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Giustizia e scandali · Francia

La tettoia di Mahéru

Mahéru, 1801-1802. Dopo l’incendio di una tettoia pubblica, una lite proprietaria e testimoni ostili portano all'incriminazione di Pierre Besnou e di sua moglie. Fu il loro stesso figlio a tessere la trama e a corrompere i testimoni, secondo Champagnac. I coniugi vengono assolti; il figlio muore in carcere durante l’istruttoria a suo carico, dopo aver confessato la propria colpa.

La tettoia di Mahéru bruciò nella notte e, prima ancora che le ceneri si fossero raffreddate, il suo antico proprietario veniva già additato come incendiario. Le cause civili che lo opponevano al nuovo acquirente avevano alimentato un rancore manifesto; parole minacciose, riferite da testimoni legati ai suoi avversari, parvero assegnare al fuoco un movente e un autore. Eppure, nel momento in cui la giustizia diede inizio alle indagini, restava da chiarire chi avesse percorso la via di Sainte-Goburge e che cosa fosse stato realmente scorto nell’oscurità.

Nella notte tra il 3 e il 4 fruttidoro dell'anno IX, che Champagnac colloca al 22 agosto 1801, il fuoco divampò sotto una tettoia nel comune di Mahéru, nel dipartimento dell'Orne. Il fabbricato apparteneva a Louée, che l'aveva acquistato da Besnou. Tra il vecchio e il nuovo possessore diversi procedimenti giudiziari avevano scavato un'inimicizia nota a tutto il paese. La prima voce accusò la malafede di aver appiccato il rogo; la lite terriera diede ben presto un volto a questo sospetto.

Il 6 fruttidoro, il giudice di pace si recò sul posto per constatare il reato e raccogliere le deposizioni. Louée dichiarò che le fiamme si erano levate tra le dieci e le dieci e un quarto, ma di ignorare chi le avesse accese. Tre individui giunti dai dintorni di Soligny asserirono di aver visto, pochi istanti prima, una donna camminare da Sainte-Goburge verso la tettoia. Il grembiule appariva loro bianco; sotto di esso, sembrava celare del fuoco dentro uno zoccolo di legno. La moglie di Louée rese una testimonianza analoga. Nelle prime battute questi testi non fecero alcun nome; l'inchiesta, nondimeno, avrebbe presto identificato quella figura con la moglie di Besnou.

Il magistrato venne messo a parte anche delle vertenze in corso e delle minacce attribuite all'antico proprietario. Un teste riferì che, passando vicino al borgo di Moulins, Besnou avrebbe indicato l’edificio come cosa propria, proclamando che l'avrebbe fatto bruciare, dovesse pure costargli un centinaio di lire. Nella medesima deposizione, la consorte gli avrebbe ribattuto di poterlo fare gratis, essendosi già spinta più lontano al chiaro di luna. Tali espressioni, così come riferite, offrirono all'accusa un linguaggio in cui il rancore domestico finiva per confondersi con la prova materiale.

Altre testimonianze presero di mira la donna. Taluni sostennero di aver creduto di ravvisare la moglie di Pierre Besnou in una figura scorta verso le nove e mezza, diretta verso Ricordane, dove sorgeva la tettoia. Altri affermarono di averla incrociata di persona intorno alle dieci, di ritorno a Sainte-Goburge, abbigliata allo stesso modo della donna vista prima dell'incendio. Si tracciava così un itinerario che sembrava congiungere il villaggio all’immobile distrutto. Ma ciascuna tappa poggiava su riconoscimenti sommari compiuti nell’oscurità della sera, mentre il nome della famiglia era già compromesso da un antico dissidio.

Il tribunale speciale si dichiarò competente. L'8 brumaio dell'anno X, il commissario del governo accusò Pierre Besnou e la consorte di essere gli autori o i complici dell’incendio; i due sposi furono tradotti dinanzi al tribunale di Alençon. L'uomo che compariva alla sbarra era stato pubblico ufficiale e mercante. I concittadini gli riconoscevano una reputazione di probità, ed era stato da poco ritenuto idoneo a ricoprire l’ufficio di giurato. Il suo difensore, l'avvocato Duronceray, oppose tale stima all'attendibilità dei testimoni d'accusa, che dipinse invece come estranei alla pubblica considerazione.

Il legale non si limitò a perorare l'onorabilità del proprio assistito. Chiese quale interesse avrebbe mai avuto Besnou a distruggere una tettoia che contava ancora di recuperare. L’aveva venduta a Thibaut, il quale non ne aveva saldato il prezzo; Louée ne era entrato in possesso solo in seguito. Besnou aveva ottenuto sentenze favorevoli contro Thibaut e stava predisponendo gli atti per rientrare nella disponibilità del bene. Se la legge poteva restituirgli l'immobile, appiccarvi il fuoco avrebbe significato annientare l'oggetto stesso delle proprie rivendicazioni e compromettere il proprio patrimonio. Negli atti difensivi, il movente avanzato dall'accusa strideva con le azioni intraprese da Besnou.

