Quando nella cappella di Newgate venivano letti i comandamenti, Foster Snow tremava, impallidiva e piangeva, riferisce il cronista, non appena risuonavano le parole che vietavano di uccidere. Chiedeva allora a Dio di perdonargli quella colpa. Condannato per la morte di Thomas Rawlins, avrebbe presto lasciato il carcere per il patibolo di Tyburn. L’uomo che un tempo si era guadagnato la stima dei vicini come oste trascorreva ormai i suoi giorni a macerarsi nel rimorso, mentre la moglie non veniva a fargli visita e la sua famiglia proseguiva senza di lui un’esistenza già logorata dai dissapori.
Snow era nato da genitori che la fonte descrive come onesti e rispettabili. Gli impartirono un’educazione adeguata alla loro condizione e lo avviarono al giardinaggio. Lavorò come giardiniere o domestico presso diverse persone di riguardo, senza che la sua reputazione ne fosse mai macchiata. Circa quattordici anni prima di morire, prese moglie e aprì una taverna. I vicini lo tenevano in considerazione. La cronaca non gli attribuisce gravi vizi, se non l’ira alla quale si abbandonava fin troppo spesso: quando beveva, trascorreva in intemperanze di parole e di atti, trattando con durezza chiunque gli capitasse a tiro.
L’autore riconduce questi accessi di collera ad attriti domestici che, a suo dire, avevano a lungo tormentato Snow prima dell’omicidio. La moglie aveva una figlia nata da un precedente matrimonio e l’aveva portata a vivere sotto il loro tetto. Snow non la tenne in disparte: le affidò la conduzione della casa e le riservò, scrive il cronista, un grande affetto. Riversò inoltre il suo attaccamento sulla figlioletta di questa figliastra. La fonte insiste sulla tenerezza che egli mostrava verso la bambina e sul contrasto tra quell’affetto e il rancore che ormai lo divideva dalla madre.
Thomas Rawlins era riuscito, secondo la medesima relazione, a rendersi gradito alla madre e soprattutto alla figlia. I suoi mezzi non erano cospicui, ma godeva di un credito assai largo. Insieme ai figli, veniva spesso nell’osteria e vi si tratteneva tanto a lungo che, a poco a poco, non lo si vedeva quasi più uscire. Snow ne prese ombra. Gli intimò di non rimettere piede in casa. Rawlins replicava, stando al cronista, con parole di scherno e d’ingiuria; per giunta, gli doveva del denaro. L’inimicizia si trascinò tra vari incidenti. Snow se ne lagnava con la moglie e con i familiari, ma Rawlins continuava a frequentare la casa e i suoi figli a ricevere soccorso.
Il giorno del delitto, Snow aveva bevuto più del consueto quando Rawlins varcò la soglia. Gli chiese il denaro che gli spettava e gli rinfacciò duramente il contegno tenuto verso di lui. Rawlins rispose, sempre secondo il resoconto, con pari villania. Le minacce di Snow avevano già tradito il suo risentimento; afferrò un coltello da tavola e si gettò all’inseguimento di Rawlins. Gli vibrò un colpo mortale, e Rawlins spirò all’istante. Snow fu arrestato e condotto a Newgate.
Nelle sessioni successive, fu rinviato a giudizio per l’omicidio di Thomas Rawlins, con l’accusa di aver inferto con un coltello la ferita che ne aveva causato la morte immediata. Fu inoltre perseguito in virtù della legge contro l’accoltellamento e, una terza volta, sull’atto del coroner, sempre per il medesimo fatto. Queste tre imputazioni non indicavano tre vittime: riguardavano la morte di Rawlins attraverso percorsi giuridici distinti. La giuria dichiarò Snow colpevole su ciascun capo d’accusa. Testimoni chiamati a deporre sulla sua moralità lo descrissero tuttavia come un vicino civile, onesto e pacifico; la loro testimonianza non prevalse contro le prove del delitto.
