Al mattino, Naumow si recò presso la dimora del conte Komarowski, a Venezia. Il padrone di casa lo accolse; senza proferire parola, l’antico amico gli scaricò quattro colpi di rivoltella nel ventre. Komarowski gli domandò il perché, poi spirò quattro giorni più tardi. Naumow ammise gli spari. Ma l’interrogativo che avrebbe trattenuto per settimane i giurati veneziani non riguardava soltanto la mano che aveva impugnato l’arma. Chi aveva vergato il telegramma, sospinto il giovane russo verso il delitto o tentato in seguito di riversare su altri l’ideazione del piano? E fino a che punto una volontà può lasciarsi guidare da quella altrui? Il resoconto di questo processo, dato alle stampe nel 1911 da Hugo Friedländer, è una fonte retrospettiva, doviziosa di particolari d’udienza ma intrisa di giudizi e congetture. Occorre seguirvi le deposizioni senza scambiare per verità accertata i ritratti che l’autore ne ricava.
Il 3 settembre 1907, secondo quanto riferisce Friedländer, Naumow giunse a Venezia. L’indomani fece fuoco contro il conte. La cronaca descrive quattro proiettili che raggiunsero l’addome. Komarowski non morì sul colpo: ricevette le prime cure, quindi soccombette quattro giorni dopo. Naumow era fuggito alla volta di Verona, dove venne arrestato e confessò di aver sparato. La confessione acclarava l’atto materiale; non scioglieva affatto il nodo delle complicità né quello dell’intenzione. Friedländer colloca la vicenda in un contesto di debiti, promesse matrimoniali e calcoli finanziari, ma tali moventi emergono unicamente attraverso le versioni contrapposte degli imputati e le interpretazioni delle loro controparti.
Il dibattimento si aprì a Venezia il 4 marzo 1910 e si protrasse per quasi tre mesi. Quattro persone sedevano sul banco degli imputati: Naumow, la contessa Mura Tarnowska, Prilukow ed Elise Perier. Il pubblico si attendeva un dramma dalle tinte quasi romanzesche; l’aula avrebbe invece restituito narrazioni inconciliabili, prodotte da uomini e da una donna che rischiavano la propria libertà, mentre l’ombra della vittima non poteva replicare alle accuse scagliate contro di essa né alle intenzioni attribuite a quanti la circondavano.
Naumow non negò il fatto d’armi, ma spiegò di non aver agito in piena autonomia di pensiero. Parlò di fascinazione, di promesse, di un telegramma siglato con il nome di Komarowski che lo incitava all’azione. Prilukow, dal canto suo, attribuì alla Tarnowska la concezione dell’omicidio, descrivendo il telegramma come un semplice strumento dell’impresa. La Tarnowska respinse questa costruzione fornendo una propria cronologia: dichiarò che Komarowski le aveva presentato Naumow a Orel e descrisse poi il legame sorto tra loro. Tuttavia la sua testimonianza, per come la riporta Friedländer, non la scagionava da ogni partecipazione: riconosceva di aver chiesto per telegramma a Prilukow di fare il necessario per indurre Naumow ad agire, e di avergli poi impartito a Mosca istruzioni precise sulle modalità dell’assassinio. Sosteneva però che tali atti obbedivano alla volontà di Prilukow, cui imputava l’idea originaria, e di aver creduto fino all’ultimo istante che Naumow non sarebbe passato alle vie di fatto. Le versioni restavano inconciliabili; la questione del primo istigatore non coincideva con quella degli atti che ciascuno ammetteva di aver compiuto.
È dunque impossibile elevare uno solo di questi racconti a verità inconfutabile. Naumow aveva esploso i colpi e poteva cercare di attenuare la propria responsabilità; Prilukow e la Tarnowska avevano entrambi interesse a scaricare sull’altro l’ideazione del disegno. Lettere, telegrammi e incontri vennero dibattuti come indizi da decifrare, ma la relazione di Friedländer non permette di dissipare le contraddizioni ricorrendo a una psicologia di comodo. Ciò che si può affermare con certezza è assai più circoscritto e, proprio per questo, più solido: l’esecutore materiale riconobbe il gesto; gli altri due imputati si accusarono a vicenda di aver ordito o diretto l’impresa; la giuria si trovò a dover distinguere la partecipazione, la premeditazione e il grado di colpevolezza.
A questi quesiti se ne aggiunse un altro, di rado secondario in un processo per omicidio: la morte del ferito era dipesa esclusivamente dai colpi di rivoltella o le cure mediche avevano concorso all’esito fatale? I periti esposero pareri discordi sull’intervento chirurgico, sulla riapertura della sutura e sul trattamento della peritonite. Alcuni ritennero che l’operazione avesse aggravato le condizioni del paziente; altri sostennero che le lesioni addominali fossero letali e che la condotta dei chirurghi non potesse considerarsi causa determinante. La cronaca riporta parole di esperti che si scontrano con asprezza, ma non trasforma tale controversia in una conclusione medica oggettiva. I giurati risposero affermativamente al quesito relativo al concorso del trattamento clinico nel decesso; ciò non equivale a dire che la corte abbia condannato un medico per omicidio.
