Quando si entrò nella stanza, una corda stringeva la gola della signora Dabeillan. La vedova Daumas, la sua serva, l’aveva recisa e chiamava aiuto. La porta era chiusa; una sedia, addossata al battente, si trovava all’interno. L’indomani, il giudice fece esaminare il corpo e ordinò la carcerazione provvisoria della domestica. In pochi giorni, la questione trasmutò dalla morte di un’anziana donna a un’accusa formale di omicidio. Eppure, non vi era alcun testimone della scena.
La signora Dabeillan viveva ad Alignan, nella giurisdizione della castellania di Pézenas. La cronaca tace il suo nome di battesimo. Aveva come unica fantesca la vedova Daumas, che dormiva nella sua stessa camera, accanto al letto; una sedia separava i due giacigli. Questo dettaglio, in apparenza banale, sarebbe divenuto il cardine dell’inchiesta: spiegava tanto la quotidiana vicinanza delle due donne quanto il modo in cui si sarebbe tentato di ricostruire la notte.
Il 4 aprile 1782, la padrona fu trovata priva di vita nella stretta corsia fra il letto e la parete. La Daumas uscì in cerca di soccorso. Il 5, verso le due del pomeriggio, il procuratore fiscale informò il magistrato, che si recò nell’abitazione accompagnato da un medico e da un chirurgo. Raccolse dapprima le dichiarazioni della serva, poi fece ispezionare la salma alla sua presenza. Il verbale annotava una corda al collo e il solco che essa vi aveva impresso, stando ai periti citati da Champagnac. Il giudice dispose la sepoltura e un’indagine sulle circostanze; la Daumas fu posta sotto custodia provvisoria.
Sin dal 6 aprile la donna fu interrogata. Il giorno seguente deposero undici testimoni, dopo di che fu spiccato un mandato di cattura. Il figlio dell’estinta, Dabeillan, chiese di costituirsi parte civile. Sperava di rinvenire elementi compromettenti in un armadio in cui la domestica teneva le proprie cose. Il 24 aprile il mobile fu aperto alla presenza di un commissario. Tra gli effetti personali si trovò un fascio di vecchi galloni legato con una cordicella; gli oggetti furono posti sotto sequestro. Il 28 aprile, quattro giorni più tardi, il plico fu sciolto e alcuni funai compararono lo spago con altri due campioni che la serva aveva consegnato al magistrato.
Il quesito non riguardava soltanto le modalità della morte, ma l’eventualità che la donna si fosse tolta la vita da sé. La narrazione di Champagnac lo esclude categoricamente: ella avrebbe avuto bisogno di un punto di sospensione o di un appoggio, e la giacitura del corpo non si accordava, a suo dire, con alcuna di tali ipotesi. La Daumas aveva tagliato la corda attorno al collo al momento del ritrovamento. Il nodo sollevato dal cronista era di altra natura: non restava alcuno spezzone d’avanzo, e nessuno aveva visto chi lo avesse fatto sparire. Per superare questa aporia, il cronista rievoca la vicenda di un altro individuo strangolatosi nella propria cella facendo forza sulle ginocchia. Questo parallelo, insieme alle congetture fisiche che lo corredano, appartiene alla sua impalcatura argomentativa; spettava invece ai giudici pronunciarsi unicamente sulle carte e sulle testimonianze loro rimesse.
La sedia contro la porta sembrava un indizio più stringente. La Daumas aveva dichiarato di averla collocata ella stessa prima di coricarsi; alzatasi poco dopo per cercare aiuto, l’avrebbe ritrovata nel medesimo punto. La relazione di Champagnac tratta questa prima asserzione come un’ammissione che avrebbe reso impossibile l’accesso e la fuga di un estraneo. Più tardi, la serva avrebbe affermato di non ricordare più con precisione la posizione del mobile, tanto era lo sgomento. Il cronista scorge in questo mutamento un segno schiacciante. Diverse deposizioni, riferisce, confermavano la prima versione della Daumas circa la sedia, mentre le sue successive esitazioni non convinsero i giudici. Tuttavia, nessuno aveva assistito alla scena, e le parole registrate nel testo giungono a noi attraverso la perorazione di una conclusione già data per acquisita.
