Quando Justin Durand si presentò al commissariato, verso mezzanotte e mezza, non indossava che una camicia e un paio di pantaloni. Era a piedi nudi, con il volto stravolto e un taglio profondo al pollice. Il suo padrone, il dottor Cassan, era appena stato assassinato, disse; l’omicida aveva poi tentato di forzare la porta della sua stanza, ferendolo prima di darsi alla fuga. La casa del medico, i fucili carichi e le serrature intatte avrebbero presto complicato questa narrazione. Otto giorni prima, l’improvvisa scomparsa della governante aveva già visto il medesimo domestico al capezzale di un’altra vittima.
Il dottor Cassan aveva settantacinque anni. Viveva ad Albi, dove aveva a lungo diretto l’ospedale e il manicomio cittadino. Le cronache dell’epoca lo descrivono come un medico devoto alla professione ma scarsamente remunerato: esigeva compensi modesti per le sue visite e le sue terre rendevano poco. Risiedeva in un palazzo di città e possedeva inoltre una piccola tenuta vinicola, La Grave, devastata dalla fillossera. Una successione contesa, del valore di circa ventimila franchi, lo teneva impegnato da anni.
Il suo unico figlio, Gustave, era morto di malattia nel dicembre del 1887, lasciando una giovane vedova, Émilie, quattro figli e un cumulo di debiti. La donna e i bambini erano rimasti a vivere con il nonno. La casa riuniva dunque un vecchio che sorvegliava ogni minima spesa, una nuora priva di patrimonio e una servitù il cui equilibrio dipendeva da tale convivenza. Philippine Siccard, un’anziana governante, reggeva la casa con rigida parsimonia; Justin Durand, venticinque anni, badava ai cavalli e alle mansioni di fatica. Il testo afferma che questi andasse poco d’accordo con la Siccard, pur descrivendolo, fino ad allora, come fedele al padrone.
Agli inizi dell’aprile 1889, la tensione tra il dottore e la nuora giunse al punto di rottura. Il vecchio le rimproverava le frequenti uscite e le attribuiva una relazione con un ufficiale; accuse, queste, che provengono dal resoconto retrospettivo e non da una sentenza giudiziaria. Émilie dichiarò in seguito che il disaccordo verteva soprattutto sul mantenimento dei figli e sui debiti lasciati dal marito. Il 13 aprile lasciò Albi per raggiungere la madre a Tolosa, portando con sé i quattro bambini. Il medico acconsentì a versarle una rendita annua di 1.500 franchi, ma pretese di tenere con sé i due nipoti maggiori. Minacciò inoltre di convertire il proprio patrimonio in rendita vitalizia, per non lasciarle alcunché del capitale.
La diffidenza dell’anziano si estese presto alle mura stesse della casa. Temeva di essere avvelenato o aggredito. Fece rinforzare la porta della propria camera, cambiò le serrature e tenne accanto al letto tre fucili carichi. Ripeteva alle religiose dell’ospedale di temere di morire per mano della nuora. Tali confidenze, tramandate dalla cronaca, avrebbero pesato sull’inchiesta, pur non dimostrando la reale concretezza delle minacce.
Il 30 aprile, Philippine Siccard si recò con Durand a La Grave. La cena, a base di zuppa all’aglio, uova e insalata di patate, fu seguita per la donna da crampi e violenti conati di vomito. Durand passò la notte ad assisterla, preparandole del tè. All’alba, la governante era morta. Il dottor Cassan, sconvolto, avrebbe allora esclamato: «Ora tocca a me». Diceva di avere tre fucili pronti ad accogliere chiunque avesse voluto attentare alla sua vita. L’autopsia sul corpo della Siccard fu eseguita solo dopo l’omicidio del dottore. I periti riscontrarono una forte dose di arsenico, concludendo per la morte da avvelenamento. La fonte riferisce che il medico conservava a La Grave composti arsenicali per la vigna e che la cassa in cui erano riposti era stata forzata. L’accusa imputò in seguito il delitto a Durand; la giuria lo avrebbe tuttavia assolto.