Anche il dibattito sulla capacità di intendere e di volere della Tarnowska fu fortemente permeato dalle concezioni dell’epoca. Alcuni alienisti parlavano di suggestione, di isteria e di facoltà mentali scemate; altri contestavano tali tesi o assegnavano loro un significato diverso. Friedländer, incline a tracciare ritratti psicologici netti, si spinge talvolta ben oltre quanto stabilito dalle testimonianze. Le sue considerazioni sul temperamento, sulle donne e sulla «volontà» non possono avere valore di diagnosi clinica. Resta il fatto che la questione dell’infermità parziale produsse un effetto tangibile sul verdetto: la giuria riconobbe la seminfermità mentale per la Tarnowska e per Naumow, pur dichiarandoli colpevoli dei fatti ascritti. Non li ritenne, dunque, del tutto irresponsabili.
Il processo assunse così la forma di una serrata contesa sulle qualificazioni giuridiche. Per Naumow la materialità del gesto era accertata; i giurati dovevano valutarne l’intenzionalità e l’imputabilità. Per la Tarnowska fu ritenuto il concorso in omicidio premeditato, ma con l’attenuante della diminuita responsabilità. Per Prilukow la giuria ravvisò la complicità premeditata, negandogli tuttavia tale attenuazione. I quesiti riguardanti la Perier ricevettero al contrario risposte negative: la donna venne assolta. Importa non confonderla con gli altri tre complici, né dedurre dalla sua vicinanza a quell’ambiente una consapevolezza del disegno criminoso che il verdetto non ha affatto ravvisato.
La giuria riconobbe inoltre che il trattamento clinico aveva concorso alla morte del conte: un passaggio che rammenta come il processo non fosse soltanto un dissidio tra le versioni di Naumow, della Tarnowska e di Prilukow. Verteva altresì sul nesso causale: una ferita, le cure, il peggioramento e il decesso costituivano una sequenza che i periti non interpretavano all’unisono. Tale conclusione non toglieva nulla al fatto che Naumow avesse sparato, ma precludeva la possibilità di spiegare l’esito come se la scienza medica si fosse espressa con una voce sola.
I resoconti a stampa non concordano del tutto sull’entità delle pene. Nel capitolo edito nel 1911, Friedländer scrive che Naumow fu condannato a tre anni e mezzo di reclusione, la Tarnowska a otto anni e mezzo, Prilukow a dieci anni; la Perier veniva assolta. Un articolo del «Spectator» del 28 maggio 1910 indica invece tre anni e un mese per Naumow, otto anni e quattro mesi per la Tarnowska e dieci anni per Prilukow. Altri dispacci dell’epoca arrotondano le prime due condanne a cifre piene. Queste discrepanze non devono essere armonizzate artificiosamente: l’esatta durata della pena rimane una discordanza tra le fonti, mentre l’assoluzione della Perier e la condanna a dieci anni per Prilukow trovano riscontro concorde nei testi consultati.
Tale divario non è un mero refuso da correggere a spanne. Ricorda piuttosto che una cronaca giudiziaria, quand’anche pubblicata a ridosso delle udienze, riflette errori di trascrizione, approssimazioni o sintesi giornalistiche. Il testo di Friedländer è prezioso per ricostruire l’avvicendarsi degli interrogatori, delle perizie e delle arringhe; non costituisce però, da solo, la cancelleria ufficiale della sentenza. Parimenti, il giudizio sulla seminfermità mentale non risolve l’enigma delle suggestioni intime vagheggiate dalla stampa. Fissa una risposta processuale ai quesiti sottoposti ai giurati, non una radiografia compiuta delle coscienze.
Si chiuse così il dibattimento, senza che la sentenza soffocasse tutti gli interrogativi aperti. Naumow aveva fatto fuoco e lo aveva ammesso; i giurati lo condannarono. Anche la Tarnowska e Prilukow furono condannati, in virtù di distinte qualificazioni giuridiche, mentre la Perier ne uscì assolta. Ma l’origine prima del disegno rimase irrisolta nelle parole stesse dei rei, né i medici avevano chiarito con univoca certezza la dinamica della morte. In questa vicenda, l’archivio non offre una chiave capace di schiudere d’un sol colpo ogni coscienza: custodisce piuttosto lo scontro tra versioni di parte, perizie discordanti e una decisione dei giudici che si limitò a tracciarne i confini legali.