Furono poi rilevati due graffi sul volto dell’accusata. La Daumas spiegò di essere incespicata vicino a una catasta di legna allorché la candela le si era spenta mentre correva a chiamare aiuto. Alcuni testimoni si recarono nel luogo indicato, ma non vi trovarono alcun ceppo. Champagnac ne desunse che i segni provenissero dalla colluttazione con la padrona. Anche in questo caso, il resoconto trasforma un dettaglio controverso in una prova, benché l’inchiesta, così come viene riferita, non registri alcun testimone dello scontro.
La fantesca sosteneva che fosse trascorso all’incirca un quarto d’ora, o mezz’ora, tra il momento in cui si era messa a letto e quello in cui si era alzata. Aveva udito cadere un vaso da notte, aveva chiamato la padrona per tre volte, aveva quindi acceso un lume e scorto l’anziana donna riversa a lato del letto. Giurava di non aver dormito in quell’intervallo. La cronaca insiste sul fatto che le coltri di entrambi i letti non fossero affatto disfatte, deducendone che la signora fosse stata strangolata prima di coricarsi, mentre si trovava in preghiera. Questa rappresentazione è un’inferenza del narratore, non la testimonianza visiva di chi vi assistette.
Altre parole riferite durante il dibattimento pesavano sulla sorte dell’imputata. Vi fu chi rammentò sfoghi di collera contro la padrona, e un teste riferì che la donna aveva confidato, otto giorni prima, di essere stata tentata di soffocarla, prima di affidarsi alle preghiere del proprio angelo custode. La sorella e la nuora della Daumas avrebbero persino dichiarato di ritenerla capace di un simile delitto. Champagnac accumula tali dichiarazioni quali prove a carico. Aggiunge poi che un sicario, lasciando in vita la domestica, avrebbe conservato un testimone pericoloso, e l’avrebbe con ogni probabilità soppressa a sua volta. Questo ragionamento è proprio del cronista: non vi è traccia, nelle carte, di una confessione della serva, né di alcuno che abbia visto consumarsi la morte.
La sentenza fu pronunciata il 28 giugno 1782. Il siniscalco di Béziers condannò la Daumas al taglio del pugno, a essere impiccata e in seguito data alle fiamme, con dispersione delle ceneri. I primi giudici ritennero che gli indizi raccolti provassero l’omicidio e ne designassero la responsabile. Il verdetto non fu confermato integralmente: in sede d’appello, il Parlamento di Tolosa mantenne le pene capitali, ma soppresse la mutilazione della mano. L’amputazione veniva dunque cancellata dalla sentenza, ma l’impiccagione e il rogo restavano fermi. La decisione mitigava l’asprezza della pena senza tuttavia scalfire la colpevolezza accertata dai magistrati. Una distinzione essenziale: l’appello modificò il supplizio, mentre il testo non riporta alcun riesame critico delle prove.
La cronaca si chiude con l’esecuzione. La vedova Daumas affrontò l’estremo supplizio senza confessare il proprio misfatto. Il suo silenzio finale non può essere interpretato né come una confessione mancata né come una prova d’innocenza; attesta unicamente che Champagnac non registra alcuna ammissione di colpa. Il racconto non mostra alcun soccorso prestato alla padrona dopo la constatazione del fatto, nessun testimone diretto, nessun estremo commiato tra le due donne. Esso si limita a esporre le circostanze e le ragioni che condussero i giudici al loro giudizio.
A costoro spettava decifrare una camera serrata, una sedia e una corda recisa. Agli occhi del cronista, tali elementi compongono un sillogismo ineludibile: la porta non poteva essere stata varcata da un estraneo, il nodo non poteva essere stato reciso dalla defunta, e i graffi dovevano essere il segno di una lotta. La difesa della Daumas, per come viene tramandata, non dissipa queste presunzioni. Ma l’assenza di testimoni oculari resta il cuore irrisolto del dramma, e i fatti ci pervengono attraverso una voce che ribadisce con forza ciò che i magistrati decisero. La sentenza ci è nota; la prova diretta, invece, rimane nell’ombra.
