Una sera, i due futuri condannati si presentarono a casa di Massimo d'Azeglio accompagnati da alcuni amici e con un solido appetito. Il padrone di casa aveva già cenato; bisognò riapparecchiare la tavola, rimediare del prosciutto, un’omelette e qualcosa da bere. D'Azeglio gradì assai poco quell’intrusione. Un anno dopo, li avrebbe rivisti in piazza del Popolo, sotto la mannaia della ghigliottina. Nelle sue memorie, la sgradita merenda e l’esecuzione capitale si susseguono con una prossimità terribile: quei giovanotti di cui ci si voleva liberare al più presto erano diventati uomini a cui non sarebbe più stato concesso un domani.
D'Azeglio conosceva soprattutto Leonida Montanari, medico condotto a Rocca di Papa. Ne apprezzava la vivacità, il coraggio, la conversazione brillante. Racconta di averlo trovato, un giorno, immerso nella lettura di Machiavelli, precisamente al capitolo sulle congiure. Quel ricordo avrebbe assunto, a posteriori, il peso di un presagio. Montanari aveva meditato sui pericoli delle trame clandestine; eppure andò a invischiarsi in una faccenda in cui la diffidenza tra affiliati sarebbe sfociata in un tentato omicidio.
Angelo Targhini, figlio di un cuoco di Pio VII, apparteneva al medesimo sodalizio. Il passato gravava già su di lui come un macigno. Una condanna per l'omicidio di Alessandro Corsi, consumato nel 1819, gli era costata la galera. La sentenza del 1825 avrebbe fatto risalire a quella detenzione la sua iniziazione alle società segrete, e poi, al ritorno a Roma, l'organizzazione di una vendita carbonara. L’accusa lo dipingeva come un capo dispotico; i compagni, messi sotto torchio, gli attribuivano una brama di comando che mal tollerava le defezioni.
La setta adunava uomini di disparata estrazione: un medico, studenti, impiegati, un legale, individui privi di un’occupazione stabile. Potevano condividere l’avversione per il governo pontificio senza per questo condividere la medesima audacia, i medesimi rancori o la stessa idea del fine da raggiungere. Alcuni presero le distanze. Ma in una congrega clandestina, l’affiliato che smette di farsi vedere non lascia soltanto una sedia vuota. Porta via con sé nomi, rifugi, parole compromettenti che gli altri vorrebbero poter cancellare.
Due di questi uomini attirarono i sospetti della vendita. Uno era Emilio Pontini. Aveva davvero tradito gli antichi compagni consegnandoli alla polizia? Persino D'Azeglio, che pure non risparmia strali ai congiurati, lascia aperta l’alternativa: o aveva tradito, o essi lo credevano tale. Tra queste due possibilità ballava una vita umana. La paura degli sbirri bastava a tramutare l'inquietudine in accusa, e l'accusa in una sentenza pronunciata da un tribunale privato. Coloro che denunciavano l’arbitrio del governo ne replicavano i metodi all’interno della propria cerchia.
Gli atti giudiziari consentono di ripercorrere quella sera di giugno del 1825 così come l'accusa la ricostruì. Targhini andò a prendere Pontini a casa, lo trascinò in un’osteria dove bevvero insieme, poi lo riaccompagnò per strada. Nulla, in quella finta cordialità, lasciava presagire l’agguato. Nei pressi di Sant’Andrea della Valle, secondo la sentenza, Montanari li attendeva al varco e colpì il malcapitato al fianco con un fendente. Le cronache successive non concordano su chi abbia vibrato il colpo; la responsabilità materiale divenne essa stessa terreno di disputa ideologica.
Pontini sopravvisse. Questa circostanza, quasi relegata in secondo piano dalla celebrità dei due giustiziati, rovesciò l'intera trama. L'uomo che si voleva mettere a tacere era vivo e poteva parlare. La polizia pontificia risalì ai complici e alle loro ramificazioni. La setta, che aveva creduto di blindare il proprio segreto punendo un tradimento, si espose proprio con quella violenza alle retate che intendeva scongiurare. La vendetta, concepita come scudo protettivo, aveva consegnato il gruppo al boia.
