Il 31 dicembre 1913, la signora Cadiou attendeva alla stazione Montparnasse il direttissimo della sera, stringendo a sé i due figli di dodici e quattordici anni. Il marito le aveva preannunciato il proprio ritorno; attese invano. È questa la prima immagine che «L’Homme libre» ci ha tramandato dell’affare della Grande-Palud. Ma il quotidiano riferisce allora soltanto di una scomparsa: il delitto non è che una congettura della famiglia. A Landerneau, Louis Cadiou, direttore dello stabilimento chimico, cessa di dare notizie di sé; il fratello ordina di perlustrare le acque dell’Élorn, mentre altri avanzano l’ipotesi della disgrazia. Quando infine riaffiora un corpo, l’indagine si fa accusa; quasi sei anni più tardi, al termine di un processo differito dal conflitto mondiale, il giurì manda assolto l’ingegnere Louis Pierre. Il verdetto estingue l’azione contro l’imputato, ma non iscrive agli atti il nome di alcun altro colpevole.
La trama che segue ricalca fedelmente quella de «L’Homme libre», così come le cronache dell’epoca sono state trascritte e circoscritte nel fondo documentario. Conviene prestare ascolto a questo foglio senza tuttavia attribuirgli l’autorità di un cancelliere onnisciente. Le notizie che il giornale allinea giorno dopo giorno sono preziose, ma mutano col procedere dei rilievi: una voce di corridoio, un sospetto intimo e un reperto esibito all’udienza non posseggono né il medesimo peso probatorio né la stessa certezza.
In quello stesso articolo del 12 gennaio 1914, il quotidiano colloca l’ultima notte accertata a Landerneau tra il 29 e il 30 dicembre. Il mattino seguente, la domestica avrebbe trovato il letto disfatto, la valigia chiusa, la coperta arrotolata. Cadiou era uscito, poi le sue tracce si erano dissolte nel nulla.
Persino questa cronologia iniziale non può accogliersi senza riserve. La corrispondenza afferma che l’uomo sarebbe stato scorto in un caffè nel corso della giornata, per poi sposare la convinzione della vedova, persuasa che il consorte sia caduto in un tranello. Il fratello, Jean Cadiou, non nutre la medesima sicurezza: stando al giornale, egli ondeggia tra il delitto e l’incidente, e fa dragare l’Élorn. Quei primi giorni non consegnano dunque la narrazione di un omicidio manifesto, bensì una congerie di versioni concorrenti, ciascuna fondata su tessere ancora frammentarie.
Il 5 febbraio, un titolo a tutta pagina proclama che il mistero è squarciato e che il cadavere è stato ripescato nel fiume. Nondimeno, addentrandosi nel testo, l’articolo muta scenario: la salma sarebbe stata dissotterrata sotto pochi centimetri di terriccio, a circa trecento metri dalla fabbrica. Il fratello della vittima vi si sarebbe recato dopo aver raccolto le indicazioni di una sonnambula di Lilla. Lo stesso cronista avverte dell’esistenza di «un’altra versione»; le due formule stampate a ridosso rammentano al lettore che una titolazione non sempre costituisce l’esatta misura dei fatti.
Il quotidiano descrive quindi due ferite mortali, una al capo e l’altra al collo, e riferisce che il dottor Rousseau ha proceduto all’autopsia. Dà per assodato l’agguato, pur precisando che nessun arresto è stato ancora operato, malgrado gravi indizi convergano su una o due persone. La pala rinvenuta nell’officina, imbrattata di resti umani a quanto si legge, va ad aggiungersi a questo novero di dettagli sinistri; non vale però a designare alcun colpevole. Poco più innanzi, il fratello di Cadiou fa il nome dell’ingegnere dello stabilimento, indicandolo al procuratore quale assassino. Il foglio si affretta ad aggiungere che l’interrogato proclama con forza la propria innocenza.
Fin dall’indomani, le colonne del giornale menzionano il «presunto assassino». Ha luogo una perquisizione presso la dimora di Cadiou, poi nell’abitazione dell’ingegner Pierre. Secondo la procura, scrive il quotidiano, quest’ultimo accertamento rivela un grave atto di ostilità nei confronti del direttore. Il 7 febbraio, si precisa che una missiva destinata al ministro della Guerra imputava a Cadiou la doppia forzatura di un vagone di fulmicotone destinato alla polveriera di Angoulême; la circostanza, asserisce l’articolo, sarebbe stata riconosciuta dal ministro e lo stabilimento escluso dalle gare d’appalto statali. Tale delazione può gettare luce sul dissidio tra i due uomini, ma non dimostra chi abbia ucciso Cadiou.
L’impianto accusatorio si puntella gradualmente su quattro ordini di presunzioni: la contiguità professionale tra Pierre e il suo superiore, testimoni che asseriscono di aver visto i due insieme, la pallottola letale confrontata con il revolver acquistato dall’ingegnere e, da ultimo, la sparizione di incartamenti riservati custoditi da Cadiou. Il 10 luglio, «L’Homme libre» riassume in questi termini i capisaldi dell’ordinanza di rinvio a giudizio. Aggiunge che l’arma non è mai stata ritrovata. È il compendio di una trasmissione degli atti alla sezione istruttoria; non contiene ancora né il contraddittorio dibattimentale né la sentenza di una corte.
