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Giustizia e scandali · Francia

Le chiavi dell’Hôtel d’Essling

A Parigi, nella primavera del 1871, Jules Mekerski riveste in rapida successione le cariche di delegato e di commissario di polizia. Nel maggio del 1874, un consiglio di guerra esamina l’atto d’accusa, i dinieghi dell’imputato e le testimonianze circa perquisizioni sommarie, un presunto saccheggio all’Hôtel d’Essling e violenze perpetrate nel convento delle Carmelitane; infine, lo condanna ai lavori forzati a vita.

Nella primavera del 1871, a Parigi, i titoli e le funzioni mutavano con la medesima fretta dei poteri effimeri. Jules Mekerski, recluso al Cherche-Midi dal 2 gennaio per un’accusa di furto ai danni di un cittadino, ne uscì il 20 marzo, quando la Comune spalancò i cancelli delle carceri. Il rapporto letto dinanzi al consiglio di guerra riferisce che egli offrì immediatamente i propri servigi ai capi dell’insurrezione. La sorella, nota con lo pseudonimo di Paule Menck, gli avrebbe agevolato l’accesso ai comitati. Inviato come delegato ad Auxerre, a Troyes e poi in Belgio, una volta rientrato a Parigi divenne delegato alla sicurezza generale, indi commissario di polizia per il quartiere dell’Europe.

Fu proprio l’esercizio di tale autorità a legare insieme i tre episodi discussi nel processo del maggio 1874. La relazione esposta al consiglio li compendia in perquisizioni arbitrarie, furti e arresti illegali; Mekerski, dal canto suo, contestò fermamente la parte che l’accusa intendeva attribuirgli. Il dibattimento mirava a districare la misura esatta delle responsabilità individuali entro operazioni condotte da manipoli in armi.

Il primo episodio risaliva all’11 maggio 1871, in rue Richelieu, presso la dimora del signor Opigez-Gagelin. A quanto asseriva il rapporto, circa quindici federati scortavano Mekerski. Penetrarono con il pretesto di requisire armi, trattennero il padrone di casa e il figlio, poi misero a soqquadro le stanze. Mekerski si sarebbe qualificato come delegato della prefettura di polizia, passando personalmente al setaccio mobili e cassetti. L’incursione durò circa un’ora e mezza. Soltanto su intercessione della signora Spuller, di cui l’accusato dovette riconoscere l’ascendente, il gruppo decise di ritirarsi, non senza aver prima trafugato alcune lettere private del signor Gagelin.

Mekerski non negò d’esser stato presente in quella casa, ma respinse la parte di caporione che gli veniva ascritta. Al presidente rispose d’aver meramente assistito all’atto, senza «presiedere» la perquisizione. Un distinguo sottile, quasi un sofisma, che pure sollevava l’interrogativo di fondo di tutta l’udienza: quando una banda armata agisce coralmente, chi impartisce l’ordine, chi rovista tra le cose altrui e chi risponde di ciò che svanisce?

Due giorni più tardi, il 13 maggio, il corteo armato si presentò al palazzo della principessa d’Essling, in rue Jean-Goujon. A quanto pare, Mekerski aveva annunciato di voler sequestrare alcune casse d’argenteria recanti le insegne imperiali. Stando al rapporto, lo accompagnavano il commissario del quartiere degli Champs-Élysées, due ufficiali, dieci federati e un fabbro ferraio assoldato per forzare le serrature; un perito avrebbe dovuto redigere l’inventario. La visita si estese dalle sale signorili fino alle cantine. L’accusa sostenne che furono sottratti un cofanetto di gioielli e dodici posate d’argento, mentre i viveri venivano spartiti e il vino bevuto sul posto o portato via. In teoria, i beni inventariati dovevano rimanere sotto sigillo nella dispensa della principessa; ma la cassetta dei preziosi non fu mai più ritrovata.

Il rapporto d’accusa tracciava nondimeno un confine temporale alla presenza dell’imputato: benché il saccheggio fosse proseguito fino al 21 maggio, Mekerski vi avrebbe preso parte soltanto il giorno 13, dalle due alle sette del pomeriggio. Egli negò recisamente ogni ammanco. Riguardo alle cantine, si difese dicendo di non poter sapere cosa fosse sparito: la calca era troppa. Nondimeno, un testimone raccontò che il commissario, spazientito dalle lungaggini dell’ispezione, aveva radunato egli stesso dei gioielli su un vassoio. Una deposizione che non chiariva di per sé la fine del cofanetto, ma offriva al tribunale un gesto materiale da opporre ai dinieghi dell’imputato.

La notte tra il 17 e il 18 maggio vide consumarsi l’incursione nel convento delle Carmelitane, in avenue de Messine. La madre superiora domandò al capo della spedizione di mostrare gli ordini scritti. «Signora, voi non ne vedrete alcuno», replicò questi, secondo quanto riferito dalla suora conversa. I federati irruppero nel monastero. Nella ricostruzione dell’accusa, Mekerski sfoggiava la fascia rossa da commissario ed esigeva la consegna di tutte le chiavi. Percorse le celle, forzò bauli e armadi, fece accantonare vari beni e lasciò dei picchetti armati. Un calice, merletti e altri paramenti furono ammassati in una sala al pianterreno. Più tardi, l’uomo si sarebbe fatto consegnare le chiavi degli ambienti interni dentro un cesto, per poi condurre la suora conversa nella cappella, dove i federati avrebbero profanato gli arredi sacri.

