Il 13 agosto 1824, la guardia di un cantone di Seine-et-Oise fermò presso una fonte un uomo che aveva già scorto aggirarsi tra i boschi. Non poteva ancora sapere che la fanciulla svanita tre giorni prima era stata rapita e trucidata. Quell'individuo rispondeva al nome di Antoine Léger. Il 16 agosto, una battuta di ricerca portò alla luce l'ingresso di una caverna incastonata tra i dirupi della Charbonnière; lì, i genitori della piccola Aimée-Constance Debully riconobbero le spoglie della figlia. L'uomo, arrestato come semplice vagabondo, si avviava a diventare l'imputato di un delitto che aveva gettato nell'angoscia intere comunità rurali.
Aimée-Constance aveva dodici anni e mezzo. Il 10 agosto, verso le quattro del pomeriggio, si era allontanata dalla casa paterna per recarsi a mondare i tralci di una vigna a un quarto di lega dal paese, nei pressi del bosco di Sardion. Sopraggiunta la sera, non fece ritorno. Il padre e i fratelli accorsero alla vigna, per poi chiamarla per gran parte della notte nei boschi limitrofi. Sul posto ritrovarono le scarpe, il cappello e la roncola, composti con un certo ordine. Nessun segno indicava la direzione verso cui si fosse diretta.
Le autorità ordinarono senza indugio battute generali. I primi cinque giorni restituirono soltanto un fazzoletto a righe bianche e blu, rinvenuto a qualche distanza dai filari, ma estraneo ad Aimée-Constance. Nelle campagne, gli sguardi si facevano diffidenti verso ogni viandante sconosciuto. La scomparsa aveva mutato i sentieri consueti in percorsi da vigilare con rigore: una sorgente, una radura, i margini di una macchia attiravano l'attenzione metodica di quanti cercavano la fanciulla.
La guardia campestre aveva notato un forestiero vicino a una fonte già il 12 agosto. Il contegno e le fattezze di quell'uomo gli erano parsi insoliti; non appena la guardia aveva tentato di avvicinarsi, l'individuo si era dileguato. Il giorno seguente, l'agente lo attese per quasi tutta la giornata. L'ignoto ricomparve all'imbrunire. Questa volta, la guardia procedette al fermo. Si trattava di Antoine Léger. Lo si considerò dapprima un mero vagabondo, del tutto ignari del suo legame con l'assassinio della giovane Debully. Inizialmente, oppose un rifiuto pervicace a ogni ammissione. Soltanto nel corso di un interrogatorio serrato e incalzante finì per narrare i fatti, indicando alla giustizia dove scavare la verità.
Il 24 giugno, giorno di San Giovanni, Léger aveva abbandonato la dimora paterna con il dichiarato proposito di impiegarsi come servitore a Dourdan. Portava con sé, stando al suo racconto, appena cinquanta franchi e gli abiti che indossava al momento della cattura. Anziché raggiungere Dourdan, aveva deviato verso Étampes, dove aveva trascorso una notte in locanda, per poi addentrarsi nei boschi sovrastanti la frazione di Montmiraux, vicino a La Ferté-Aleps. Cercava un riparo dalle intemperie; dopo otto giorni di erramenti nella boscaglia, si era imbattuto nei contrafforti rocciosi della Charbonnière. Affermò di aver voluto rompere con i suoi e cercato un isolamento totale.
In quella cavità aveva allestito un giaciglio con del fieno disseccato, raccolto a valle. Raccontò di essersi nutrito, durante i primi tempi di solitudine, di radici spontanee, piselli, spighe di grano, ribes e frutti selvatici colti ai margini della selva. In agosto avrebbe rubato dei carciofi nell'orto di una filanda vicina. Asserì inoltre di aver catturato una lepre e di averla divorata cruda. Il morso della fame lo spinse più volte a scendere verso La Ferté-Aleps, verso le nove di sera, per acquistare pane e formaggio groviera. Spiegò di aver provato, in quell'isolamento, anche il desiderio febbrile di cibarsi di carne umana e di bere sangue, come un'ossessione che lo dominava. Seguiva sempre il medesimo sentiero per poi ritirarsi nel suo nascondiglio.
Champagnac connette a questa confessione il resoconto del 10 agosto. Verso le quattro, Léger disse di aver scorto la piccola Debully nella vigna. La sua stessa testimonianza ammise di averla ghermita e trascinata nella boscaglia. Sostenne che la ragazzina giacesse immobile e fosse già priva di vita quando infierì su di lei. Raccontò di essere stato colto da fame, sete e calura, per poi cadere in un breve svenimento. La cronaca riferisce altresì che in seguito, dinanzi alla corte d'assise, egli negò l'oltraggio carnale di cui aveva invece parlato agli inquirenti. Tale circostanza, ritrattata pubblicamente, sarebbe rimasta il fulcro dei quesiti sottoposti al collegio giudicante.
