La mattina del 23 maggio 1874, Marie Peyrière si recò nella bigattiera di Pommiers per accertarsi che i fuochi fossero accesi a dovere per i bachi da seta. Vi trovò il suocero, François Barral, armato d’un grosso bastone. A quanto riporta l’atto d’accusa, nessuna parola avrebbe preceduto il colpo ch’egli le vibrò mentre la donna scendeva le scale. La giovane cadde; l’uomo la afferrò, la trascinò nella stanza al pianterreno dove si trovavano il marito e la suocera di lei, quindi – sempre stando alla ricostruzione dell’accusa – le passò attorno alla gola la corda della propria frusta. La scena che avrebbe condotto tre membri d’una medesima famiglia davanti alla corte d’assise del Gard non aveva tuttavia avuto inizio su quella scala. Essa era maturata nel seno d’una convivenza che, in un anno appena, non aveva saputo trovare né case separate né una pace duratura.
I coniugi Barral avevano consentito che il figlio François restasse a vivere sotto il loro tetto dopo le nozze. Nell’aprile del 1873, il giovane aveva sposato Marie Peyrière, e la sposa era andata ad abitare dai suoceri, a Pommiers. L’atto d’accusa non tarda a delineare una frattura tra lei e la nuova famiglia. Vi si legge che la nuora rimproverava al suocero d’aver depositato una metà della dote di lei, ossia 750 franchi, alla cassa di risparmio intestandola alla propria moglie. I Barral, dal canto loro, le imputavano un’indole difficile e lamentavano di non trovare in lei la sottomissione pretesa dai propri figli. Tali sono le formule dell’accusa; di quanto accadesse al di fuori dell’aula giudiziaria, dei registri domestici e dei discorsi a porte chiuse, nulla ci è dato sapere oltre ciò che emerse al processo.
Il marito, stando al medesimo atto, rimaneva succube dell’ascendente paterno. Non tentava di guidare la consorte, né si adoperava per difenderla. Una simile circostanza conferisce alla cronaca processuale una gravità singolare: Marie viveva frammezzo a coloro con i quali era in aperto contrasto, mentre l’uomo dal quale avrebbe dovuto attendersi protezione restava, secondo la pubblica accusa, schierato coi genitori. Le formule della stampa compendiano le parti in poche battute; gli elementi fattuali riportati di seguito mostrano piuttosto una catena di dissidi domestici, di allontanamenti e di progetti di separazione mai giunti a compimento.
Nel gennaio del 1874, Marie cercò rifugio presso la casa paterna, a Rogner. Il marito non andò a riprenderla; scrisse anzi al padre della donna intimandogli di tenersi la figlia. Alcuni consigli persuasero nondimeno la sposa a rincasare nel mese di aprile, ma quel ritorno non sopì le contese. Il vecchio Barral pretendeva ch’ella andasse a vivere in una casa di sua proprietà, in una frazione isolata a diversi chilometri di distanza. Marie vi acconsentiva a un solo patto: che il marito la seguisse. Costui vi si opponeva. L’intervento del sindaco valse a strappare un accomodamento provvisorio: terminato il raccolto dei bozzoli, nella dimora dei Barral sarebbe stato ricavato un alloggio indipendente per i giovani sposi.
Occorreva dunque attendere tale raccolto. La presenza di Marie a Pommiers restava necessaria per diverse settimane, ed ella domandò di poter fare visita al padre prima che quel ciclo di fatiche avesse inizio. Il marito si oppose. Ciononostante, il 17 maggio ella partì alla volta di Rogner, per fare ritorno l’indomani mattina e rimettersi all’opera. I Barral la accolsero allora, riferisce il giornale, con un ostentato silenzio. La cronaca dell’epoca non fa di quella partenza una fuga definitiva; vi scorge piuttosto l’atto d’una donna che cerca riparo tra i propri congiunti per poi rientrare nella casa in cui i rancori covavano ancora sotto la cenere.
Un episodio di poco conto valse a riaccenderli. La suocera rifiutò di dare a Marie lo zucchero necessario per due tazze d’infuso; la giovane andò a chiederlo a una vicina. Quel gesto suscitò un alterco durante il quale il vecchio Barral avrebbe proferito minacce all’indirizzo della nuora. Il giornale connette direttamente tale screzio al dramma del 23 maggio, ma l’intervallo è breve e non ci è lecito attribuirgli un significato diverso da quello assegnatogli dal resoconto e dall’imputazione.
La mattina dell’aggressione, Marie salì dunque nella bigattiera. Vi scorse il suocero con un bastone tra le mani. Mentre ella ridiscendeva la scala, senza che una sola parola venisse pronunciata, l’uomo la colpì violentemente al capo, tanto da farla crollare e ruzzolare lungo i gradini. La trascinò quindi nell’alloggio situato sotto il locale dei bachi, al pianterreno. Vi si trovavano il figlio e la moglie. Ferita, Marie si gettò al collo del marito, implorando la sua protezione. L’accusa addebitò all’uomo di averla respinta tra le braccia del padre.
