Il 21 aprile 1913, quattro uomini attendevano dietro porte che la medesima condanna pareva rendere identiche. Tre stavano per essere giustiziati: Raymond Callemin, Étienne Monier e André Soudy. Il quarto, Eugène Dieudonné, avrebbe appreso la commutazione della propria pena. Nel racconto reso più tardi ad Albert Londres, egli avrebbe collocato quell’annuncio alle quattro del mattino, nell’istante preciso in cui i suoi compagni venivano condotti verso la morte. Questa testimonianza consegna alla vicenda il suo ultimo contrasto: fuori, si consumava l’esecuzione dei superstiti della banda Bonnot; dentro, un uomo scampava alla ghigliottina senza tuttavia ottenere che il proprio nome fosse disgiunto da quella masnada.
Il nome di Bonnot copriva allora una sequela di assalti di cui i giornali avevano fatto una narrazione pressoché ininterrotta. Concedeva una fittizia unità a individui, incontri e responsabilità che non sempre coincidevano. Jules Bonnot in persona era morto da quasi un anno. Il processo del febbraio 1913 non aveva dunque potuto interrogarlo, né porre a confronto le sue risposte con quelle degli altri. Si giudicavano i superstiti e diversi imputati sospettati di aver favorito, ospitato o scortato gli autori dei delitti. In un fascicolo simile, la questione delle frequentazioni diveniva dirimente: conoscere un uomo, condividerne talune idee, avergli dischiuso una porta, fino a che punto implicava la correità nei suoi atti?
Il 21 dicembre 1911, in rue Ordener a Parigi, alcuni impiegati della Société Générale subirono un agguato. L’automobile consentiva agli aggressori di balzare all’improvviso e di dileguarsi con una celerità che scuoteva le fantasie popolari. Caby, il fattorino rimasto ferito, sopravvisse. La sua testimonianza avrebbe svolto un ruolo determinante nel riconoscimento di un complice. Attorno a quell’assalto si cristallizzò la figura dei banditi in automobile, una criminalità che la novità del mezzo di fuga rendeva ancor più allarmante. Le vittime, tuttavia, non erano figure inedite: salariati incaricati del trasporto di denaro per un istituto di credito, esposti al pericolo per il solo fatto che quel contante transitava tra le loro mani.
Negli ambienti anarchici frequentati da vari componenti del gruppo, la violenza suscitò analoghe repulsioni. Le ricerche presentate da Criminocorpus richiamano la fermezza di Rirette Maîtrejean e di Victor Kibaltchich, animatori del foglio L’Anarchie: la frequentazione pregressa non equivaleva a una ratifica delle rapine. Si agitava lì un mondo di discussioni, di solidarietà e di dissidi che l’etichetta criminale avrebbe sovente schiacciato. L’istruttoria poteva legittimamente indagare le complicità materiali; incombeva tuttavia il dovere di evitare che la comunanza ideologica facesse le veci della prova per un’azione cui la persona fosse rimasta del tutto estranea.
Nel marzo 1912, la spedizione di Montgeron e l’assalto alla banca di Chantilly aggiunsero nuovi caduti a questa scia di violenze. Un’automobile fu sottratta con la forza prima dell’incursione a Chantilly. Due impiegati rimasero uccisi nella filiale della Société Générale. Callemin, Monier e Soudy sarebbero stati giudicati per la partecipazione alle imprese della banda, con ruoli ben distinti. La cronaca spettacolare predilige volentieri la figura del conducente, l’arma spianata, la fuga; la corte era invece tenuta a vivisezionare posizioni e movenze, ad ascoltare chi aveva scorto quegli uomini e a vagliare ciò che consentiva di riconoscerli con certezza.
