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Giustizia e scandali · Inghilterra

Somerset, protettore e poi condannato

Edward Seymour, duca di Somerset, viene esautorato dalla carica di lord protettore, si riconcilia con Edoardo VI e finisce di nuovo sotto accusa per le trame dei suoi rivali. I pari lo assolvono dall’accusa di tradimento ma lo condannano per fellonia; Borrow ne tramanda l’esecuzione nel gennaio del 1552.

Edward Seymour, duca di Somerset e lord protettore durante la minore età di Edoardo VI, aveva governato con un’autorità tale da destare l’inquietudine di una parte del Consiglio. Aveva persino acconsentito a che il proprio fratello Thomas, lord grand’ammiraglio, fosse condannato mediante un bill of attainder. Nel racconto di George Borrow, quella decisione segnò il principio della sua stessa rovina: la morte dell’ammiraglio rese il protettore odioso al popolo e offrì ai suoi avversari un argomento d’accusa formidabile. Spezzato il vincolo fraterno, la contesa per reggere lo Stato in nome del giovane re proseguì orfana di uno dei suoi contendenti più potenti.

Gli oppositori di Somerset, riunitisi attorno al conte di Warwick, colsero l’opportunità per contestarne la condotta di governo. Il duca aveva fatto demolire una chiesa e due palazzi episcopali per erigere la propria dimora, Somerset House. L’atto suscitò pubblica indignazione, stando a Borrow, e si diffusero dicerie su ulteriori distruzioni imminenti. I suoi avversari gli imputavano inoltre di aver accentrato ogni potere nelle proprie mani, di aver intimidito i consiglieri e di aver piegato a proprio vantaggio le regole del regno. La contesa politica trovava così alimento tanto negli atti di governo quanto negli interessi personali e nelle dicerie abilmente orchestrate contro di lui.

La crisi divampò alla luce del sole quando Warwick ottenne il favore di diversi consiglieri e Somerset decise di ritirarsi dalla corte. Il lord protettore adunò uomini d’arme e fece piantonare le porte. Trasferì quindi il giovane re da Hampton Court a Windsor, protetto da una scorta che Borrow dipinge come un piccolo esercito. I pari radunati a Londra replicarono assicurandosi il controllo della Torre e rivolgendo un proclama ai sudditi, nel quale accusavano Somerset di malgoverno e ingiungevano di negargli ogni obbedienza. Il sovrano fanciullo si trovava stretto tra due fazioni, ciascuna delle quali proclamava di agire per la sua sola incolumità.

Missive perentorie giunsero a Windsor. I consiglieri accusarono formalmente Somerset al cospetto del re, insistendo sulla sua manifesta incapacità di governare. Il giovane Edoardo si lasciò persuadere. Il duca fu arrestato, condotto a Londra e rinchiuso nella Torre. Quella scena segnò il tramonto della sua prima stagione al potere. Gli vennero notificati diversi capi d’imputazione nei quali gli si contestava di aver oltrepassato le prerogative della carica di protettore, di aver estromesso i consiglieri, ostacolato la giustizia, alterato il conio della moneta, fomentato disordini attorno alle recinzioni delle terre comuni e armato i propri fautori con le dotazioni della corona. Le accuse investivano l’operato di governo non meno dell’uso arbitrario della forza.

Somerset non fu mandato a morte nell’immediato. Venne privato della carica di protettore, di quella di tesoriere e di maresciallo d’Inghilterra, oltre a perdere una parte considerevole del proprio patrimonio. Indirizzò al Consiglio lettere di sottomissione in cui riconosceva gli errori commessi, ascrivendoli a difetto di giudizio e non a malanimo, e rimettendosi alla clemenza del sovrano. Di lì a poco, Edoardo lo riammise a corte e lo reintegrò nel Consiglio privato. Un’alleanza matrimoniale tra la figlia del duca e il primogenito di Warwick parve suggellare il riavvicinamento. Ma la nuova parentela non valse a placare l’animo di Warwick.