Nella notte tra l’8 e il 9 maggio, Durand corse al commissariato raccontando che uno sconosciuto era penetrato nell’abitazione. Il cane lo avrebbe svegliato; l’intruso avrebbe poi bussato alla sua porta dopo aver ucciso il medico. Durand affermava di essersi puntellato contro il battente e di aver ricevuto una coltellata alla mano. Nella strada buia non era riuscito a distinguere il volto del fuggitivo, ma ricordava una barba corta e ruvida. Condusse poliziotti e vicini nell’abitazione del padrone.
Il medico giaceva riverso sul pavimento della camera da letto, accanto alla sponda. Il cranio era fracassato, la gola profondamente squarciata e il pollice destro quasi reciso. La serratura e il catenaccio della stanza non mostravano segni di scasso. I fucili erano rimasti al loro posto; tuttavia, gli inneschi erano stati sostituiti con capsule inerti, cosicché le armi non avrebbero potuto sparare. Nello studio, i cassetti erano stati frugati, i documenti sparpagliati e un’impronta di mano insanguinata segnava gli arredi. Un grimaldello giaceva sulla scrivania. Eppure, l’orologio d’oro con la catena e i gioielli di famiglia non erano stati toccati; quattro banconote da cento franchi si trovavano ancora in un cassetto.
Il denaro divenne un possibile movente, poi un enigma. Pochi giorni prima della morte, Cassan aveva riscosso circa 21.000 franchi da una pratica ereditaria. Aveva confidato al notaio Frenouls di voler impiegare 12.000 franchi per saldare gli ultimi debiti del figlio e di voler depositare 8.000 franchi in titoli presso l’esattoria. Si ignorava tuttavia quanto contante rimanesse in casa la notte del crimine. La presenza di banconote e preziosi smentiva l’ipotesi di un furto ordinario; l’accusa avrebbe sostenuto che l’assassino potesse aver cercato il denaro senza trovarlo.
I sospetti caddero dapprima su Émilie Cassan. L’opinione pubblica locale la indicava apertamente come colpevole, ed ella fu arrestata a Tolosa due giorni dopo il delitto. Gli elementi materiali, tuttavia, non ne attestavano la presenza nella casa. L’orma insanguinata sulla soglia pareva appartenere al piede nudo di un uomo. Sotto la paglia della stalla venne rinvenuta una scure macchiata di sangue umano, e nell’alloggio un antico pugnale appartenente al dottore. Le armi da fuoco manomesse denotavano una premeditazione ascrivibile a qualcuno che conosceva a fondo l’abitazione.
La ferita di Durand attirò a sua volta l’attenzione degli inquirenti. Il dottore era stato ferito alla mano; il domestico sosteneva di aver affrontato l’aggressore. La polizia si chiese se il taglio di Durand non derivasse piuttosto dalla colluttazione per il controllo dell’arma. La riesumazione della Siccard aprì un secondo fronte nella medesima inchiesta: l’arsenico rinvenuto nei suoi organi derivava, secondo i periti, da un avvelenamento. La cassa forzata, la presenza solitaria di Durand accanto alla moribonda e la mancata chiamata di un medico alimentarono il castello accusatorio. Tale congerie di indizi non pregiudicava tuttavia il verdetto su quel decesso.
Durand finì per ammettere di aver inventato la figura dell’uomo dalla barba corta. Accusò allora Émilie di essere stata la sua amante e di avergli chiesto di sopprimere il suocero. Raccontò che la donna lo avrebbe accompagnato nell’abitazione, travestita da uomo, e che avrebbe colpito Cassan con il pugnale. Ma Émilie si trovava a Tolosa. La cronaca ricostruisce i suoi spostamenti tra l’8 e il 10 maggio: un colloquio con un sacerdote, una commissione al monte di pietà, un incontro con l’avvocato Mercadier e con un altro legale, un pasto consumato in casa e le note di una melodia udite da un vicino. La domestica confermò di averla aiutata a coricarsi e di averle servito la cioccolata il mattino seguente. Il fascicolo smantellava così l’ipotesi di una sua presenza notturna ad Albi.