Al momento della sentenza, il magistrato aggiunto, il signor Faby, insistette sulla gravità dell’omicidio e sulla legge divina che esige il sangue di chi ha versato il sangue di un uomo. Ammonì Snow a non sperare nella grazia, appartenendo il delitto a quelli per cui la Corona raramente concedeva clemenza. Tale monito pose il condannato di fronte alla certezza della pena. La relazione descrive quindi un contegno assai diverso da quello attribuito all’uomo collerico dell’osteria: nel braccio dei condannati a morte, diede prova di grande devozione e di sincero pentimento.
Snow volle comprendere la natura del crimine commesso. Lo considerava ormai contrario tanto alla religione quanto ai sentimenti naturali. Il cronista riferisce che talvolta si lamentava da solo, ripetendo che la colpa dell’omicidio gli straziava l’anima. Nella cappella, quando venivano recitati i comandamenti, le parole «Non uccidere» lo facevano tremare e impallidire; piangeva e pregava Dio di perdonarlo. Il testo afferma che nessun uomo aveva mostrato, durante la prigionia, un sentimento più vivo della propria colpa. Temeva che la sua penitenza fosse inadeguata a riscattare una vita che non poteva restituire all’ucciso.
Alcuni ministri del culto e il cappellano di Newgate gli offrirono conforto spirituale. Lo esortavano ad affidarsi alla misericordia divina, affinché il pentimento non scivolasse nella disperazione. Snow li ascoltava con mitezza, secondo la cronaca. Il rimorso accompagnava ormai le sue giornate, così come l’ira aveva accompagnato le liti domestiche. Nessuno dei soccorsi che accettava poteva rendere a Rawlins l’esistenza che gli era stata strappata.
La moglie, al contrario, non andava a fargli visita e provvedeva appena alle sue necessità, afferma la cronaca. I dissapori coniugali avevano a tal punto inasprito i loro rapporti che l’affetto consueto tra sposi pareva svanito. Snow si doleva di quell’assenza, ma negò di aver mai sospettato la moglie d’infedeltà. Le rimproverava soltanto di accordare credito a Rawlins. Quanto alla figliastra, ripeteva che i benefici elargiti erano stati ricambiati con ingratitudine. Il suo affetto per la bambina restava tuttavia immutato: temeva che, dopo la sua morte, nessuno si sarebbe curato degnamente della sua educazione, compito che avrebbe voluto assumere egli stesso. I rimproveri mossi alla madre non ricadevano sulla piccola.
Con l’avvicinarsi dell’esecuzione, una violenta malattia lo debilitò al punto da impedirgli di recarsi nella cappella. Quando il male regredì, gli lasciò la mente così debole da farlo apparire talora smarrito. La domenica precedente la morte, proruppe in grida nella cappella, come un uomo profondamente sconvolto dal peso del peccato e dal giudizio a cui stava per presentarsi. Perdonò nondimeno, stando alla fonte, a tutti coloro che avevano contribuito in qualsiasi modo alla sua condanna. Poco dopo, condotto in carrozza a lutto verso Tyburn, apparve più sereno di quanto non fosse stato da molto tempo.
Davanti alla folla, Snow dichiarò che, al di fuori del delitto per cui moriva, non aveva mai commesso, a sua conoscenza, nulla che dovesse fargli temere una fine simile. Fu giustiziato il 3 novembre 1725, all’età di circa cinquantacinque anni. La morte del condannato non mise a tacere la disputa. Quasi nell’immediato cominciò a circolare un foglio a stampa intitolato al suo caso, che esponeva circostanze atte ad attenuarne la colpevolezza e che, a detta del cronista, non erano emerse durante il processo.
Nella sessione seguente, il tribunale dell’Old Bailey prese in esame la pubblicazione. I giudici ritennero che essa offendesse l’operato di quanti avevano giudicato Snow e convocarono lo stampatore, il signor Leech. Gli contestarono di aver dato alle stampe un testo idoneo a travisare le loro decisioni. Leech porse le sue scuse, assicurò di aver agito per inavvertenza e promise di non stampare mai più scritti del genere. La corte lo congedò con una censura, ammonendo al contempo gli altri stampatori a non pubblicare testi che mettessero in discussione le proprie procedure. Così, dopo il verdetto, la condanna e il patibolo, si aprì una nuova contesa sul modo in cui la vicenda doveva essere narrata.
