Furono tre monete da cinquanta centesimi a dare un senso alle tasche di Adolphe Parisot. Vi erano stati trovati dei sigari, dieci candele, pezzi di salumeria avvolti in carte diverse e nove franchi in spiccioli. Nulla, in quell’assortimento, somigliava al bottino di un grande criminale. Eppure quelle monete erano false. E il giovane fabbro, raccolto ubriaco su un marciapiede di rue de Charonne, avrebbe dovuto spiegare come mai tante minute mercanzie avessero accompagnato la sua serata.
È il 3 marzo 1877. Alcune guardie di pubblica sicurezza conducono al posto di polizia quest’uomo che il verbale descrive come completamente ebbro. Non viene arrestato all’uscita di un laboratorio clandestino, né colto sul fatto dinanzi a un conio da battere moneta. La scoperta comincia da un inventario. Agli oggetti estratti dalle sue tasche si aggiunge una domanda: perché quegli acquisti dispersi, quegli incarti di varia provenienza, quel miscuglio di generi commestibili, fumo e candele? Le tre cattive monete mutano d’un tratto la natura di ciò che gli agenti hanno sotto gli occhi.
L’accusa ricostruirà un giro meticoloso di botteghe. Pagando piccoli acquisti con una moneta da cinquanta centesimi, Parisot intascava denaro autentico come resto. Ogni spesa convertiva così una frazione di metallo adulterino in valuta accettata da tutti. La cronaca non riporta i nomi degli esercenti né la sequenza delle transazioni; espone la logica cui conducevano gli oggetti sequestrati. Le candele e i sigari non erano dunque soltanto le compere disordinate di un garzone: divenivano gli indizi di un traffico in cui il compratore traeva il proprio utile dal resto che gli veniva reso.
L’indomani, le perquisizioni raggiunsero la sua stanza, al numero 134 di rue de Turenne. Vi aveva dichiarato un’industria del tutto diversa: fermagli per borse da viaggio. Spiegazione plausibile per un fabbro che lavorasse a domicilio. Tuttavia, secondo l’atto d’accusa, non erano passate inosservate le sue assenze, l’irregolarità delle sue occupazioni e le frequenti ubriachezze. La perquisizione rivelò per quella stanza una specializzazione meno confessabile. Sotto abiti e cianfrusaglie giacevano diciotto arnesi, tra cui lime, cesoie e compassi. Furono scoperte due matrici destinate allo stampaggio di pezzi da cinquanta centesimi.
L’inventario non si fermava agli attrezzi. C’erano quarantatré monete false, tredici sigari e non meno di settanta candele. Alle dieci candele che aveva in tasca rispondeva dunque una scorta ben altrimenti cospicua. La Gazette attribuiva quelle merci allo smercio progressivo dei falsi. Tale riscontro costituiva il perno materiale del fascicolo: gli arnesi spiegavano la fabbricazione; i falsi spiegavano gli acquisti; gli acquisti, la valuta autentica trovata addosso al giovane. Ciò che il giorno prima appariva come il singolare contenuto di una tasca assumeva le proporzioni di un’attività metodica.
Parisot tentò dapprima di tacere nome e domicilio. Finì poi per confessare ogni cosa. Il resoconto della sua manifattura mostrava un artigiano che volgeva i gesti del proprio mestiere a ingannare coloro che pagavano onestamente il loro. Non aveva inciso le matrici a bulino: aveva lavorato il metallo per compressione, ricorrendo alle tecniche del cesello. La cronaca insiste sulla pazienza di tale operazione, che contrastava vistosamente con il ritratto poco lusinghiero tracciato dall’accusa circa la sua condotta di operaio presso i padroni.
Il martello da fabbro fungeva da bilanciere. Le impronte restavano grossolane; Parisot cercava di conferire loro l’apparenza di monete lise, per poi dare una patina argentata. Non bastava dunque riprodurre una valuta: bisognava giustificarne i difetti attraverso una storia visibile, quella dell’usura. Una moneta troppo imperfetta avrebbe destato sospetti; una moneta che sembrava aver circolato a lungo offriva alla medesima imperfezione un alibi plausibile. Questo, almeno, è quanto si evince dalle sue spiegazioni a verbale. L’imitazione faceva affidamento sullo sguardo frettoloso del bottegaio tanto quanto sull’abilità del falsario.
Un tranciatore aveva ritagliato per lui circa trecento dischetti di metallo, dichiaratamente destinati a fare da bottoni. Questa commissione forniva all’indagine un riscontro esterno alla stanza. Non provava che trecento monete false fossero state spese — il giornale non azzarda una simile cifra —, ma dimostrava di quale rifornimento Parisot avesse disposto. La varietà delle impronte rinvenute induceva inoltre l’accusa ad attribuirgli una terza matrice ed esperimenti anteriori su altri metalli. Le due matrici sequestrate non rappresentavano necessariamente l’inizio della sua impresa.
Chi era questo fabbricante di mezze lire? Nato a Parigi il 18 gennaio 1859, Adolphe aveva diciotto anni quando il caso approdò alle assise. Nel 1875, dopo una condanna a otto giorni di carcere per complicità in furto pronunciata a Meaux, aveva lasciato la famiglia stabilita nella Seine-et-Marne. Era giunto nella capitale in cerca di lavoro ed era stato impiegato da diversi padroni. L’accusa lo definiva poco capace, poco laborioso, incostante in officina; precisava che non riusciva a guadagnare più di tre franchi e cinquanta al giorno. Era, questo, il ritratto stilato per l’imputazione, non una misura imparziale di tutta la sua vita.
Resta il fatto che il fascicolo metteva a confronto due modi di lavorare. Presso i padroni, l’irregolarità rimproverata al giovane; nella sua stanza, la pazienza richiesta dalle matrici. La fabbricazione clandestina non aveva abolito il mestiere: lo aveva deviato. Gli stessi arnesi potevano servire a un manufatto venduto alla luce del sole o produrre un oggetto che il suo artefice doveva far passare per altro. Fermagli, bottoni, monete: a ogni snodo, un’attività dichiarata faceva da schermo a quella che le indagini portavano alla luce.
Il 20 giugno, davanti alla Corte d’assise della Senna presieduta dal magistrato Sevestre, Parisot rinnovò la sua confessione. La Gazette lo descrive questa volta come modesto nell’atteggiamento. Chiese clemenza. La pubblica accusa era rappresentata dal sostituto procuratore generale Onfroy de Bréville; l’avvocato Georges Petit assunse la difesa. Il resoconto non riporta le loro arringhe. Ne dà il verdetto: colpevolezza con circostanze attenuanti, cinque anni di reclusione e dispensa dalla sorveglianza speciale al termine della pena. Non erano più gli otto giorni della sua prima condanna, ma non erano neppure i lavori forzati.
La vicenda si chiude su questa sentenza, senza narrare il soggiorno in carcere né ciò che Adolphe divenne in seguito. Era cominciata con un ragazzo trovato riverso su un marciapiede e tre piccole monete. Tra questi due estremi, la giustizia aveva seguito le tracce di un laboratorio nascosto dietro acquisti di pochi centesimi. Parisot non si era limitato a contraffare il metallo. Aveva tentato di trarre profitto da quel gesto ordinario con cui un bottegaio riceve una moneta, la crede buona e porge il resto.