Un’altra visita, consumata quasi alla stessa ora, figurava nel fascicolo processuale. Luigi Spadoni e Pompeo Garofolini si erano presentati a casa di un secondo ex confratello. Uno era rimasto di vedetta in strada, l'altro tentava di convincerlo a scendere. Ma il malato stava facendo un pediluvio; rifiutò di seguirli. La commissione giudicante mise in relazione quell’episodio con l'attacco a Pontini, scorgendovi un disegno criminoso coordinato. Quell’insignificante dettaglio domestico era bastato a salvare un uomo da un appuntamento fatale. Avrebbe pesato enormemente nella lettura politica dei fatti.
Il 21 novembre, una commissione speciale riunitasi sotto la presidenza di monsignor Tommaso Bernetti, governatore di Roma e direttore generale di polizia, giudicò sei imputati. Il castello accusatorio saldava la pugnalata a Pontini al delitto di lesa maestà. La causa travalicava così la violenza consumata contro un privato cittadino: chiamava in causa una congrega eversiva e l'autorità stessa del sovrano pontefice. Un avvocato dei poveri addusse argomenti a discarico, a voce e per iscritto, come certifica il testo a stampa della condanna. Il rito, tuttavia, restava quello di un tribunale eccezionale, convocato per infliggere una punizione esemplare.
Targhini e Montanari furono condannati a morte; Spadoni e Garofolini alla galera a vita; Ludovico Gasperoni e Sebastiano Ricci a dieci anni. La gradazione delle pene intendeva distinguere i diversi gradi di colpevolezza, ma la stampa e l'affissione della sentenza in ogni angolo dello Stato Pontificio conferivano loro un valore corale e ammonitore. Bisognava che tutti sapessero quale prezzo si pagasse ad affiliarsi a quelle conventicole e a tradurre le minacce in atti di sangue.
Correva l'anno santo: Roma accoglieva le folle dei pellegrini, mentre l'apparato repressivo di Leone XII dava una caccia spietata alle sette segrete. La solennità del giubileo non sospese affatto il rigore della polizia politica.
Il 23 novembre 1825, i due patrioti furono condotti in piazza del Popolo. D'Azeglio ricorda una snervante attesa in una cappella improvvisata, i frati che li incalzavano affinché accogliessero i sacramenti e il loro ostinato, inflessibile rifiuto. La lama cadde. Da quella scena il memorialista non traeva una presunzione d'innocenza che non riconosceva loro; vi scorgeva piuttosto una contraddizione intollerabile. Il medesimo potere che pretendeva di strappare la loro conversione ne stabiliva per decreto l'ora esatta, oltre la quale non sarebbe più stato concesso loro di mutare animo.
La testimonianza di D'Azeglio non riserva ai due la stessa indulgenza. Montanari rimane ai suoi occhi il giovane medico trascinato alla rovina; Targhini assume i tratti del cattivo genio. Memorie successive avrebbero rigettato questa spartizione fin troppo comoda tra l’illuso e il corruttore. Una volta trasfigurati i due cadaveri in simboli politici, sui loro caratteri si accapigliò la memoria collettiva, così come ci si era divisi sulla natura del loro reato. I fautori del papa rimarcavano la vigliaccheria dell’agguato; gli oppositori additavano la commissione speciale, la forca e la brutale pedagogia del terrore.
La memoria dei condannati finì per reclamare proprio quello spazio pubblico da cui si era cercato di cancellarli per sempre. Una lapide fu murata sulla piazza nel 1909. Tra l'omaggio patriottico e l'anatema papale, Pontini rischiava ancora una volta di ridursi a semplice comparsa. Eppure era stato un uomo in carne e ossa, fatto uscire di casa con la lusinga dell'amicizia. L'intero dramma si annida anche nel varcare quella soglia: la fiducia accordata, la pugnalata a tradimento, una ferita non mortale che scombina il piano, e infine altre due vite troncate nel nome di un'autorità che intendeva chiudere la partita una volta per tutte.
