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Giustizia e scandali · Ungheria (Budapest)

La porta del palazzo aperta dall'interno

Nel marzo 1883, il supremo magistrato ungherese Georg von Majláth viene assassinato nel suo palazzo di Buda. Gli indizi materiali conducono a tre servitori, ma i loro racconti divergenti spostano il nodo processuale dall'istigatore alla reale intenzione omicida. Condannati a morte, saliranno sul patibolo dopo che i gradi d'appello avranno prima concesso e poi revocato la commutazione della pena per uno di loro.

All’alba del 29 marzo 1883, il palafreniere di Georg von Majláth andò ad avvertire il vecchio cameriere personale: una corrente d’aria insolita attraversava l’appartamento. La porta-finestra dello studio, che doveva rimanere sbarrata, sembrava aperta. Poco dopo, l’uomo riapparve trafelato: il padrone giaceva a terra, nella sua camera da letto. Quando la polizia fece il suo ingresso nel palazzo di Paradeplatz, trovò il presidente della più alta corte ungherese legato, imbavagliato e privo di vita. Addosso non aveva che la camicia da notte e i pantaloni.

Quello che pareva un banale allarme per una finestra rimasta socchiusa si mutò d'improvviso nella scena di un delitto. I polsi e le caviglie di Majláth erano stretti da una corda che risaliva fino al collo. Uno straccio ritorto gli era stato conficcato a forza tra le fauci. Il medico accertò il rigor mortis, collocando il decesso a parecchie ore prima. Sul corpo, graffi e un lungo taglio sul palmo della mano destra testimoniavano una colluttazione disperata. La stanza, tuttavia, non mostrava quasi alcun disordine: il letto non era stato disfatto, e sul comodino ardeva ancora la lampada da notte.

Majláth non era soltanto un ricco proprietario terriero. Presiedeva la Corte suprema e la Camera dei magnati della Dieta ungherese; la sua scomparsa sconvolse tanto i vertici dello Stato quanto la sua cerchia familiare. Un simile rango pesò sulle indagini prima ancora che venisse iscritto un nome sul registro dei sospetti. La stampa e la voce pubblica evocarono vendette private, rancori di vecchi domestici e moventi pecuniari. Gli inquirenti considerarono ben presto la rapina l'ipotesi più plausibile; una convinzione che non esimeva, tuttavia, dal raccogliere prove rigorose.

I primi rilievi seguirono la via che gli intrusi sembravano aver percorso. Dallo studio si accedeva al balcone attraverso una vetrata; una morsa di ferro assicurata alla balaustra e una fune a nodi avevano consentito la discesa verso la strada. Sul selciato furono rinvenuti un guanto nero macchiato di sangue e un coltello nuovo, la cui lama recava parimenti tracce rossastre. Il computo degli oggetti sottratti confermava il movente più lineare: mancavano all'appello un orologio d’oro, una borsa contenente circa 1.500 fiorini, due anelli, monete sciolte e alcuni sigari. I malfattori avevano tentato invano di forzare la cassaforte; un'altra somma, custodita nel cassetto adiacente, era sfuggita alla loro vista.

Per gli autori del delitto, quel palazzo non era una dimora sconosciuta. La famiglia di Majláth si trovava a Vienna. Il servitore Berecz conosceva l’uso delle chiavi, i ritmi notturni del magistrato, l'esatta collocazione degli effetti personali e del forziere. Una delle stanze contigue era occupata dal segretario, il quale avrebbe potuto udire i rumori della colluttazione se fosse andato a coricarsi prima; trattenuto però dal lavoro fino alle due, non aveva avvertito nulla. Agli occhi dell’accusa, il silenzio che aveva avvolto il palazzo si spiegava tanto con il caso quanto con la complicità dell'inserviente.

Berecz fu il primo a essere tratto in arresto. Negò ogni addebito, ma il suo resoconto di quella mattina cominciò a incrinarsi. Aveva riferito al domestico che la porta del balcone era spalancata, laddove la corrente proveniva in realtà da un vetro infranto. La porta-finestra era stata sprangata dall’interno dopo la fuga. Le chiavi erano in suo possesso. Prima del delitto, inoltre, era stato notato mentre parlava a bassa voce con un uomo che osservava con insistenza il balcone dell'edificio. Gli effetti del giudice erano spariti senza che gli intrusi toccassero il denaro lasciato accanto alle chiavi della cassaforte: chi aveva agito conosceva i luoghi, ma la fretta aveva fatto abbandonare valori ben più cospicui di quelli asportati.

