il giorno e il foro, pur senza esplicitare il mese. È l’elenco del Journal, nonostante l’errore materiale di trascrizione del nome, a fornire la data compiuta del 9 agosto. In aula, il chirurgo Izod espose la storia clinica della paziente; Winslow sviluppò la propria perizia teorica, subito confortata dalle testimonianze dei medici Daniel e Ingledew. L’accusa dovette misurarsi con un quadro probatorio in cui convivevano affetto materno, un male antico, il dissidio coniugale e la confessione.
I periti non formularono una diagnosi in termini moderni. La loro tesi — una congestione cerebrale aggravata dalla soppressione di un’emorragia nasale — appartiene all’orizzonte dottrinario del 1854 e non può essere recepita quale spiegazione scientifica acquisita. La rivista difende con vigore lo stato di alienazione della Brough, biasimando la stampa per aver indugiato sulla sua condotta coniugale; riconosce tuttavia che il terrore di essere abbandonata o privata della tutela dei figli potesse aver pesato. Questa memoria dell’epoca è, prima ancora che una cronaca, un’appassionata arringa medica.
Al termine dell’arringa del difensore Edwin James e del riassunto del magistrato, la giuria pronunciò l’assoluzione per infermità mentale. Il testo non chiarisce quale sorte sia poi toccata alla donna, né in termini di custodia né di cure manicomiali. Il verdetto è inequivocabile; la cronaca non riporta tuttavia l’intero dibattimento né i quesiti formulati ai giurati.
La prova e il limite
I medici non assistettero all’accesso nel momento in cui si manifestò. Si limitarono a comporre un mosaico fatto di ricordi, sintomi pregressi, dichiarazioni attribuite all’imputata e apparente assenza di movente. L’indagine peritale non poteva tramutare simili indizi in certezza assoluta. Mary Anne Brough ammetteva gli atti, pur invocando uno smarrimento della coscienza. Le vicende domestiche non ne attenuavano l’orrore; costituivano semmai lo sfondo della controversia giuridica.
La rivista concluse che i fatti offrissero una solida presunzione a favore della tesi difensiva. I suoi autori sostennero che il dissanguamento provocato dal tentato suicidio avesse dissolto la congestione cerebrale e che la «nube nera» fosse il segno tangibile del delirio. È un’ipotesi che la storiografia non può accogliere come dato accertato. I documenti ci consegnano soltanto poche verità storiche: la scoperta della casa il mattino del 10 giugno, le discordanti relazioni dei poliziotti sulle dichiarazioni rese, il parere dei periti sui precedenti clinici e il verdetto con cui la giuria riconobbe la non punibilità per alienazione mentale.
Restano distinti tre diversi piani: il fatto materiale riconosciuto dalla madre, lo stato psichico dibattuto da testimoni e alienisti, e infine la sentenza emessa secondo i canoni della giustizia del tempo. I medici cercarono di spiegare ciò a cui nessuno aveva assistito. La loro spiegazione appartiene al loro tempo. Ciò che l’archivio serba intatto è il dilemma sui confini della responsabilità, là dove colui che ha commesso l’irreparabile dichiara che una notte gli è sfuggita per sempre.
