Il 15 aprile 1776, la Westminster Hall si gremisce di pari del regno, nobildonne e ambasciatori stranieri. Alle dieci e mezza, la regina e la famiglia reale prendono posto nella tribuna loro riservata. Il cancelliere dà lettura degli atti che hanno deferito la causa dinanzi a questa corte, indi dell’atto d’accusa. Il sergente d’armi annuncia l’ingresso dell’imputata. Elizabeth, duchessa di Kingston, avanza verso la sbarra accompagnata da tre dame del suo seguito, dal suo cappellano, dal medico e dallo speziale. Compie tre riverenze, si inginocchia e si rialza su invito del lord gran siniscalco.
L’accusa è di bigamia. Prima di replicare, la duchessa dà lettura di un documento: i suoi legali le hanno raccomandato di opporre all’incriminazione una sentenza ecclesiastica del 1769, la quale l’aveva dichiarata libera da qualsivoglia vincolo matrimoniale verso Augustus Hervey. Il gran siniscalco le rammenta l’obbligo di dichiararsi sull’imputazione. Alla domanda del cancelliere, ella risponde: «Non colpevole, nobili signori.» Interrogata su come intenda essere giudicata, sceglie il giudizio dei suoi pari.
Dietro questi titoli nobiliari si cela una cospicua eredità. Il duca di Kingston è morto nel 1773, lasciando le sue terre a Elizabeth fino al decesso o a nuove nozze; i beni dovranno poi passare al nipote Charles Medows. Il fratello maggiore di costui, Evelyn, escluso dal testamento, impugna la validità dell’unione. La questione apre ben più di una faida familiare: la sposa che detiene i possedimenti è davvero la vedova del duca? Hervey, dal canto suo, è ancora in vita. È persino divenuto conte di Bristol nel 1775. Qualunque sia il matrimonio riconosciuto valido, Elizabeth può dunque rivendicare il rango di consorte di un pari. Questo dettaglio le assicura il foro competente; le tornerà utile ancora una volta dopo il verdetto.
Il processo si incardina su una questione preliminare: la pronuncia della Chiesa è sufficiente a estinguere il giudizio, o la corte dei pari può ammettere la prova di un matrimonio anteriore? Il solicitor-general si oppone alla pretesa che la sentenza ecclesiastica sottragga la causa alla giurisdizione civile. Lord Talbot, affermando di aver già udito più di quanto la sua memoria possa contenere, chiede che l’udienza sia aggiornata nella camera del Parlamento affinché le argomentazioni possano essere soppesate con rigore. Lord Camden sottopone allora ai giudici tre quesiti: se i pari possano escutere i testimoni, se la sentenza ecclesiastica abbia carattere definitivo, e se si possa procedere penalmente per collusione o frode nel suo ottenimento. I giudici rispondono che, in entrambe le ipotesi, l’accusa ha facoltà di produrre le proprie prove. I pari si ritirano per circa mezz’ora, rientrano nell’aula e ordinano al procuratore generale di proseguire. La prima battaglia processuale della duchessa non è valsa dunque a precludere l’esame delle testimonianze.
La narrazione di Borrow fa risalire l’addebito al 1742. Anne Craddock dichiara di aver conosciuto la duchessa quando era ancora Miss Chudleigh e soggiornava presso la dimora del signor Merrill in occasione delle corse di Winchester. Fu lì, a suo dire, che la Chudleigh e Hervey si conobbero e si legarono d’affetto. La Craddock asserisce che i due contrassero nozze segrete, una sera verso le undici, nella chiesa di Lainston, nell’Hampshire. Gli atti giudiziari della causa datano tale unione al 4 agosto 1744. La donna fa il nome del rettore Ames, che avrebbe officiato il rito, nonché del signor Mountney, della signora Hanmer e di se stessa quali astanti. La cerimonia, ella afferma, ebbe luogo mentre la giovane risiedeva ancora presso la zia; tale versione colloca dunque l’evento assai prima delle successive nozze con il duca di Kingston.
