A York, il processo non verteva soltanto su un foglio di carta, ma su ciò che un foglio di carta aveva il potere di rendere valido. L’atto di Thomas Taylor doveva garantire un prestito di centottanta sterline contratto con la Clothiers’ Society, gravando sulle sue terre. L'atto ipotecario recava puntualmente le armi del re; eppure, la dicitura «Two Pounds», che attestava l'imposta assolta, era priva dell'impronta in rilievo impressa dal torchio dell'Ufficio dei Bolli. Alla corte spettava stabilire se quel dettaglio, apposto su un documento autentico, bastasse a fare dell'atto un falso.
L’uomo al banco degli imputati conosceva gli atti giudiziari per consuetudine professionale. Joseph Blackburn esercitava a Leeds come procuratore legale. Park, avvocato dell'accusa, aveva patrocinato in cause condotte da Blackburn, ora su sua istanza, ora per la parte avversa. Dichiarò alla corte che quella consuetudine personale rendeva l'accusa penosa; non per questo intendeva sottrarsi al proprio ufficio. Se la giuria avesse prestato fede ai documenti prodotti, spiegò, la falsificazione avrebbe potuto pregiudicare non soltanto l’Erario, ma i diritti di quanti facevano affidamento sugli atti registrati.
L’atto di Taylor risaliva al settembre del 1812 ed era stato registrato a Wakefield il 12 febbraio successivo. Thompson, l’amministratore della società, lo aveva depositato negli archivi del sodalizio. Quando il sospetto cadde sul bollo, gli inquirenti confrontarono la pergamena con le prassi dell'ufficio londinese. Gli impiegati chiarirono che il tributo veniva impresso direttamente sul supporto mediante un torchio talmente potente che il segno traspariva sul retro. Sull’atto di Taylor non appariva alcuna impronta simile. Le armi e l’emblema erano quelli di un bollo autentico; il valore, invece, risultava essere stato sostituito.
Tale difformità indirizzò le testimonianze verso gli strumenti d'officina. Blackburn non era tenuto ad acquistare le pergamene presso l’Ufficio dei Bolli. Aveva fatto incidere due lastre recanti la dicitura «This Indenture», con caratteri affini a quelli dei formulari ufficiali. Park sostenne che il procuratore aveva altresì fatto approntare tredici o quattordici matrici atte a imprimere le cifre e le parole indicanti il valore dell'imposta. Gli investigatori avevano rinvenuto alcune matrici in una scatola posata su un tavolo, in una stanza chiusa a chiave della sua abitazione. Avevano inoltre scoperto vecchi atti dai quali i bolli erano stati ritagliati. Erano oggetti che conferivano al fascicolo una consistenza tangibile; eppure, la loro presenza non rispondeva a tutte le obiezioni sollevate dalla difesa.
L’accusa qualificò quegli arnesi come il mezzo per alterare bolli recuperati da altri atti, facendoli poi passare come quietanza dell'imposta dovuta su nuovi documenti. Il procuratore illustrò il presunto profitto: l’uomo di legge avrebbe addebitato ai clienti il costo di un bollo che in realtà non aveva mai acquistato. Al processo, tuttavia, il nodo immediato rimaneva più circoscritto: occorreva ricondurre Blackburn all'impronta contestata sull’atto di Taylor e dimostrare che egli l’aveva fabbricata, o fatta fabbricare, con piena cognizione di causa.
I testimoni dell’Ufficio dei Bolli descrissero minuziosamente i torchi, le carte e i caratteri ufficiali. L’incisore Topham ammise di aver lavorato per Blackburn, ma non seppe indicare senza riserve, tra le matrici sequestrate, quella che aveva impresso il marchio oggetto del processo. La difesa fece leva su questa incertezza e sulle modalità con cui era stata condotta la perquisizione nella dimora del procuratore. Le matrici, sosteneva, non costituivano di per sé la prova che il documento di Taylor provenisse da una di esse; contava pure accertare se corrispondessero a un congegno debitamente autorizzato. L’accusa, dal canto suo, insisteva sulla perfetta corrispondenza tra le parole impresse sull’atto e i caratteri dei punzoni.
