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Giustizia e scandali · Regno Unito

La porta di Prospect-row

A Portsmouth, nel 1829, la morte del signor Langtrey e della sua governante Christian Joliffe indirizza gli inquirenti verso John Stacey, apprendista barbiere, e suo padre. La compilazione retrospettiva di Camden Pelham riferisce la condanna a morte del figlio e la deportazione a vita del padre quale complice successivo ai fatti, pur tramandando giorni della settimana inconciliabili con il calendario.

Lunedì 2 marzo 1829, la signora Dyott tornò alla modesta dimora di Prospect-row, a Portsmouth, dove era solita aiutare Christian Joliffe ad accudire il signor Langtrey. La sera innanzi, poco dopo le sei, si era presentata secondo consuetudine per rassettare il letto dell’anziano; nessuno le aveva aperto. Aveva bussato a lungo, per poi desistere, persuasa che gli abitanti della casa riposassero. L’indomani, il medesimo silenzio la trattenne davanti alla porta. Chiamato un vicino, si forzò l’accesso posteriore.

Pelham colloca quindi la Joliffe, governante ultrasessantenne, nella stanza al pianterreno; al piano superiore giaceva Langtrey, quasi ottuagenario e tanto infermo da non poter lasciare la propria camera. Accanto alla donna furono rinvenuti un martello da conciatetti appartenente al vecchio e i frammenti di un manico di scopa. Entrambi gli ambienti recavano, in questa relazione, i segni di una colluttazione e di colpi reiterati. Nella camera di Langtrey, cassetti e bauli erano stati scardinati; carte, vestiti e monete giacevano alla rinfusa. Un sacco che si diceva contenesse seicento sterline era sparito.

Langtrey, antico fabbricante di mattoni, aveva accumulato una fortuna e passava per uomo che custodisse tra le mura domestiche banconote e oro. Il movente del furto si impose subito agli inquirenti, ma l’autore restava ignoto. La polizia di Londra fu mandata a chiamare a Portsmouth. Per diversi giorni, riferisce Pelham, il giovane Stacey mantenne la propria condotta ordinaria di apprendista barbiere. Conosceva Langtrey, che radeva allorché la debolezza impediva al vecchio di provvedervi da sé; conosceva pure le abitudini d’una casa in cui la Joliffe era pressoché la sola a vegliare sull’infermo.

Poi il suo contegno mutò profilo agli occhi degli investigatori. Un venerdì lamentò un dolore alla mano, chiedendo di essere dispensato dal lavoro; il lunedì seguente spese denaro con insolita larghezza, benché il suo salario ammontasse ad appena due scellini e sei pence la settimana. Lasciò Portsmouth a bordo di una carrozza noleggiata, accompagnato da due donne, per ciò che definì una scappatella. Non lontano dalla casa, lungo il tragitto che conduceva all’abitazione del padre, era stato rinvenuto un coltello insanguinato e intriso di capelli, somigliante a un’arma che si sapeva appartenergli. La lama servita a recidere la gola della Joliffe non era stata trovata all’interno dell’alloggio.

Tali circostanze non componevano ancora, da sole, un quadro probatorio compiuto. Fu la testimonianza di Connamore, compagno di bottega e cognato del loro maestro d’arte, a fissare un’ora e un movente alla serata di domenica 1° marzo. Quel giorno, i due giovani avevano lasciato insieme la casa del padrone per recarsi dal padre di Stacey. Il giovane portava con sé un trattato intitolato The Book of Martyrs, che asseriva destinato a Langtrey. Aveva chiesto a Connamore di anticipare la somma necessaria all’acquisto, sostenendo che il vecchio gliene avesse fatto espressa richiesta.

Verso le sei meno venti, Stacey ripartì da solo con il trattato. Fece ritorno soltanto intorno alle otto. Connamore gli aprì la porta; il giovane gli passò davanti lesto e salì le scale chiamando il padre. Questi lo seguì, e i due rimasero a lungo a colloquio. La matrigna di Stacey li raggiunse poco dopo. Connamore udì allora un rumore che gli fece supporre si stessero lavando panni in un mastello. Di lì a poco, il padre lo mandò ad acquistare pane e formaggio in una bottega distante. Al ritorno, l’apprendista scorse Stacey seduto accanto al fuoco, senza camicia, mentre la matrigna faceva asciugare e poi stirava l’indumento. Più tardi, sulla via del ritorno, Stacey gli confidò di essersi azzuffato e di aver macchiato i propri abiti di sangue; Connamore notò sul suo mantello una gora così estesa che sarebbe stato necessario, a suo dire, raschiarla via col coltello.

Il trattato fu rinvenuto accanto al coltello insanguinato. Un altro testimone dichiarò di aver visto Stacey scavalcare la cancellata della casa di Langtrey la sera del delitto. Gli investigatori appresero inoltre che un guanto abbandonato nella dimora apparteneva a un paio donato al giovane da un gentiluomo, e che Stacey li indossava proprio quel giorno. Gli oggetti, le ore scandite da Connamore e i movimenti della famiglia convergevano così attorno all’assenza del giovane apprendista.

