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Giustizia e scandali · Italia

La campana dei cinque condannati

A Ravenna, un attentato contro il cardinale Rivarola apre un'inchiesta che inghiotte altri due omicidi. Le celle di San Vitale si riempiono; cinque condanne capitali saldano insieme atti e responsabilità distinti.

Il colpo di pistola aveva mancato il cardinale. Quell'errore di pochi pollici avrebbe riempito le carceri per quasi due anni. Il 23 luglio 1826, a Ravenna, Agostino Rivarola rientrò vivo nella propria residenza; il canonico Ignazio Muti, che lo accompagnava, aveva ricevuto la pallottola destinata al prelato. Nelle strade ancora animate dalle celebrazioni di sant'Apollinare, la voce corse più svelta delle prime informazioni. Si era voluto assassinare l'uomo inviato a stroncare le sette segrete. Bisognava ormai scovare esecutori, complici e, per il governo pontificio, le ramificazioni di un nemico privo di divisa.

Un uomo allo sportello

Rivarola aveva lasciato alle Romagne una sentenza la cui sola cifra diceva già l'ampiezza: nel luglio 1825, cinquecentootto persone erano state colpite da pene o restrizioni di varia entità. Le condanne a morte erano state commutate, ma le famiglie serbavano il peso delle carcerazioni, della sorveglianza e delle difficoltà del vivere sotto sospetto. La Carboneria, costellata di cenacoli clandestini dalle eterogenee ambizioni, era divenuta per il potere il nome di un pericolo universale. Per i suoi affiliati e per i loro congiunti, il cardinale impersonava una repressione fin troppo concreta.

Un anno più tardi, la festa del patrono di Ravenna offrì l'occasione per avvicinarlo. Primo Uccellini, futuro memorialista e anch'egli travolto da quella repressione carceraria, riferisce che un primo agguato era stato concepito all'uscita da un concerto. La calca rese impraticabile il disegno. La carrozza del cardinale fu pedinata fino a palazzo Rasponi; se ne attese l'uscita. Nella versione tramandata da Uccellini, un uomo si appostò dinanzi alla dimora, nel buio di un androne.

La sentenza promulgata nel 1828 fissa a sua volta l'istante decisivo: il cardinale saliva in carrozza con Muti; un servitore ne accostava lo sportello; il tiratore si presentò dall'altro lato. Il colpo raggiunse l'accompagnatore dell'alto prelato. Gli assalitori si diedero alla fuga abbandonando delle armi, in parte poi recuperate. Rivarola era illeso. Muti rimase gravemente ferito; la sua posteriore scomparsa sarebbe stata ricondotta a quella lesione nel racconto di Uccellini. La confusione del primo secondo non deve cancellare questo scarto fra la vittima designata e quella che cadde colpita.

Il cardinale lasciò poi le Romagne. La sua sopravvivenza non restituì tuttavia la quiete: la ricerca dei colpevoli prese la forma di una commissione speciale, guidata dal prelato Filippo Invernizzi e dal colonnello Giacinto Ruvinetti. Il nuovo consesso doveva sbrogliare l'attentato, ma anche altri delitti rimasti privi di un responso giudiziario plausibile. Uno sportello spalancato nella notte conduceva a un fascicolo assai più vasto.

Tre delitti in una sola sentenza

Il primo di questi altri crimini risaliva al 5 aprile 1824. Il direttore provinciale di polizia, il conte Domenico Matteucci, era stato aggredito mentre bussava alla porta di una casa dove soleva trascorrere parte della serata. Colpi d'arma da fuoco sparati alle spalle lo avevano freddato. La commissione avrebbe imputato quell'omicidio ad Angelo Ortolani e Gaetano Rambelli, attribuendovi un movente politico: l'odio verso la carica e lo spirito di fazione.

Il terzo assassinio era più recente. Il 15 marzo 1827, Mosè Forti era stato trucidato, anch'egli a tradimento. I giudici designarono Luigi Zanoli e Gaetano Montanari quali esecutori materiali, Abramo Isacco Forti quale mandante, e ravvisarono una complicità a carico del fratello di quest'ultimo, Beniamino. L'appartenenza dei presunti rei ai sodalizi clandestini spiegava perché quel fascicolo si saldasse ai precedenti. Essa non dimostrava, di per sé, che l'uccisione di Mosè rispondesse al medesimo disegno politico dell'assalto al cardinale.

I nomi si incrociavano dunque senza che gli atti coincidessero. Ortolani lavorava al forno pubblico; Zanoli faceva il calzolaio; Montanari, il barbiere; Rambelli, il cappellaio. Abramo Isacco Forti era commerciante. La procedura accorpava questi uomini in una sola causa, e la memoria avrebbe poi finito per fonderli sotto un'unica etichetta. Ma la sentenza non accusava indistintamente ognuno di aver sparato contro Rivarola. Essa distribuiva le responsabilità fra i tre delitti e aggiungeva ancora, contro Ortolani, l'accusa di pregressi tentativi di avvelenamento mediante il pane.

Questi capi d'accusa componevano la narrazione della commissione. La loro pubblicazione non ci schiude uno sguardo limpido su ciascuna delle scene: essa afferma che gli imputati furono convinti rei, invoca precipuamente le confessioni di Zanoli e rimanda alle altre prove agli atti. Accanto a questa fermezza giudiziaria, le memorie dei detenuti tramandarono tutt'altro quadro dei mezzi impiegati per estorcere la parola e dei benefici promessi a quanti denunciassero.