Le ricerche si indirizzarono presto verso due ex servitori, Paul Spanga e Michael Pitely. Nell’alloggio di Spanga la polizia rinvenne un guanto perfettamente appaiabile a quello recuperato sotto il palazzo. Il suo ritratto fu stampato e diffuso ovunque, con la promessa di una taglia. Si scatenò così una caccia all'uomo che assunse i tratti di un'ossessione collettiva: individui biondi, di bassa statura o segnati da cicatrici venivano fermati per una vaga somiglianza con il ricercato. Dal canto suo, il fuggiasco faceva uso di false generalità, frequentava alberghi, caffè e ritrovi d'intrattenimento, e aveva lasciato Budapest con una vistosa ferita alla mano.

La pista condusse a Vienna. Un portiere riconobbe la fotografia di Spanga: si faceva chiamare Michael Szabó, commerciante di Zenta. Aveva preso alloggio all'hotel Zur goldenen Schäfer, pur dormendo altrove, e vi aveva lasciato una valigia. Il bagaglio conteneva camicie cifrate con le sue iniziali, guanti e un cappello ungherese. Ma il ricercato era già ripartito. Il 12 aprile, un dispaccio da Presburgo annunciò la sua cattura al termine di uno scontro a fuoco nei pressi di uno stabilimento balneare. Raggiunto da un proiettile, Spanga fu tradotto in ospedale. La fuga era finita; potevano iniziare gli interrogatori.

Messo sotto torchio, Spanga respinse dapprima ogni accusa. Sostenne di aver trascorso la notte del delitto a teatro, poi in una mescita e infine al tavolo da gioco. Giustificò le lesioni con una caduta e il guanto insanguinato con un taglio a un dito. Gli inquirenti gli contestarono il fatto di essersi disfatto dell'acqua del catino la mattina stessa del crimine, il sangue sui suoi indumenti e la consuetudine pregressa con Berecz. Il 18 maggio capitolò, ammettendo di aver preso parte all'azione criminosa insieme a Berecz e Pitely. Anche Pitely finì per cedere. Berecz, pur tra lacrime e le palesi contraddizioni rilevate dal magistrato inquirente, ritrattò una prima ammissione e tornò a protestarsi innocente.

Il dibattimento dinanzi al tribunale di Budapest si aprì in ottobre. Nella versione resa da Spanga, Berecz figurava come l’organizzatore: il domestico avrebbe scelto l'occasione propizia, aperto gli accessi al palazzo e assegnato i ruoli. Avrebbe impartito l'ordine di legare Majláth, di imbavagliarlo e di sottrargli borsa e chiavi, raccomandando persino di non ucciderlo se fosse stato possibile evitarlo. Una volta nella stanza, Spanga avrebbe intimato al giudice di consegnare il denaro. Majláth si era svegliato, aveva tentato di strappare il coltello difendendosi con vigore. Pitely, stando a Spanga, lo aveva atterrato; a quel punto lo straccio era stato spinto in gola, le gambe immobilizzate e il cappio stretto attorno al collo. Chi aveva il compito di sorvegliare gli accessi aveva così reso possibile lo scontro costato la vita al magistrato.

Pitely fornì un quadro più circoscritto. Riconobbe che Berecz aveva accennato al denaro e li aveva introdotti nel palazzo, ma affermò che Spanga aveva ingaggiato la lotta da solo, soffocando Majláth prima ancora che egli potesse legargli le gambe. Berecz, dal suo banco, accusò i vecchi complici di averlo incastrato. Il pubblico ministero chiese la pena di morte per tutti e tre, quali autori materiali o istigatori di omicidio e rapina. I difensori diedero battaglia soprattutto sulla qualificazione giuridica: gli uomini si erano introdotti, argomentavano, per rubare e sopraffare il padrone di casa; il decesso era sopraggiunto nella concitazione della colluttazione, senza premeditazione omicida. La difesa di Berecz sottolineò inoltre l’interesse di Spanga a scaricare sul servo il ruolo di mente dell'impresa.

Il collegio giudicante condannò nondimeno tutti e tre gli imputati alla pena capitale. Il giudizio d'appello mutò la sorte di Berecz: la corte reale lo prosciolse dall'accusa di istigazione all'omicidio, ravvisando soltanto la complicità nella rapina e nella morte, e commutò la condanna a quindici anni di reclusione. La procura generale ricorse tuttavia a sua volta. La Corte suprema ripristinò la sentenza di prime cure; il consiglio di grazia non formulò raccomandazioni di clemenza e il sovrano lasciò che la giustizia facesse il suo corso.

All’alba del 23 febbraio 1884, tre forche furono erette nel cortile della prigione. Spanga e Pitely chiesero perdono alla famiglia Majláth; Berecz continuò a proclamarsi innocente, scagliando maledizioni contro i suoi giudici. Quelle ultime parole non potevano scalfire né la decisione dei magistrati, né l'intrico di contraddizioni degli accusati. Rammentavano soltanto che, in quella vicenda, la porta del palazzo era stata aperta dall'interno e che la giustizia aveva dovuto districarsi tra uomini che, nell'istante di pagare il loro debito, continuavano ad accusarsi a vicenda.

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