La medesima accusa gli imputava l’arresto dell’abate Lecompte, trattenuto nella propria abitazione per tre giorni sotto la minaccia di una sentinella. Il cappellano denunciò la sparizione di dodici obbligazioni della ferrovia del Sempione e di dodici scudi da cinque franchi, titoli che – precisavano gli atti – non gli furono mai restituiti. In aula la conversa riconobbe senza esitazione Mekerski, pur aggiungendo che un altro individuo sembrava dare ordini con maggiore fermezza. Un dettaglio non trascurabile, che impediva di ridurre il manipolo a un solo capo pur senza cancellare gli atti che l’accusa addebitava personalmente al commissario.

Interrogato sui fatti del convento, Mekerski ammise diversi riscontri oggettivi: portava la sciarpa rossa; aveva ricevuto mandato di arrestare due vicari; era penetrato nell’edificio e aveva fatto rimuovere un calice. Mutava però radicalmente le intenzioni. Sostenne di aver bussato alle porte per allertare i sacerdoti e metterli in salvo, e di aver fatto mettere al sicuro il calice per sottrarlo allo scempio. Negò qualsiasi complicità negli oltraggi perpetrati nella cappella. Quanto all’abate, ammise d’averlo fermato, ma assicurò di aver agito per proteggerlo. Dichiarazioni che non valsero a smontare la parola delle religiose né quella del prelato; si trattava di una linea difensiva che il lettore deve tenere ben distinta dai fatti accertati in sede probatoria.

L’udienza dell’11 maggio 1874 si aprì con l’interrogatorio del presidente e la lettura della relazione d’accusa. La signora Spuller, il cui consorte aveva dato lavoro a Mekerski in passato, confermò che l’uomo aveva perquisito casa Gagelin, ma aggiunse che, di fronte ai suoi rimproveri, egli aveva comandato ai propri sgherri di desistere. Pauline Bonivin, una domestica, rammentò l’irruzione dei federati e l’imputato intento a cercare armi, descrivendone la cintura scarlatta. Il portinaio dell’Hôtel d’Essling riferì dell’arrivo di tre individui, uno dei quali con la fascia, e delle conseguenti ricerche nelle sale e nei sotterranei. Dichiarò che fu requisita la sciabola del generale Wolf, poi restituita dietro sue insistenze. Alla domanda del commissario governativo se fosse stato l’imputato a radunare i gioielli su un vassoio, il teste rispose senza esitare di sì.

Toccò quindi alla suora conversa. Descrisse l’ingresso violento dei federati, il tabernacolo forzato, le ostie sacrilegamente consumate da alcuni uomini. Riconobbe Mekerski, ma non se la sentì di indicarlo come colui che deteneva il comando effettivo. L’abate Lecompte ribadì d’essere stato arrestato e tenuto segregato in casa; denunciò il furto del denaro e delle obbligazioni, ricordando un motto di scherno pronunciato dall’imputato. Il riso annotato dal cronista giudiziario non attenuava la gravità della deposizione: il prete ricordò che alla sentinella era stato ordinato di fare fuoco qualora avesse tentato la fuga.

Mekerski espose infine la propria fuga da Parigi a bordo del convoglio ferroviario per Strasburgo e il successivo riparo in terra svizzera. Asserì di non essersi affatto nascosto una volta rientrato: era tornato, a suo dire, per sottoporre all’autorità militare un innovativo modello di fucile di sua invenzione, alloggiando negli alberghi col proprio vero nome. La polizia lo aveva sorpreso proprio mentre si recava in prefettura. Una giustificazione che spiegava la sua ricomparsa nella capitale, ma che lasciava intatte le accuse di spoliazione e saccheggio, vero perno del giudizio.

Esauriti i testimoni, il comandante Romain sostenne la pubblica accusa, mentre l’avvocato Vallon svolse l’arringa difensiva. La Gazette non riporta integralmente i discorsi delle parti. Ritiratosi in camera di consiglio, il tribunale dichiarò Mekerski colpevole e lo condannò ai lavori forzati a vita. Tale fu l’epilogo registrato dalle cronache: una sentenza che non tramuta di per sé in verità storica inoppugnabile ogni dettaglio dell’accusa, così come le smentite dell’imputato non bastano a cancellare la sostanza dei fatti testimoniati sotto giuramento.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Resoconto tratto dalla Gazette des Tribunaux, 11-12 maggio 1874, udienza dell'11 maggio del III Consiglio di guerra di Parigi (pp. 456-457). Il foglio compendia capi d’accusa, interrogatori e testimonianze, omettendo la trascrizione integrale dei dibattimenti.

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