La caccia all’uomo giunse all’epilogo con la primavera. Bonnot fu circondato a Choisy-le-Roi il 28 aprile 1912. Forze di polizia, reparti militari, giornalisti e una folla smisurata si adunarono attorno al caseggiato in cui si era asserragliato. L’impiego dell’esplosivo mutò la cattura in un macabro evento pubblico. Bonnot, rinvenuto agonizzante, non sarebbe sopravvissuto. A maggio, Garnier e Valet caddero a loro volta a Nogent-sur-Marne. Le istantanee e i resoconti impressero quegli assedi nella memoria collettiva. Per i superstiti già arrestati o prossimi a comparire dinanzi ai magistrati, ne derivò un’altra conseguenza: molti di coloro che avrebbero potuto chiarire i fatti non sarebbero mai comparsi alla sbarra.
Il caso di Dieudonné rese siffatta assenza oltremodo pesante. Ebanista, anarchico, egli conosceva alcuni dei ricercati e negava con ostinazione di aver preso parte all’assalto di rue Ordener. Nei suoi taccuini di memorie, Albert Londres riesamina i successivi riconoscimenti attribuiti a Caby e denuncia come essi fossero stati viziati. Londres non veste i panni del cancelliere neutrale: difende un uomo che ritiene innocente e si adopera a dimostrare l’errore giudiziario. Il suo scritto dev’essere letto come un intervento documentato e appassionato, senza che ciascuna scena ricostruita assuma per questo l'autorità di un verbale di polizia.
Il punto nodale permane la contestata fragilità di un riconoscimento visivo in una vicenda in cui l’opinione pubblica reclamava colpevoli a ogni costo. Un testimone aveva subito un’aggressione, aveva visto spianare le armi, aveva rischiato la vita. La sua deposizione andava accolta con scrupolo; andava nondimeno vagliata l’eventualità dell’abbaglio. La gravità del trauma patito non rende la memoria infallibile. Proprio in virtù della realtà del suo strazio, i magistrati necessitavano di riscontri probatori atti a distinguere colui che lo aveva ferito da colui il cui volto gli veniva esibito a posteriori.
Il verdetto del febbraio 1913 pronunciò quattro condanne alla pena capitale. All’indomani della sentenza, Callemin affermò che Dieudonné non si trovava in rue Ordener. Dichiarazioni attribuite a Garnier e a Bonnot convergevano nel medesimo senso. Provenivano da uomini a loro volta implicati nei delitti di sangue; le si poteva discutere, non già cancellare dagli atti. L’avvocato Moro-Giafferri proseguì strenuamente la difesa di Dieudonné. Il ricorso per la grazia ebbe esito favorevole: la condanna a morte fu tramutata nei lavori forzati a vita. Per Callemin, Monier e Soudy, il verdetto rimase esecutivo.
Caddero il 21 aprile, davanti alle mura della prigione della Santé. Il processo era giunto a compimento, ma non aveva assegnato a ogni nome il medesimo destino. Dieudonné fu instradato verso il bagno penale. Londres lo avrebbe incontrato nella Guyana francese, e poi ancora in Brasile dopo la fuga. I primi due capitoli di Adieu Cayenne insistono con amarezza sul peso di quell'imprimatur: reduce della banda Bonnot. Agli interlocutori occasionali bastavano poche sillabe per catalogare un uomo; per colui che le portava addosso, imponevano l’onere di ricominciare da capo, ogni giorno, la propria apologia.
Il cronista riferisce come Dieudonné rammentasse gli sguardi guardinghi, le porte serrate, le mani tese con circospezione. Sono memorie che appartengono al superstite, e le lasciamo a lui. Esse prolungano tuttavia il quesito sollevato dinanzi alla corte: di quale specifico reato risponde ciascun individuo? I misfatti della banda furono reali, gli impiegati assassinati non appartenevano al mito, e i superstiti dovevano rendere conto delle proprie azioni. Tale imperativo rendeva il vaglio individuale ancor più ineludibile. All’alba delle quattro celle, tre uomini furono giustiziati e il quarto avviato ai lavori forzati; dietro il solo nome di Bonnot, la giustizia si era imbattuta in quattro esistenze che nessun titolo di giornale avrebbe potuto compendiare senza stravolgerle.
