Il barone aveva escogitato una maniera assai comoda di viaggiare: portava seco gli uomini che avrebbero potuto farlo impiccare. In livrea, facevano tutt’altra figura. Un domestico che abbassa il predellino, un cavallerizzo che regge la briglia, un messaggero che domanda udienza non somigliavano più ai complici d’un ladro; contribuivano piuttosto al lustro d’un gentiluomo. Quell’abito nulla mutava nel passato di Nickel List. Mutava però ogni cosa nell’accoglienza che gli veniva riservata.
Johann Rudolf von der Mosel: questo il nome dietro il quale l’antico soldato aveva riparato buona parte delle sue imprese. Il patronimico possedeva quella rassicurante ampiezza che talvolta dispensa dall’esibire titoli patenti. Nel ritratto tramandato da una biografia ottocentesca, List appare in gran parrucca e si finge dedito alla chimica. Il suo laboratorio celava un mestiere assai meno misterioso: vi si fabbricavano strumenti per forzare le altrui serrature. L’oro cui egli dava la caccia esisteva già; si trattava soltanto di farlo passare da un proprietario all’altro.
Questa messinscena ha qualcosa del teatro, e i primi biografi si prodigarono nell’abbellire i mutamenti di scena. Ma il congegno dell’affare appartiene per intero alla sua storia: List sapeva trarre partito dalle apparenze onorate, e i suoi complici non formavano una masnada perennemente raccolta attorno a un fuoco nei boschi. Si ritrovavano per un colpo, si spartivano il provento e tornavano a vivere esistenze separate. Per risalire alla banda, occorreva individuare i fili che legavano uomini che avevano cessato di mostrarsi insieme.
La casa donde non si esce più onesti
Prima di quei travestimenti, c’erano stati i cavalli, la milizia, poi lo stabilimento a Beutha, in Sassonia. Un uomo avvezzo alle strade possiede un sapere che i registri di proprietà non concedono: sa dove si muta cavalcatura, dove si interrogano i viandanti e dove uno sconosciuto può trascorrere la notte senza dar conto dei propri natali. Una simile perizia poteva alimentare un commercio; poteva altresì agevolare una fuga.
Al principio degli anni novanta del Seicento, svariati furti rimasero a lungo impuniti senza che la giustizia risalisse a List. Quell’indugio ebbe il suo prezzo. Ogni affare rimasto nell’ombra gli lasciava la facoltà di ricevere visite, di spostarsi, di frequentare persone alle quali sarebbe riuscito poi malagevole spiegare i propri rapporti con lui. Il ricercato non era ancora rescisso dal consesso civile; vi conservava le sue entrate.
Poi, un nuovo furto mise le autorità sulle sue tracce. A Beutha, nel giugno del 1696, il tentativo di arresto sfociò nella morte di due ufficiali di giustizia. List sfuggì a chi veniva a ghermirlo. Il fuggiasco lasciava dietro di sé ben più d’una dimora: abbandonava la possibilità di giustificare con ragioni ordinarie la propria presenza in quella terra. La sua casa fu demolita; una condanna in contumacia sancì la rottura irreparabile con la comunità.
Bisognava ormai individuarlo su vie che attraversavano una miriade di giurisdizioni discordi. Il territorio in cui un magistrato poteva ordinare una cattura non coincideva necessariamente con quello in cui il fuggiasco avrebbe preso alloggio per la notte. Un confine, talora quasi invisibile al viaggiatore, bastava a rendere indispensabili nuovi e farraginosi atti procedurali. List non aveva alcun bisogno di svanire dal mondo: gli bastava mantenere un passo di vantaggio sul corriere che ne recava i connotati.
Le antiche cronache vollero attribuirgli una prodigiosa invulnerabilità. Una tale fama denotava anzitutto lo smarrimento dei derubati. Era assai meno umiliante immaginare un uomo fatato contro le palle di piombo che ammettere quanto le regole, le distanze e le rivalità tra magistrature ne favorissero i movimenti. Mentre un’autorità istruiva il fascicolo, il fuggitivo si fabbricava un’altra identità.
La porta di San Michele
L’affare che impresse all’inseguimento ben altra dimensione riguardò una chiesa di Luneburgo. San Michele custodiva un tesoro denominato la Tavola d’oro: un’opera sfarzosa di metalli preziosi, perle e gemme, le cui figure sacre non erano state concepite per sopravvivere alla spartizione d’un bottino. Agli occhi dei fedeli e del cenobio, ogni elemento apparteneva a un insieme tramandato. Agli occhi dei ladri, quell’insieme poteva scomporsi.