Il vecchio Barral avrebbe a quel punto afferrato la giovane, cingendole la gola con la corda della propria frusta. Tentò di strangolarla; Marie, stando alla deposizione trascritta nell’atto, infilò d’istinto una mano tra la fune e il collo. Udì la suocera pronunciare queste parole: «Facciamo ciò che non abbiamo mai fatto». Frasi, queste, riferite come appartenenti a una persona presente al fatto; esse non bastano, da sole, a dimostrare quale disegno ciascuno degli imputati avesse premeditato. Spettava alla giuria discernere tra gli atti accertati, le intenzioni presunte e i gradi di complicità effettivamente riscontrabili.
Richiamata dalle grida di Marie, una cognata accorse sul posto. Vedendo la vittima riversa a terra e coperta di sangue, esclamò: «Sciagurato padre! Che fate mai? Batterla passi pure, ma ucciderla!». Poi fu colta da una crisi di nervi. Gli aggressori la trascinarono verso una stanza e chiusero a chiave l’appartamento in cui Marie giaceva. Quest’ultima, nell’impossibilità di fuggire, si finse morta per sottrarsi a nuove percosse. Al loro rientro, gli assalitori la voltarono più volte, come per sincerarsi che non desse più segno di vita. Uno di essi la prese per i capelli, la trascinò fino alla scala della bigattiera e le lasciò cadere pesantemente la testa sulla pietra.
Il seguito riferito dalla stampa si fa ancor più gelido. Credendola morta, le lavarono il viso per cancellare le tracce di sangue. Dopo essersi consultati, chiamarono i vicini; il vecchio Barral disse loro che la giovane si era spaccata la testa cadendo dalla scala. L’intera sequenza sarebbe durata da tre quarti d’ora a un’ora. I vicini prestarono i primi soccorsi e Marie riprese i sensi. Narrò l’accaduto. Il resoconto precisa che Marie Peyrière rimase inferma per un mese; a quarantotto giorni dall’attentato, una perizia medica rilevava ancora i postumi d’uno shock nervoso. La cronaca si sofferma su questo referto, che misura la durata delle conseguenze senza tramutare l’esame clinico nella prova diretta d’ogni singolo fatto pregresso.
L’atto d’accusa imputava ai tre membri della famiglia il tentato omicidio volontario con premeditazione, consumato in concorso tra loro. Vi si riferiva che il figlio era stato notato poco prima del delitto mentre andava e veniva dinanzi alla casa, con un’aria inquieta che l’accusa assimilava a quella d’un complice intento a fare da palo. Egli avrebbe poi respinto la moglie tra le braccia del padre, sempre secondo l’imputazione. La madre avrebbe assistito alla scena incoraggiando la violenza; il padre, dal canto suo, aveva ammesso gran parte delle condotte contestategli e, stando all’atto, confessato il proposito di sopprimere la nuora. Tali asserzioni appartengono alla tesi accusatoria; non vanno confuse con il verdetto chiamato a vagliarle.
Dinanzi alla corte, Marie Peyrière, ancora sofferente, ribadì la deposizione resa in sede d’istruttoria. Il presidente annunciò che avrebbe sottoposto ai giurati, per il padre e per il figlio, il quesito relativo a percosse e lesioni personali volontarie che avessero cagionato un’incapacità al lavoro superiore ai venti giorni. La distinzione era capitale: la giuria non era chiamata soltanto a pronunciarsi sul disegno d’un tentato omicidio premeditato formulato dal magistrato inquirente, ma anche sulle questioni materiali di violenza e di partecipazione emerse dal dibattimento.
I giurati assolsero la donna Barral. Esclusero la premeditazione, ma riconobbero il padre colpevole di tentato omicidio e di lesioni personali; del figlio ritennero unicamente la complicità nelle lesioni. Furono concesse le circostanze attenuanti. Il padre fu condannato a sei anni di reclusione; il figlio, a due anni di carcere. La corte non fece propria in blocco la tesi accusatoria che aveva aperto il processo. Scompose le tre responsabilità, scindendo il tentato omicidio dalle violenze alle quali il figlio fu considerato mero complice.
Tale fu l’esito giudiziario del dramma di Pommiers. In casa, il disegno d’un alloggio separato era stato rimandato al termine del raccolto; in tribunale, quella medesima famiglia fu divisa dai verdetti dei giurati. Sarebbe facile cedere al tono concitato delle cronache e confondere un capo d’accusa con una verità acclarata. Conviene piuttosto assegnare a ciascun elemento il proprio peso: le minacce sono riferite, le percosse sono narrate dalla vittima e dall’atto d’imputazione, i disegni criminosi sono contestati e poi parzialmente confessati; infine, il verdetto e le pene fissano ciò che i giurati hanno inteso ritenere provato. La giovane donna scampò alla morte, ma la giustizia non pronunciò una condanna indiscriminata. Il padre pagò per il tentativo e per le lesioni; il figlio per le sole ferite; la donna uscì assolta. In questa distinzione risiede l’autentica conclusione della vicenda.