La grotta fu scoperta il 16 agosto, nel corso di una perlustrazione sulle rupi della Charbonnière, a monte di Montmiraux. Delle felci calpestate di fresco ostruivano una fenditura. Scostandole, gli uomini della battuta individuarono un'apertura e calarono un'ispezione nella cavità sotterranea. Rifiuti vegetali e un giaciglio di muschio ed erba secca provavano una dimora recente. Un lezzo inequivocabile li indusse a scrutare un anfratto in fondo all'antro. Vi trovarono un cadavere avvolto in indumenti scomposti: i coniugi Debully riconobbero la figlia.
Il magistrato inquirente compì un sopralluogo sul posto scortato da un chirurgo. L'esame autoptico accertò che la bambina aveva subito sevizie e che il corpo era stato occultato nella caverna. Gli inquirenti cercarono quindi i riscontri per legare quel luogo a Léger. Reo confesso, questi li guidò attraverso i boschi, mostrò il punto in cui affermava di essersi fermato con la fanciulla e indicò il fusto di una quercia da cui aveva spezzato un ramo. Il ramo rinvenuto sulla salma combaciava puntualmente, secondo il cronista, con la ferita inferta all'albero. Léger indicò inoltre una roccia ove aveva celato il colletto e i polsini della propria camicia; furono rinvenuti esattamente sul posto.
Tali indicazioni fornirono all'istruttoria tasselli oggettivi: la vigna, il tragitto tra gli alberi, la cavità nella roccia, l'albero e i ritagli di tela. Dopo la confessione, annota Champagnac, Léger replicava agli interrogatori con una freddezza che sgomentava i magistrati. Allorché gli venivano rammentate le circostanze dell'eccidio, gli bastava pronunciare un laconico «sì», spoglio di ogni tremore. L'uomo fermato come un semplice vagabondo si trovava ormai incatenato a ogni snodo della tragedia, confuso dalle sue stesse parole e dai reperti materiali.
Il 23 novembre Léger comparve innanzi alla corte d'assise di Seine-et-Oise. Il dibattimento doveva svolgersi a porte chiuse per la natura dei fatti; nondimeno, una folla compatta premeva agli accessi del tribunale, ansiosa di scorgere l'imputato. Il suo aspetto smentiva l'immagine ferina attesa dal pubblico. Champagnac ne descrive la fisionomia quieta, quasi mite, lo sguardo fisso, il contegno immobile e l'incarnato cereo. Indossava una giacca e calzoni blu, l'abito proprio della sua condizione di vignaiolo.
Quando il presidente lo interpellò sulle generalità, rispose senza turbamento: Antoine Léger, bracciante, di circa ventinove anni, nato e residente a Saint-Martin-Betencourt. Il contrasto tra quella disarmante normalità e l'orrore dibattuto non dissipava i dubbi; deviava unicamente l'attenzione su ciò che avrebbe confermato o smentito. Interrogato sul 10 agosto, ammise di aver lasciato la tana verso le tre e mezza, di aver visto una bimba seduta al limite del bosco e di averla portata via. Ribadì che la fanciulla era già morta allorché si accorse della sua immobilità. Riferì poi di essersi rintanato tra le rocce più a valle, di avervi passato parte della notte senza chiudere occhio e di aver tagliato per i campi all'alba. Disse di essersi lavato la faccia e di aver sciacquato la camicia nell'acqua piovana delle pozze, tagliandone il colletto e i bordi delle maniche intrisi di sangue. Secondo la sua versione, fuggì alla vista della guardia, per poi arrendersi alla sua intimazione.
Sulla violenza carnale assunse una linea difforme da quanto reso in istruttoria. Il presidente diede lettura dei precedenti verbali, che Léger disconobbe, sostenendo che i magistrati avevano verbalizzato a loro arbitrio. All'udienza si ostinò a respingere tale imputazione. Il magistrato gli rammentò pure che in precedenza aveva millantato una condanna a vent'anni di ferri seguita da un'evasione; a questa contestazione, Léger replicò che poteva anche darsi che fosse vero. I genitori di Aimée-Constance furono ascoltati come testimoni. I periti settori dichiararono che la minore era morta per asfissia, dovuta a strangolamento o a soffocamento, e ritennero che l'aggressione sessuale fosse cominciata con la vittima ancora in vita per proseguire dopo il decesso. Era questo il solo punto che Léger continuava pervicacemente a contestare.
Il difensore d'ufficio supplicò la giuria di prendere in considerazione la demenza dell'imputato, facendo leva sulle abitudini eccentriche di Léger, sulla sua fuga dal nucleo familiare e sulla vita selvatica tra i boschi. Il presidente formulò i quesiti di rito relativi allo stupro, agli atti di libidine violenta e all'omicidio volontario aggravato da premeditazione e agguato, aggiungendovi, su istanza della difesa, il quesito sulla demenza. Dopo appena mezz'ora di camera di consiglio, la giuria rispose affermativamente ai capi di stupro, libidine violenta e omicidio premeditato con agguato, rigettando all'unanimità l'ipotesi di demenza. Léger fu condannato alla pena capitale.