Durand non si attestò su tale versione. Sostenne poi che Émilie avesse orchestrato il piano da Tolosa, fissando la data per precostituirsi un alibi. Più tardi indicò nell’ex notaio Mercadier il proprio complice, per poi tornare alla tesi di uno sconosciuto cui avrebbe aperto la porta. Al dibattimento giurò di essere innocente, affermando che la vedova avesse voluto la morte del suocero senza che egli avesse acconsentito a compierla. Le sue dichiarazioni si contraddicevano continuamente; nessuna prova confermò la tresca da lui asserita. Élodie Rieunier, già domestica della donna, dichiarò di non aver mai notato alcuna intimità tra Durand e la padrona, ammettendo invece che il giovane era stato il proprio amante.
Il processo si aprì ad Albi l’11 novembre 1889, con centocinquanta testimoni citati a comparire. La vedova si costituì parte civile a tutela del proprio onore e di quello dei figli. Il presidente interrogò Durand sulle ritrattazioni, sui due decessi e sulle accuse mosse a Émilie. Quest’ultima testimoniò a sua volta: riconobbe i dissidi con il suocero, ma negò di aver mai cospirato contro di lui o di aver intrattenuto relazioni con il domestico. Ammise di aver trascorso una serata con un ufficiale, rifiutando di scendere nei dettagli di quel legame; ciò non faceva di lei la complice di un assassinio.
I medici Bouffac e Guy illustrarono le conclusioni sulle lesioni riscontrate sul corpo di Cassan. Il secondo riprodusse sul proprio braccio un segno analogo a quello esibito da Durand, per dimostrare come potesse essere stato provocato da un’unghia durante una colluttazione. La corte si recò poi sui luoghi del delitto per un sopralluogo. Durand, scortato, indicò il percorso che l’intruso avrebbe compiuto. Il tragitto sollevò l’indignazione della cittadinanza; la folla inveì contro Émilie, costringendo i gendarmi a farle scudo. I testimoni offrirono pareri discordi sui rapporti tra la donna e il medico, ma nessuno confermò gli incontri segreti asseriti da Durand.
Il pubblico ministero invocò la pena capitale, facendo leva sulle confessioni mutevoli e sui riscontri materiali. Il patrono di parte civile denunciò le calunnie scagliate contro Émilie. La difesa, pur senza accusarla apertamente, sottolineò come non fossero stati provati né il furto né il movente, come il numero degli esecutori rimanesse incerto e come il dubbio dovesse giovare all’imputato. Dopo un’ora di camera di consiglio, i giurati assolvero Durand per la morte di Philippine Siccard, dichiarandolo però colpevole dell’omicidio del dottor Cassan e di furto aggravato, senza concessione di circostanze attenuanti. Il presidente pronunciò la condanna a morte.
La cronaca aggiunge che Durand protestò ancora la propria innocenza e conclude asserendo che il verdetto fu giusto. Quest’ultima valutazione appartiene all’autore del Pitaval, al pari dei ritratti foschi che egli traccia dei protagonisti. La sentenza, dal canto suo, distinse nettamente le due morti: l’avvelenamento della Siccard non fu imputato a Durand dalla giuria; l’omicidio di Cassan e il furto aggravato lo furono. Quanto a Émilie, arrestata sotto la pressione del sospetto popolare e poi scagionata dalla verifica del suo alibi, non subì alcuna condanna. Al cuore della vicenda, le armi erano cariche ma rese inoffensive, il denaro era svanito senza che se ne conoscesse l’ammontare esatto e il servitore aveva mutato più volte racconto. La corte accertò la colpevolezza di Durand per l’omicidio; non trasformò le sue calunnie contro la vedova in verità processuale.