Il 6 marzo 1698, List prese parte al furto. Gli strumenti da scasso erano stati predisposti; la serratura dovette cedere a una chiave che non era quella dei suoi custodi. Consumata l’effrazione, le preziose spoglie mutarono padrone. Ciò che si poteva asportare possedeva un valore venale; ciò che veniva spezzato perdeva la forma senza perdere il metallo. È questa una delle crudeltà precipue di tali delitti: un’opera d’arte richiede generazioni per farsi memoria comune, e pochi ferri per ridursi a un peso d’oro.
Al mattino della scoperta, non si lamentò soltanto la perdita di ingenti ricchezze. Il riparo che l’antichità, la sacra destinazione e le serrate porte dell’edificio parevano garantire era stato smentito d’un tratto. Il furto non poteva rimanere una querela tra le tante, circoscritta alla competenza d’un giudice locale. La rinomanza della Tavola d’oro offrì a chi perseguiva i sacrileghi una ragione per perseverare oltre i primi intralci.
Il principe Giorgio Guglielmo di Brunswick-Lüneburg-Celle sostenne l’inchiesta con fermezza. A Celle, un’istruttoria radunata sotto l’autorità dell’Amtmann Dietrichs si adoperò per connettere gli episodi e i rei. Occorreva percorrere a ritroso la via battuta dai malfattori: raccordare le città, ottenere l’estradizione dei prigionieri, confrontare i nomi, riconoscere sotto molteplici sembianze il medesimo individuo. L’itineranza, che aveva disperso le prove, si faceva essa stessa materia di giudizio.
I complici riuniti
Tratto in arresto nel 1698, List passò per le carceri e il tribunale di Hof. Una prima condanna capitale non pose fine al suo tragitto processuale. Celle reclamava l’uomo che altri giudici avevano già la facoltà di mandare a morte. Il trasferimento appariva capitale: un cadavere avrebbe appagato una sentenza locale; il prigioniero vivo poteva far luce sui furti perpetrati altrove, riconoscere i compari, fornire il vincolo mancante tra fascicoli disgiunti.
Sul finire dell’anno, List fu condotto a Celle sotto scorta. Il finto barone non trascinava più la sua livrea al seguito: erano le autorità, adesso, a radunare gli accusati a proprie spese. Quanti avevano saputo sbandarsi all’indomani d’un colpo si ritrovavano ora congiunti dalle domande che venivano loro rivolte. Ogni risposta poteva inserire un nuovo nome negli atti.
L’istruttoria fece ricorso alla tortura contro i prevenuti. List l’aveva già patita a Hof; i verbali del procedimento riferiscono che a Celle non gli fu rinnovata, avendo egli reso ampie confessioni. Questa distinzione non muta l’interrogatorio in un colloquio libero. Le risposte prendevano forma in una giustizia ove il tormento costituiva mezzo ordinario d’indagine, e dove il condannato sapeva che il modo d’esprimersi poteva ancora mitigare la sua fine.
Egli confessò i fatti, indicò le complicità, contribuì a far perseguire altri correi. La figura del capobanda ravveduto occupò ben presto un risalto considerevole nelle relazioni a stampa del fatto. Il pastore Sigismund Hosmann avrebbe tratto da quei faldoni una storia di colpa, disvelamento e castigo. Al ladro che aveva moltiplicato le sue maschere succedeva un’ultima parte, quella del penitente esemplare; tra l’uomo e il lettore si interponeva ormai un interprete della fede.
Già dal marzo del 1699, il patibolo colpì diversi imputati. Il 23 maggio toccò a List. La pena comminata prevedeva l’arrotamento e la rottura delle membra, cui doveva seguire la morte; la giustizia presentò tuttavia una variazione del supplizio quale graziosa attenuazione accordata alle sue confessioni. Una simile parola di clemenza, accostata a tale apparato, misura la distanza che corre tra il linguaggio della sentenza e la carne che doveva subirla.
Le persecuzioni giudiziarie non si estinsero con lui. Altri uomini furono ancora processati e giustiziati, mentre la Tavola d’oro restava il centro invisibile e mutilo della causa. List aveva saputo dare a un’officina di grimaldelli le apparenze d’un laboratorio e ai suoi sgherri il portamento d’una casa patrizia. Non aveva potuto, però, restituire ai frammenti dispersi la loro perduta unità. I giudici avevano infine riunito i ladri; nessuno avrebbe potuto, con un decreto, ricomporre nello stesso modo ciò che essi avevano distrutto.
