La madre di Octavie Parisot vide brillare un’arma nella mano di Étienne Grassot. Seguiva i due giovani attraverso i campi, con l’oscuro presentimento che una disgrazia fosse imminente. Non era abbastanza vicina per raggiungerli. Quando giunse presso la figlia, Octavie era già riversa a terra, ferita al volto. Grassot, ancora armato e minaccioso, indugiava al limitare del bosco.
I dibattimenti della corte d’assise della Loira Inferiore ricollocarono quella scena all’interno di una catena di minacce e rifiuti. Grassot, garzone di diciotto anni, frequentava la casa dei Parisot a Ruffey. Si era invaghito di Octavie, sua coetanea; i genitori di lei cercavano di sottrarla a quelle ossessioni. Il verdetto della giuria lo dichiarò colpevole dei fatti ascritti dall’accusa, accordandogli le circostanze attenuanti. La corte lo condannò ai lavori forzati a vita.
Una minaccia divenuta consuetudine
Grassot prestava servizio presso un proprietario del paese e alloggiava da Prieur, vicino di casa dei Parisot. Frequentava la loro abitazione e si era legato alla ragazza. Octavie tornava dal collegio quando Voillot la scorse con lui lungo la strada; il resoconto giudiziario non precisa se la giovane vi si recasse da sola né se quell’incontro fosse concordato. La Gazette non descrive una relazione consenziente: riferisce che le insistenze del giovane erano accolte da Octavie con maggior benevolenza rispetto ai genitori, ma che la ragazza respingeva alcune delle sue avance. Le tensioni si inasprirono. La madre di lei lo avrebbe percosso dopo l’ennesima insistenza; lui cominciò a parlare di sangue e pistole.
La cronaca attribuisce a Grassot reiterate minacce. Avrebbe affermato che avrebbe ucciso qualcuno, che il sangue doveva scorrere e che avrebbe sparato alla testa a una persona non ancora designata. Alludeva all’intenzione di associarsi con qualcuno per compiere un colpo e chiese a un compagno di aiutarlo ad acquistare un’arma. Finì per procurarsi egli stesso un revolver, che teneva costantemente indosso.
I Parisot, allarmati, mandarono Octavie a trascorrere le feste di Natale da una parente, a Genay. Per Grassot quella partenza rappresentò un’ulteriore rottura. Disse che la ragazza sarebbe tornata e che l’avrebbe uccisa, prima di togliersi a sua volta la vita. Il padrone gli aveva comprato un revolver; Grassot se ne procurò subito un altro, più potente. Lo provò abbattendo un capo di pollame nel cortile. La Gazette riporta questi fatti quali elementi acquisiti al processo, non come parole pronunciate da un testimone presente a ogni singolo istante.
Sabato 11 gennaio acquistò un litro di acquavite per farsi coraggio. Condivise il letto con il compagno Pompon, confidandogli i propri propositi. L’indomani mattina tentò invano di vedere Octavie. Quando la ragazza uscì per andare ai vespri, egli le propose di accompagnarla. Lei acconsentì. La madre li vide avviarsi insieme e non li perse di vista.
Attraverso i campi
Jean Voillot, incrociato nei pressi di un bosco detto il Tremblet, udì un grido. Voltò il capo e vide un giovane che cingeva una ragazza alla vita, trascinandola verso di sé. La giovane lottava per liberarsi. Voillot riconobbe Grassot e Octavie. Notò anche la canna di una pistola che spuntava dalla tasca del ragazzo.
Sulle prime proseguì per la sua strada. Pochi passi più avanti, Octavie lo chiamò e gli tese la mano, supplicandolo di portarla via. Voillot si fece avanti. Grassot puntò contro di lui il revolver armato, minacciando di fare fuoco se si fosse avvicinato. Voillot indietreggiò; vide quindi sopraggiungere una donna di corsa. Costei gli gridò che Octavie era sua figlia e riprese la corsa disperata.