Lo arrestarono a Porchester, in una casa ove si trovava con le donne che lo avevano accompagnato. Alla vista dei conestabili, gridò: «I am done!», per poi tentare di nascondersi in un fienile. Condotto a Portsmouth, fu sottoposto a interrogatorio davanti ai magistrati. Anche il padre fu tratto in arresto; Pelham riferisce che doveva rispondere del capo d’accusa meno grave di favoreggiamento per aver dato ricetto al figlio.

Durante la detenzione, il giovane non manifestò dapprima, stando al compilatore, alcun sincero ravvedimento. Dopo la visita delle sue tre sorelle, avrebbe confidato la propria colpevolezza a un compagno di cella, descrivendogli i fatti. In tale confessione riportata, egli sosteneva di aver tentato di strangolare la Joliffe prima di colpirla con un candeliere e con un pezzo di manico di scopa; sarebbe poi salito a pretendere il denaro da Langtrey, il quale si era difeso col proprio bastone. Stacey affermava di averlo fatto cadere, per poi ucciderlo a colpi di martello. Ridisceso, credendo che la Joliffe desse ancora segni di vita, l’avrebbe percossa di nuovo tagliandole la gola. Un rumore alla porta lo avrebbe interrotto; si sarebbe quindi accinto al furto, ma disse di aver sgozzato il vecchio prima di afferrare il sacco, per sincerarsi che non lo stesse guardando. La violenza di questi particolari scaturisce dalla confessione riferita da Pelham; non deve essere confusa con un rilievo oggettivo e indipendente della scena del crimine.

Il padre rese, il giorno medesimo, una dichiarazione e indicò il luogo in cui aveva occultato il sacco, sotto una zolla di prato recisa. Quasi tutto il denaro fu recuperato. Ne mancavano circa trenta sterline, che il giovane Stacey avrebbe dilapidato per acquistare un orologio, ciondoli e abiti. Il furto non aveva dunque disperso l’intero patrimonio del vecchio; aveva nondimeno lasciato due cadaveri e una famiglia che la giustizia legava ormai indissolubilmente all’eccidio.

Il processo ai due uomini si celebrò a Winchester dinanzi al giudice Burrough, secondo quanto tramandato. Pelham lo colloca al 30 agosto 1829, definendolo un giovedì; fissa poi l’esecuzione al lunedì 2 settembre del medesimo anno. Tali giorni della settimana non concordano con le date del calendario; in mancanza di un atto giudiziario indipendente, conviene accogliere le date quali meri dati della compilazione, astenendosi dal correggerne la cronologia per via d’ipotesi. La narrazione riporta un verdetto di colpevolezza per entrambi gli imputati. Il giovane Stacey fu condannato a morte; il padre alla deportazione a vita quale complice successivo ai fatti.

L’esecuzione ebbe luogo, scrive Pelham, davanti alla prigione di Winchester, nel giorno della fiera di Magdalen Hill, tra una folla imponente. Stacey rifiutò il conforto del cappellano, che aveva congedato la vigilia. Ai piedi del patibolo, dichiarò che un altro uomo lo aveva aiutato nei delitti; il compilatore aggiunge che costui provò in seguito la propria innocenza. Quest’ultima parola non mutava né la sentenza né il supplizio, ma rammenta come il racconto d’un delitto possa sopravvivere ai suoi testimoni lasciando dietro di sé un’accusa ulteriore, il cui autore designato non viene neppure rivelato al lettore.

Così si conclude la relazione di Pelham: un sacco ritrovato, quasi l’intera somma restituita, un padre deportato a vita e un figlio giustiziato. Tra questi fatti si intersecano una porta rimasta serrata, la testimonianza di un apprendista e confessioni riferite da terzi. La vicenda è sigillata dalla condanna; i giorni impressi sulla carta restano invece discordanti, quasi a rammentare che perfino una cronaca certa del proprio esito non sempre ha saputo fissare con esattezza ciascuno dei suoi riferimenti.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

La fonte è il capitolo circoscritto di The Chronicles of Crime, vol. II, pubblicato nel 1891 e dedicato a vicende giudiziarie verificatesi fino al 1841. L’opera non cita verbali d’udienza né resoconti coevi. La narrazione attribuisce a Pelham le deposizioni, le confessioni, il verdetto, le pene e l’esecuzione. La fonte menziona «Mr. Langtrey» senza indicarne il nome di battesimo. Colloca inoltre il processo a un giovedì 30 agosto e l’esecuzione a un lunedì 2 settembre 1829; i giorni non corrispondono alle date solari e restano segnalati quale anomalia della compilazione. Nessun elemento esterno è stato impiegato per dirimerla.

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