La scena da lei riferita reca un dettaglio singolare: la chiesa era immersa nell’oscurità, ma il signor Mountney aveva fissato una candela di cera sulla cupola del proprio cappello. Nondimeno, sotto esame, la Craddock ammette di aver ricevuto una lettera dal signor Fossard, il quale le prometteva una sinecura qualora avesse acconsentito a testimoniare contro la duchessa. La missiva specificava che ella avrebbe potuto esibirla a Hervey. Il suo resoconto della cerimonia offrirebbe una prova diretta sul piano testimoniale; l’offerta di un tornaconto getta tuttavia un’ombra immediata sulle circostanze della sua deposizione.
Un altro teste, Caesar Hawkins, dichiara di conoscere la duchessa da circa trent’anni e di aver udito parlare del matrimonio. Egli afferma che Hervey e la Chudleigh gliene fecero parola prima che Hervey ripartisse per mare. Hawkins riferisce inoltre di essere stato presente alla nascita del loro figlio e di aver visto il neonato. Dopo il ritorno di Hervey, questi gli avrebbe chiesto di proporre un divorzio alla duchessa, la quale avrebbe rifiutato. In seguito, la donna lo avrebbe informato di aver promosso dinanzi alla corte di Doctors’ Commons un procedimento per imporre il silenzio a Hervey sulle sue pubbliche pretese matrimoniali.
Judith Phillips, vedova del rettore Ames, non assistette alla cerimonia. Riferisce quanto appreso dal marito e ricorda che la Chudleigh le chiese, tempo dopo, di ottenere da lui un certificato. Il signor Merrill consigliò alla giovane donna di consultare un avvocato. Su tale indicazione, fu acquistato un registro parrocchiale e la registrazione del matrimonio venne inserita tra le sepolture recenti. La Phillips riconosce la grafia del consorte; altri ecclesiastici ne confermano l’autenticità. Il volume viene esibito alla corte. Un cancelliere di Doctors’ Commons depone, a sua volta, sull’opposizione mossa alla procedura relativa al testamento del duca. Accanto alla scena notturna descritta dalla Craddock, l’accusa si fonda dunque su un registro compilato tardivamente e su soggetti che non furono tutti testimoni oculari del rito.
La difesa della duchessa si articola su una differente sequela di atti. Ella dichiara di non aver mai ritenuto di essere legalmente sposata con Hervey. Secondo la dichiarazione da lei letta, la giurisdizione ecclesiastica l’aveva dichiarata libera da ogni legame verso l’uomo. Chiede che ci si attenga a tale pronuncia. Sostiene inoltre di aver sottoposto la questione all’arcivescovo di Canterbury, il quale l’avrebbe dichiarata libera di contrarre nuove nozze, consegnando al suo medico una licenza speciale per il matrimonio con il duca di Kingston. Aggiunge che, a seguito di tale unione, fu pubblicamente riconosciuta duchessa e ricevuta dal re, dalla regina e dalla principessa vedova di Galles. Non è soltanto la validità di una lontana cerimonia che ella difende: invoca i pareri e le autorizzazioni formali sollecitati prima di sposare il duca, nonché il riconoscimento pubblico e solenne goduto all’indomani di quel matrimonio.
Il 22 aprile, esaurita l’istruttoria dell’accusa, la duchessa dà lettura della propria memoria difensiva. I pari si ritirano ed emettono il loro verdetto in sua assenza. La dichiarano colpevole. Quando ella ricompare alla sbarra, il gran siniscalco le domanda se abbia eccezioni da opporre alla sentenza. La nobildonna consegna un plico al cancelliere: invoca il privilegio della parìa. I lord accolgono l’istanza e ordinano la sua scarcerazione previo pagamento delle consuete spese di cancelleria.
Fino a quel momento, Borrow la descrive in pieno possesso di sé. All’annuncio del verdetto, ella sviene e deve essere portata a braccia fuori dall’aula. Il procedimento si conclude così con due determinazioni non coincidenti: la corte dei pari ne ha accertato la colpevolezza, ma il privilegio nobiliare la preserva dalle pene ordinarie. Lascerà poco dopo l’Inghilterra per trascorrere il resto dei suoi giorni sul continente. Morirà in Francia nel 1788 — e non in Russia vent’anni dopo il processo, come vorrebbe il racconto di Borrow. A Westminster, il privilegio produsse ciò che la difesa non era riuscita a conseguire: schiuse la via della libertà, senza cancellare l’onta della condanna.
