Il 29 gennaio 1720, quattro condannati furono giustiziati a Tyburn. L’uno aveva atteso sino agli ultimi istanti una sospensione della pena che ancora sperava di ottenere; un altro aveva dissipato in breve tempo la propria quota di una preda catturata in mare; un terzo era già scampato per due volte alla forca; l’ultimo aveva rubato nella casa del padrone per ostentare una ricchezza che non possedeva. Il frontespizio della cronaca assegna a questa esecuzione comune l’annata 1719-1720. I percorsi che li condussero al patibolo furono tuttavia assai differenti.
John Trippuck, soprannominato il «Tinman d’oro», si era dato al furto, da solo o con complici, per un lungo periodo. La cronaca riferisce che, poco prima della vicenda che lo avrebbe condotto alla morte, egli aveva ottenuto la grazia reale grazie al denaro e alle proprie aderenze. Ciononostante, ricadde nel delitto. La parte lesa lo fece arrestare e ne perseguì l’incriminazione con fermezza incrollabile; Trippuck fu condannato. Disponeva ancora di risorse e, con esse, della speranza di un nuovo ricorso. Finché credette possibile ottenere una proroga, mantenne intatta la propria fiducia.
L’ordinario di Newgate tentò di ricondurlo all’esame di coscienza e al pentimento per le colpe commesse. Trippuck lo interrompeva di continuo per interrogarlo sulle probabilità di un indulto e per chiedergli di intercedere presso un consigliere d’alto rango. Gli mostrò persino le cicatrici di antiche ferite, due delle quali particolarmente ampie, e gli rammentò i tormenti patiti durante l’estrazione delle pallottole dal proprio corpo, confidando che tali tribolazioni valessero a mitigare l’entità dei suoi misfatti. Il ministro del culto gli replicò che quei mali scaturivano unicamente dalle imprese delittuose cui si era consegnato, e che non potevano in alcun modo sanare le sue offese alla legge.
Quando comprese che nessun perdono sarebbe giunto, la sua caparbietà vacillò. La cronaca attesta che non negò più il reato per il quale stava per morire, dopo averlo a lungo tacciato d’impostura e dopo che il suo complice, Constable, lo ebbe respinto fino alla fine. Una diversa imputazione era frattanto circolata sul suo conto: gli si attribuiva la morte di un certo signor Hall a Blackheath, avvenuta verso il termine dell’estate precedente. Trippuck respinse quell’accusa e ribadì la propria estraneità fino a poco prima del supplizio, indicando il capestro che lo attendeva come prova solenne della propria veridicità. Il testo tace il nome della parte lesa nella causa capitale. Si limita a descrivere Trippuck nell’atto di spirare, mostrando i segni esteriori del pentimento.
Richard Cane aveva circa ventidue anni. Nella prima giovinezza, i congiunti lo avevano collocato per due volte a bottega come apprendista, senza tuttavia riuscire a legarlo a un mestiere stabile. Si era quindi imbarcato su una nave da guerra; dopo otto ore di aspro combattimento, il vascello catturò un convoglio spagnolo dal carico, a detta della cronaca, d’immenso valore. Cane ricevette la propria quota del bottino, ma non seppe trarne alcun frutto durevole. Al ritorno a terra la dilapidò in fretta. Quando i piaceri cui si era abbandonato lo ebbero spogliato d’ogni risorsa, l’indigenza e la bramosia di alimentarli ancora lo spinsero verso vie illecite.
Si legò allora a un’onesta fanciulla che viveva con la madre, celando a entrambe la propria condotta criminosa. Progettarono nozze private, ma il matrimonio non poté celebrarsi: Cane non possedeva il denaro necessario per acquistare la licenza ecclesiastica. La famiglia del giovane, spiega la nota d’archivio, avrebbe accolto con ostilità tale unione; d’altra parte, egli non intendeva gravare sulle finanze della promessa sposa e della madre di lei. Una sera si congedò da loro, incrociò per strada un uomo alterato dal vino, lo gettò a terra e gli strappò il cappello e il mantello. La vittima gridò; i passanti accorsero e Cane fu tratto in arresto. Il furto commesso per procurarsi il costo delle nozze lo condusse al patibolo.