A circa trenta metri di distanza, la madre vide Grassot puntare la pistola alla testa di Octavie ed esplodere il colpo. La ragazza stramazzò bocconi nel fosso. Grassot si inginocchiò accanto a lei e sparò ancora tre volte a bruciapelo. La Gazette non trasforma questa violenza in una scena di reciproca passione: il processo la esamina come un omicidio preceduto da disegno criminoso. La madre raggiunse la figlia mentre questa agonizzava; tentò di prestarle soccorso, mentre l’uomo armato ricompariva al limitare del bosco.
Le grida richiamarono la gente dei dintorni. Grassot fu arrestato a Montigny, dove si era rifugiato, disarmato da Chrétiennot, al quale aveva confessato il delitto. La donna Parisot aveva visto l’arma, l’inseguimento, gli spari; Voillot aveva assistito alle minacce ed era stato costretto a fermarsi. Le due testimonianze offrivano alla corte una cronologia dei fatti di cui la difesa non poteva cancellare l’epilogo.
Eppure, la madre non si trovava sul ciglio del fosso al momento del primo sparo. Il resoconto la colloca a una trentina di metri: abbastanza vicina da distinguere Grassot che puntava la pistola alla testa di Octavie, troppo lontana per impedirne il gesto. Dopo gli spari, l’uomo si rialzò, guardò ancora la vittima e scomparve nel bosco del Tremblet. Quando la madre raggiunse la figlia, questa respirava appena. La Gazette precisa che Grassot ricomparve a tratti alla lisière, sempre armato, rivolgendo alla donna parole di cui ella non serbò memoria. Questi limiti della testimonianza rimangono visibili nella narrazione: aveva visto l’essenziale, non inteso ogni sillaba.
Il nodo della premeditazione
Grassot sostenne che il primo colpo era partito accidentalmente. Spiegò poi di aver esploso gli altri per non far soffrire Octavie. I periti settori gli opposero l’esame delle ferite. La fanciulla aveva sollevato le mani al capo per proteggersi dal primo proiettile; tale rilievo confermava la volontarietà dello sparo. Più d’una lesione era mortale.
Restava ai giurati il compito di giudicare i fatti e l’intenzione. La difesa non poteva cancellare le dichiarazioni anteriori riferite dai testimoni, l’acquisto di un revolver di maggior calibro, le minacce proferite dopo la partenza di Octavie né la scelta del momento preciso in cui la giovane usciva per i vespri. La pubblica accusa delineava un disegno concepito prima del fatto. Grassot, dal canto suo, tentava di scindere ogni atto dal precedente: il primo colpo una disgrazia, i successivi un gesto di pietà, infine la confessione dopo l’arresto.
Il dibattimento si tenne il 6, 7 e 8 marzo. Data lettura dell’atto d’accusa, furono escussi i testimoni; il procuratore generale sostenne l’accusa e gli avvocati Toussaint e Saintpère assunsero la difesa. La cronaca non riporta le singole domande, ma accosta con rigore le minacce pregresse, l’arma portata nei campi, gli spari visti dalla madre e le lesioni repertate dai medici. La difesa isolava il primo colpo dai successivi; i testimoni e le perizie riconducevano quei gesti alla medesima strada, allo stesso revolver, alla fanciulla che aveva levato le mani a protezione del capo.
La giuria dichiarò Grassot colpevole di tutti i capi d’imputazione, accordandogli tuttavia le circostanze attenuanti. La corte lo condannò ai lavori forzati a vita. Il giornale non riferisce di ricorsi né di ulteriori pronunce che abbiano modificato la pena. Dopo l’ultimo disperato appello di Octavie a Voillot, la formula giudiziaria suona scarna; eppure è l’unico esito che la cronaca consegna agli atti. Nulla si dice di un perdono o di un pentimento.
Octavie si era avviata ai vespri con un uomo di cui la famiglia temeva le insistenze. La madre aveva scorto l’arma, seguito i due giovani e corso verso la figlia; Voillot, chiamato in soccorso, era stato arrestato dalla canna di una pistola. Il verdetto non restituisce il cammino percorso quella domenica, ma la Gazette lascia l’ultima parola di Octavie impressa nella memoria del viandante: «Portatemi via». Non vi fu il tempo di farlo.