Poi, il corso della giustizia si spezza. Nel giugno 1919, il giornale annuncia che il processo si celebrerà in autunno, dopo il rimpatrio dell’ingegnere, congedato dal fronte e rimasto a piede libero sotto cauzione. L’articolo del 27 ottobre illustra al lettore il contesto della fabbrica e le origini della contesa, ma il suo lessico politico reca l’impronta di un’epoca incline a scorgere la mano della Germania dietro ogni vertenza industriale. Simili addebiti vanno ricondotti alle tesi del giornale e delle parti che le sostenevano; la cronaca non può trasformarli nella prova di un complotto.
Il giorno seguente, il foglio riporta le confidenze di un carpentiere di Saint-Pol-de-Léon: a suo dire, cinque individui avrebbero bloccato la vettura di Cadiou lungo la strada tra Morlaix e Brest, freddandolo sul posto. Il cronista sospende il giudizio sull’attendibilità della deposizione e rimanda ai dibattimenti. Tale ricostruzione mal si concilia con i primi dispacci che collocavano il corpo nei pressi dell’opificio; eppure, finché i testimoni non sono vagliati alla sbarra e gli atti non vengono esaminati, una discordanza di stampa non autorizza a inventarne la conciliazione.
Il processo si apre a Quimper il 28 ottobre 1919. La signora Cadiou, costituitasi parte civile, spiega ai giudici le ragioni dei suoi sospetti verso l’ingegnere; il giornale rammenta come ella abbia dichiarato di non aver mai riposto alcuna fiducia in lui. Jean-Marie Cadiou rievoca poi il ritrovamento del cadavere. Alcuni testi depongono sui rapporti di lavoro tra i due colleghi, mentre viene data lettura della deposizione di un dirigente frattanto deceduto. Così la vicenda che, nel 1914, era parsa risolversi nei sospetti di una famiglia e nei bollettini dei giornali, approda finalmente al rigore del rito giudiziario.
I testimoni non offrono tuttavia una successione oraria concorde. Alcuni sostengono di aver visto Cadiou insieme a Pierre presso la fabbrica il 30 dicembre; altri affermano di averlo incrociato più tardi, persino il 1° gennaio. L’articolo del 30 ottobre si sofferma sulle testimonianze contrastanti raccolte dal commissario Le Coz, dando poi rilievo a quelle del portalettere Cabon e del copritetto Caramour, che situano Cadiou nel medesimo luogo e alla stessa ora la mattina di Capodanno. Il quotidiano le definisce decisive, ma tale valutazione giornalistica non anticipa il convincimento del giurì.
Anche la perizia balistica si mantiene su un piano di cautela. Il medico che eseguì la prima ricognizione autoptica rammenta le condizioni proibitive in cui si trovò a operare. L’esperto balistico,Standoci al resoconto, conclude che il proiettile «poteva» essere stato esploso dal revolver di Pierre. «Poteva» non equivale a «fu»: il proiettile non dimostra da solo che quell’arma fosse quella del delitto, né che il proprietario l’abbia impugnata. Da parte sua, l’ex capo della brigata mobile dichiara di non credere alla colpevolezza dell’imputato. I dibattimenti pongono così a confronto elementi che non convergono affatto verso un’univoca verità.
La parte civile sollecita la condanna, e il pubblico ministero riannoda i fili dei capi d’accusa già noti. L’avvocato Henri-Robert, per la difesa, ne demolisce la consistenza e l’attendibilità testimoniale, prospettando persino l’ipotesi di una manovra tedesca dietro la tragedia. Si tratta di arringhe, al pari dell’incrollabile certezza del patrono di parte civile secondo cui Pierre sarebbe senza dubbio l’omicida: ogni asserzione appartiene a una parte in causa e va intesa per ciò che è. La stampa, che in principio aveva colmato i vuoti con le congetture, descrive ora lo scontro dialettico delle interpretazioni.
Un’ulteriore pista, ben più singolare, affiora in questi resoconti: la chiaroveggente. L’articolo del 5 febbraio le attribuisce le indicazioni che avrebbero guidato il fratello verso la salma; il 31 ottobre, Jacques Barty ironizza sul fatto che non si sia tentato di far deporre la signora Hoffmann sotto ipnosi per smascherare l’assassino. Il suo corsivo, beffardo e intimo, disvela lo spazio che l’irrazionale aveva guadagnato nel dibattito pubblico. Non assurge a prova investigativa. Il ruolo di questa figura, tra le carte pervenute, si limita a ciò che la stampa ha inteso narrare dei suoi responsi, non a una dote prodigiosa storicamente acclarata.
Il 31 ottobre, terminate le difese, i giurati si ritirano per venti minuti. Il resoconto dell’indomani dà notizia di un verdetto negativo e sancisce l’assoluzione dell’ingegner Pierre. Questo decreta la corte per l’imputato che sedeva alla sbarra: egli esce libero, e non può considerarsi colpevole dell’omicidio sulla sola scorta degli articoli che ne avevano preceduto il giudizio. Il verdetto non individua nondimeno alcun altro colpevole, non ricostruisce gli ultimi istanti di Cadiou e non sana i contrasti di date, luoghi o testimonianze.
Tale rimane il limite invalicabile di questa vicenda nelle fonti consultate. Sappiamo che Cadiou scomparve a cavallo tra dicembre e gennaio, che il suo corpo fu rinvenuto il 4 febbraio 1914, che Pierre fu incriminato e poi assolto nell’ottobre del 1919; i giornali sopravvissuti tramandano i sospetti, le smentite e le schermaglie forensi che scandirono quelle tappe. Ma il nome dell’assassino non affiora da queste pagine. Vi sono processi la cui parola definitiva chiude una porta senza dischiudere quella che condurrebbe alla verità intera.