L’anno seguente Warwick, creato duca di Northumberland, accusò Somerset di aver ordito la sua morte e quella del marchese di Northampton e del conte di Pembroke. Sir Thomas Palmer, uomo legato a Northumberland, sostenne che l’agguato avrebbe dovuto compiersi durante un banchetto o lungo la strada, approfittando della scorta ridotta dei lord. Riferì inoltre di armati pronti a insorgere e di presunti complici all’interno della Torre. Le cronache menzionano il segretario William Cecil, il quale riportò una conversazione in cui Somerset gli avrebbe confidato di temere macchinazioni contro la propria persona. Le accuse provenivano tutte da uomini dell’orbita di Warwick; il testo non le tratta certo alla stregua di testimonianze disinteressate.

Il duca fu tradotto nuovamente a Westminster per essere giudicato dai suoi pari. Il marchese di Winchester presiedeva l’assemblea in veste di gran siniscalco, affiancato da ventisette pari del regno. Somerset si dichiarò non colpevole e si rimise al giudizio dei suoi uguali. L’accusa era articolata in cinque capi: aver arruolato truppe nel nord; aver cospirato per sopprimere Northumberland; aver opposto resistenza all’arresto; aver fatto uccidere uomini d’arme; e aver tramato la morte dei lord della corte. Il processo doveva stabilire se tali condotte configurassero il delitto di alto tradimento o un reato comune.

La difesa non poté avvalersi dell’assistenza di un avvocato, sebbene il nodo giuridico fosse dei più intricati. I giuristi della corona sostenevano che la leva d’armi, l’intenzione di assassinare consiglieri reali e la resistenza agli ordini d’arresto integrassero il tradimento o quantomeno una colpa gravissima. Diversi pari, tuttavia, si rifiutarono di degradare ogni faida nobiliare a crimine di lesa maestà. Lo stesso Northumberland avrebbe dichiarato di non poter mai consentire a qualificare come tradimento un attentato diretto contro la propria persona. I pareri si divisero, dimostrando come il confine tra la ribellione contro il sovrano e lo scontro armato tra fazioni fosse assai meno netto di quanto l’accusa intendesse far credere.

La corte assolse Somerset dall’imputazione di tradimento, ma lo riconobbe colpevole di fellonia. La folla diede dapprima sfogo alla propria esultanza, per poi piombare in un silenzio atterrito quando comprese che la condanna capitale sarebbe stata comunque eseguita. Tale distinzione giuridica non era priva di significato: la giuria dei pari non aveva convalidato l’accusa più infamante. Borrow ricorda come molti ritenessero ingiusto che una condanna per fellonia, in assenza di un omicidio consumato, conducesse al patibolo un uomo così strettamente legato al re. Ma il verdetto politico restava saldamente nelle mani di chi controllava l’accesso al giovane monarca.

Il re fu circondato da consiglieri fidati e tenuto al riparo da ogni supplica in favore dello zio. I rivali di Somerset gli rammentarono che l’uomo non aveva esitato a mandare a morte il proprio fratello e che intendeva fare scempio dei primi nobili del regno. Stando a Borrow, le incombenze di governo e i divertimenti di corte distolsero Edoardo dalla sorte del duca. Assolto dal tradimento ma reo di fellonia, Somerset fu condannato alla decapitazione e giustiziato a Tower Hill il 22 gennaio 1552. Una folla numerosa ne pianse la fine; alcuni bagnarono i fazzoletti nel suo sangue per serbarne reliquia. Borrow arricchisce la scena con un presagio di vendetta: quando Northumberland fu a sua volta condotto prigioniero per le vie di Londra, una donna gli si parò innanzi sventolandogli contro un panno ancora intriso del sangue di Somerset, gridandogli in faccia la colpa di quella morte. Quel brandello di lino raccolto ai piedi del patibolo si era mutato in un’accusa che il vincitore caduto non poteva più mettere a tacere.

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Borrow colloca l'esecuzione al 24 gennaio 1552; il catalogo dei manoscritti della British Library data invece il discorso sul patibolo al 22 gennaio. La narrazione recepisce l'evidenza della fonte manoscritta, dando conto della discordanza cronologica.

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