Un altro caposaldo della difesa risiedeva nella distanza. All'ora dell'incendio, Besnou stava rincasando dalla fiera di Guibray. Due testimoni attestarono che l'uomo aveva trascorso la notte nel comune di Le Bourg e vi si trovava ancora la mattina del 4 fruttidoro, a nove leghe da Moulins. L'alibi non poggiava sulla sua sola parola: c'era chi dichiarava di averlo visto proprio dove la difesa affermava che fosse mentre la tettoia bruciava. Il seguito dell'inchiesta avrebbe dimostrato che i luoghi, gli interessi e gli orari contavano quanto i racconti di una sagoma intravista tra le ombre notturne.

Duronceray passò quindi al setaccio i rapporti tra Louée, Besnou e Thibaut. Louée era stato affittuario di Besnou e non aveva versato tutti i canoni dovuti; Besnou era stato costretto a citarlo in giudizio e a farlo condannare per un pagherò cambiario. Contro Thibaut aveva ottenuto tre sentenze di condanna per il pagamento del prezzo di vendita dell'immobile. Il 17 vendemmiaio, l'ufficiale giudiziario di Besnou si era presentato a casa di Thibaut per procedere al pignoramento dei mobili; quello stesso giorno, un mandato d'arresto aveva colpito il vecchio Besnou. Thibaut avrebbe manifestato una gioia feroce per quella cattura. Coloro le cui testimonianze gravavano sui Besnou erano dunque parti in causa in liti che ne opponevano frontalmente gli interessi patrimoniali.

Restavano le imputazioni rivolte alla moglie: le frasi minacciose e il riconoscimento nei pressi dell'edificio. Duronceray rammentò che tali deposizioni provenivano precisamente da Louée, da Thibaut, dal figlio di questi e da sua figlia: individui che qualificò come nemici giurati. Dopo dieci mesi di traversie, il dibattimento si concluse con la piena assoluzione dei due coniugi. Besnou e la moglie uscirono liberi; l'accusa non era riuscita a dimostrare che l'uno o l'altra avessero appiccato il fuoco.

La vicenda non si chiuse con quel verdetto. Champagnac rivela infatti che era stato il figlio stesso di Besnou a ordire l'intera macchinazione contro il padre. Da diversi anni, secondo il cronista, il giovane dava prova di ingratitudine, moltiplicando angherie e liti giudiziarie. Avrebbe approfittato dell'incendio della tettoia di Louée per designare il padre come colpevole e subornare i testimoni. Tale affermazione non consente di stabilire se il figlio avesse materialmente appiccato il fuoco; essa attiene alla falsa accusa montata contro il genitore e alle testimonianze fabbricate ad arte.

In seguito, il giovane avrebbe temuto le conseguenze della propria manovra. Se il padre fosse stato condannato a rifondere spese e risarcimenti, tale onere avrebbe potuto dilapidarne l'intero patrimonio. Indusse allora altri testimoni a dichiarare dinanzi ai magistrati nuove circostanze, che la cronaca definisce false e che, quand'anche veritiere, non risultavano necessarie per scagionare il padre. Il pubblico ministero dispose l'arresto di questi testi e del corruttore. Un secondo procedimento penale si aprì dunque attorno agli elementi probatori circolati all'indomani del processo ai coniugi.

Durante l'istruttoria di questo nuovo fascicolo, il giovane Besnou morì in prigione. Champagnac riferisce che prima di spirare egli rese piena testimonianza alla verità, invocando il perdono di Dio e del padre per l'infamia di cui si era macchiato. Questa confessione, così come riassunta dall'autore, getta luce sulla fabbricazione delle accuse contro i Besnou; non rivela tuttavia l'autore materiale dell'incendio. Chi era morto non fu giudicato all'esito di un dibattimento pubblico di cui la cronaca serbi memoria. Coloro che egli aveva inteso rovinare, invece, erano stati prosciolti.

Besnou aveva riacquistato la libertà, ma aveva perduto il figlio. Sulle terre contese, la tettoia era andata in fumo; il nome di chi vi aveva appiccato il fuoco continuava a mancare.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Capitolo V28 letto integralmente. L'incendio risale alla notte tra il 3 e il 4 fruttidoro dell'anno IX (22 agosto 1801); Pierre Besnou e la moglie vengono assolti dal tribunale di Alençon al termine del dibattimento. La difesa presenta un alibi corroborato da due testimoni ed evidenzia i diretti interessi economici di Louée e Thibaut nelle deposizioni. Champagnac ascrive al figlio l'orchestrazione di una calunnia premeditata e ne riporta la confessione prima della morte in carcere; il capitolo non afferma che il figlio abbia appiccato materialmente il fuoco alla tettoia, tace sull'autore materiale dell'incendio e non fornisce l'esito processuale definitivo della nuova causa contro il subornatore e i falsi testimoni. Le battute attribuite ai familiari e ai testi sono quelle registrate dalla cronaca, non verificate mediante consultazione autonoma degli atti processuali d'archivio.

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