Il dibattimento ricondusse la corte a una questione di puro diritto. Il giudice Le Blanc ritenne che l’accusa non avesse l’onere di dimostrare la falsità dell’intero bollo. Le parole che ne fissavano il valore costituivano una parte essenziale del sigillo ufficiale; se la giuria avesse giudicato che esse erano state contraffatte, poteva legittimamente ritenere configurato il reato di falso. Il magistrato non intendeva sostituirsi ai giurati nel valutare quanto avevano visto; spiegava loro ciò che la legge consentiva di dedurre dall’atto, dalle consuetudini d'ufficio e dagli strumenti descritti dai testi.
Blackburn negò di aver prodotto un falso. Dichiarò che l’atto, al momento della stipula, aveva ricevuto un bollo del tutto regolare. Introdusse poi ventiquattro testimoni a discarico circa la propria reputazione. Ciascuno espresse la convinzione che egli fosse incapace di commettere il crimine contestato. Questa stima pubblica occupò uno spazio palese nel processo, pur senza cancellare i riscontri materiali appena uditi dalla giuria.
L’aula era gremita, soprattutto di cittadini di Leeds giunti a seguire l'udienza. Blackburn indossava un abito a lutto e mantenne un fermo contegno per l'intera durata del dibattimento; alla lettura del verdetto, il cronista notò come perdesse ogni sicurezza. In seguito non prestò alcuna attenzione all’udienza di Wainewright, ricondotto al banco al suo fianco.
Il verdetto scisse i capi d'accusa. I giurati dichiararono Blackburn colpevole del falso capitale relativo al bollo da due sterline. Sull’altro capo, quello che lo legava a Thomas Wainewright nella rimozione dei bolli, lo assolsero: le prove addotte su quel punto non erano parse sufficienti. Una medesima udienza si chiudeva dunque con una condanna e un’assoluzione, senza che la seconda invalidasse la prima.
Il giudice pronunciò la condanna a morte. Venerdì 24 marzo, Le Blanc lasciò York; l’esecuzione fu fissata per sabato 8 aprile. La notizia aprì un altro scenario, fuori dall'aula di giustizia. Molti abitanti della regione sottoscrissero una petizione indirizzata al principe reggente. Il procuratore Elliot Carrett partì per Londra il 26 marzo per consegnarla. Mrs Blackburn, la moglie del condannato, vi giunse a sua volta. Gli amici del marito cercarono appoggi e raccolsero attestazioni sulla data dell’atto di Taylor e sulle consuetudini dello studio legale. Sostenevano, in particolare, che l’atto era stato perfezionato il 30 settembre 1812, in un'epoca in cui, a loro dire, le matrici contestate non erano ancora disponibili.
La risposta trasmessa dal segretario di Stato Sidmouth fu perentoria: il reggente non sarebbe intervenuto.
Giovedì 6 aprile, il reverendo John Hamilton venne a pregare con Blackburn. La moglie del condannato si era recata a York, ma non poté rivederlo: Hamilton temeva che l’incontro, a quell'ora estrema, avrebbe turbato gli ultimi istanti del marito. Pelham narra che Blackburn parlò al pastore delle proprie colpe passate e della sua fiducia nella misericordia divina. Il cronista non riferisce alcuna confessione del falso in sé; le parole di devozione pronunciate in prigione non devono essere scambiate per un'ammissione giudiziaria.
Il sabato mattina, Blackburn salì al patibolo con passo fermo. Si inginocchiò su uno sgabello, volgendo il viso lontano dalla folla. Hamilton gli si accostò chiedendogli se desiderasse pregare. Blackburn rispose che gliene sarebbe stato grato, purché il pastore riuscisse a dominare la propria commozione. Pregarono insieme. Quando il cappio fu stretto, Blackburn pronunciò un’ultima invocazione, implorando Dio di avere pietà di lui e di accogliere la sua anima. La salma fu riconsegnata agli amici e poi sepolta a Rothwell, vicino a Leeds.