Nei corridoi di San Vitale

Uccellini narra che la pista delle indagini si era aperta dopo l'arresto di un tale coinvolto in una rissa. Costui avrebbe offerto notizie in cambio della libertà; una figura di spicco delle società clandestine, Stefano Piavi, avrebbe in seguito alimentato le rivelazioni. Il memorialista non aveva assistito a ciascuna di quelle trattative e segnala talvolta egli stesso la propria esitazione. Ciò che vide senza diaframmi fu l'esito: gli arresti si moltiplicarono, le carceri ordinarie non bastarono più, e l'antico convento di San Vitale accolse i nuovi reclusi.

Vi fece ingresso nell'ottobre 1827. La sua cella aveva una finestra quasi per intero sbarrata da tavole. Le sentinelle vigilavano su ogni movimento; una lanterna consentiva di protrarre la sorveglianza per tutta la notte. Di lì, Uccellini non poteva scorgere gli interrogatori degli altri prigionieri. Avvertiva tuttavia i passi, registrava le assenze, intuiva le partenze. La vita del corridoio diventava un modo dimesso e tormentoso di decifrare l'avanzamento della causa.

Il governo incoraggiava le abiure alle sette segrete, le dichiarazioni cosiddette spontanee e le delazioni. Uccellini reputava tale condotta più micidiale per la Carboneria della carcerazione medesima: essa divideva i compagni, mutava la libertà riconquistata in una colpa e poneva ciascuno dinanzi al tarlo che l'altro avesse parlato. Il suo resoconto serba la collera dell'oppositore. Non lascia tuttavia adito a dubbi su cosa rendesse l'inquisizione tanto tremenda per i reclusi: la sorte di un uomo poteva dipendere da parole a lui del tutto ignote.

Cinque nomi, una mattina

La commissione pronunciò la sentenza il 26 aprile 1828; il sommario a stampa fu pubblicato il 9 maggio. Ortolani, Zanoli, Montanari, Rambelli e Abramo Isacco Forti furono condannati a morte. Beniamino Forti ebbe sette anni di galera; Angelo Branzanti, cinque anni di reclusione. Altri due imputati furono rilasciati sotto precetto. L'atto asserisce che un difensore era stato ascoltato a voce e per iscritto. Le critiche liberali infieriscono, per contro, sull'effettività delle garanzie, sulla libera scelta del patrono e sulla facoltà di addurre prove a discarico. Le due verità non si dirimono cancellando l'una con un tratto di penna.

Il 13 maggio, Uccellini udì rintoccare la campana che annunciava le esecuzioni. Le porte delle celle erano state sprangate; i corridoi tacevano quasi del tutto. Un vicino gli domandò cosa significasse quel rintocco. Si trattava, si legge nelle sue memorie, del fratello di uno dei condannati. Chi non vedeva la piazza sapeva già, dalla campana, che una morte era imminente; non sapeva ancora, per forza, quale.

L'attesa si protrasse fin oltre mezzogiorno. I cinque uomini furono impiccati. Uccellini seppe in seguito che Rambelli e Forti avevano opposto rifiuto ai conforti religiosi che scortavano l'apprestamento del patibolo. La sua testimonianza su quegli ultimi colloqui deriva da confidenze raccolte a cose fatte; la sua esperienza diretta è quella dell'isolamento, del bronzo che insiste a suonare e del ritorno dei custodi. Quando le razioni furono ridistribuite, non riuscì a toccare cibo. L'esecuzione si era chiusa per l'amministrazione, ma la mattina continuava a pesare nelle celle.

I cinque morti confluirono in una memoria di martirio; le colpe ascritte si fecero astratte, i nomi delle vittime scivolarono sullo sfondo. Rimanevano tuttavia tre vicende distinte: un capo della polizia freddato sull'uscio, un canonico trapassato in carrozza, un uomo ucciso su commissione secondo i giudici. L'averle strette insieme aveva conferito forza al processo. Districarle restituisce oggi a ciascuno il proprio posto nella tragedia — e rammenta che una condanna politica può serbare al suo fondo morti verissime, senza dispensare mai dall'esaminare in che modo se ne siano designati gli autori.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Sono stati esaminati i capitoli XII–XIV e XIX–XXIV delle memorie di Primo Uccellini, le annotazioni XIV, XIX–XXI di Tommaso Casini e il sommario ufficiale della sentenza del 26 aprile 1828, trascritto integralmente nell'annotazione XX. Uccellini scrive a posteriori da oppositore del potere pontificio: le scene da lui vissute in prigione sono tenute distinte dalle informazioni attinte da terzi. La sentenza espone le imputazioni accolte, non una dimostrazione trasparente di tutte le prove. Essa distingue l'omicidio Matteucci (1824), l'attentato contro Rivarola con il ferimento di Muti (1826) e l'assassinio di Mosè Forti (1827). Le cinque esecuzioni, inclusa quella di Abramo Isacco Forti, sono attestate in conformità alle memorie e al saggio giuridico pubblicato sui «Quaderni fiorentini» nel 2009, pagina 574, di cui è stato consultato il passo. Il 13 maggio è la data recata dalla testimonianza di Uccellini. Nessun dialogo è d'invenzione.

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