La fanciulla andò regolarmente a fargli visita a Newgate, piangendo insieme a lui; la madre, sopraffatta dall’angoscia per quella disgrazia, cadde malata e rimase costretta a letto. All’approssimarsi dell’esecuzione, Cane si dimostrò rassegnato alla pena, riconobbe le proprie colpe e rimpianse amaramente i dolori inflitti a quelle due donne. Lasciò una dichiarazione scritta indirizzata alla folla radunata a Tyburn: vi ammetteva il delitto per cui moriva e implorava che non si recasse oltraggio alla giovane a causa dei trascorsi di lui. La memoria storica sottolinea la commossa tenerezza con cui evocò colei che avrebbe dovuto sposare. Spirò a ventidue anni.
Richard Shepherd era nato a Oxford da genitori che il cronista qualifica come onesti e stimati. Fu posto come apprendista presso un macellaio. Prima di aver concluso il tirocinio, prese in moglie una giovane del vicinato; il maestro artigiano, scoperta l’unione clandestina, pretese da lui quaranta scellini in contanti e un’obbligazione di ventotto sterline. La cronaca descrive tale debito come la rovina del giovane. La consorte diede alla luce un figlio ogni anno, mentre Shepherd lavorava il meno possibile, affidando la propria sussistenza ai proventi del furto.
Esordì con alcune effrazioni a Oxford, per poi allontanarsi quando i sospetti si fecero troppo insistenti. Nell’Hertfordshire, dopo un secondo o terzo colpo, fu arrestato e condannato a morte. I familiari ottennero dapprima una sospensione e poi la grazia, nella speranza che il terrore della forca lo distogliesse dalle sue abitudini. L’ammonimento non sortì effetto alcuno. Shepherd tornò a rubare, sfuggendo una seconda volta a Tyburn grazie alla delazione contro due complici, Allen e Chambers. Eppure, non appena libero, riprese i vecchi traffici. La relazione lo mostra così oscillare costantemente tra la condanna e la grazia, e da questa a una nuova denuncia, senza che tali scampi provvisori arrestassero mai la sua parabola criminale.
Catturato un’ennesima volta, fu condotto dinanzi al colonnello Ellis e trattenuto con l’accusa di reato capitale. Shepherd offrì nuove rivelazioni a patto di essere ammesso come testimone della Corona. L’accordo fu ratificato; diversi imputati condannati all’Old Bailey sulla scorta delle sue deposizioni furono giustiziati a Tyburn, ove egli stesso non tardò a seguirli. A Newgate, a chi lo esortava a prepararsi alla morte, rispondeva d’aver già provveduto a ogni cosa ed era certissimo d’andare in Paradiso. Il cronista contrappone tale arrogante sicurezza alla gravità delle sue colpe, senza tuttavia tramandare altre parole sui suoi istanti finali.
Thomas Charnock aveva ricevuto un’educazione che la fonte descrive come eccellente e devota. I parenti lo avevano introdotto presso un commerciante di spicco. Desideroso di ben figurare in società, sottrasse denaro dalla cassa del padrone per sostenere un tenore di vita superiore alle proprie forze. Ottenne così di farsi notare, ma in un modo del tutto opposto a quello agognato. La cronaca non si sofferma sui dettagli della cattura né sul dibattimento processuale; annota soltanto che fu giustiziato insieme agli altri tre e lo distingue per le sue convinzioni religiose, reputate sobrie e ragionevoli. Tutti morirono sottomessi e compunti, secondo la formula conclusiva dell’estensore, che accorda a Charnock una menzione di particolare riguardo in tale giudizio.
Il medesimo palco riunì dunque individui le cui vicende non condividevano né l’ampiezza né l’origine. Trippuck aveva confidato nelle protezioni altolocate e respinto ogni addebito prima di piegarsi; Cane aveva visto svanire in fretta l’oro del mare e la speranza di un matrimonio; Shepherd aveva collezionato indulti senza mai recidere il vincolo con il crimine; Charnock aveva sacrificato la rispettabilità di un impiego mercantile alla vanità delle apparenze. La cronaca li congiunge sotto un’unica data e in un solo luogo, ma non ne confonde i destini. Il 29 gennaio 1719-1720 furono tutti giustiziati a Tyburn.
