Quando Francis Bacon scrisse ai pari d’Inghilterra definendosi «una canna spezzata», non intendeva più difendersi punto per punto. Riconosceva ormai che le accuse di corruzione, nell'insieme, erano fondate. Poche settimane prima, il Lord Cancelliere sedeva al centro di un’istituzione nella quale i contendenti speravano ancora di trovare giustizia. Ora la Camera dei Lord esigeva spiegazioni circa i doni ricevuti mentre le cause erano ancora aperte.
La prima relazione giunta ai Comuni ruotava attorno a una somma di cento sterline. Un certo Awbrey aveva una controversia pendente in Cancelleria; sfinito dalle lungaggini, aveva preso a prestito il denaro e si era recato a Gray’s Inn insieme a Sir George Hastings e a Mr. Jenkins. I due avevano rimesso la somma a Bacon. Uscendo, riferirono ad Awbrey che il cancelliere aveva gradito e gli aveva assicurato un esito favorevole. L'ordinanza finale, tuttavia, gli fu contraria. Hastings ammise di aver recapitato il denaro e di aver fatto presente che esso doveva giovare ad Awbrey. La promessa, ove mai fosse stata intesa nei termini sperati dal ricorrente, non era dunque bastata a comprare il giudizio desiderato.
La denuncia di Edward Egerton aggiunse un nuovo quadro e un importo ben più cospicuo. Dopo aver offerto a Bacon un pezzo di oreficeria valutato cinquantadue sterline, gli aveva inviato quattrocento sterline tramite Hastings e Sir Richard Young, proprio mentre una sua lite era ancora pendente. Gli fu riferito che il cancelliere aveva dapprima esitato, ritenendo il dono eccessivo, per poi accoglierlo a titolo di riconoscenza per antichi servigi. Egerton sostenne di aver udito che Bacon si sarebbe impegnato ad assisterlo nelle sue giuste pretese. I messaggeri confermarono il trasporto della borsa, pur dichiarando di ignorarne il contenuto.
La contesa di Egerton era già impigliata in una complessa trama di cauzioni, arbitrati e intermediari. Un precedente lodo di Bacon era stato impugnato; un vincolo di seimila marchi avrebbe dovuto obbligare le parti a rimettersi alla sua decisione. Davanti al rifiuto di Edward Egerton di sottomettersi al lodo, Sir Rowland aveva promosso un'azione per ottenerne la conferma. Un ecclesiastico, il dottor Field, avrebbe in seguito proposto a Egerton di avviare nuovi passi presso Bacon, dietro la promessa che una cospicua somma sarebbe stata distribuita tra coloro che avessero perorato la sua causa. Dinanzi alla commissione d’inchiesta, un intermediario ammise di non ricordare l’esatto ammontare, pur affermando che superava quanto qualunque affare potesse meritare dinanzi a chicchessia tribunale. Quelle cifre non descrivevano un semplice omaggio: costituivano una seconda procedura intessuta attorno alla prima.
Gli inquirenti convocarono Hastings. Stando alla sua testimonianza, così come riferita da Borrow, Bacon lo avrebbe fatto entrare da solo, chiedendogli di dissuadere Awbrey dal presentare una petizione, giacché sapeva quale ascendente egli avesse su di lui. Hastings mostrò il testo della rimostranza al cancelliere; questi promise di rendere giustizia, ma Awbrey non ottenne alcun rimedio. Quando più tardi Hastings lo avvertì che avrebbe dovuto assumersi la responsabilità dell’accaduto, Bacon replicò che sul proprio onore avrebbe negato ogni circostanza. Erano parole gravi, riferite per giunta da un uomo che aveva materialmente maneggiato il denaro: i Comuni dovevano vagliare al contempo i regali del cancelliere e l’attendibilità dei mediatori che se ne erano fatti latori.
Le due istanze iniziali non rimasero isolate. Riguardo a Lady Wharton, un cancelliere dell’ufficio narrò che la nobildonna lo aveva condotto in carrozza presso Bacon per far differire la registrazione di un provvedimento che avrebbe estinto le sue pretese. In seguito ella ottenne udienza e un decreto a lei favorevole. Un altro testimone asserì che la dama aveva consegnato cento sterline in una borsa da lei stessa confezionata, e altre duecento prima che il decreto fosse redatto in forma definitiva. Borrow riporta un motto attribuito a Bacon sull’impossibilità di rifiutare l’opera di una sì bella signora; nella cronaca, la galanteria non dissolve la gravità della conseguenza allegata: il denaro aveva preceduto la sentenza.
Emersero poi i nomi di Sir John Trevor, di altri litiganti e di persone ricorrenti negli atti. Cancellieri e servitori testimoniarono di omaggi per centinaia di sterline, argenterie, uno stipo d’ebano, mobili, prestiti infruttiferi e somme versate a decisioni già emanate. In seguito Bacon avrebbe cercato di distinguere tra quanto riteneva di aver percepito a causa chiusa, ciò che definiva mero mutuo e ciò che riconosceva di aver accettato a lite pendente. Tale distinzione poteva forse valere per la sua difesa personale; non risanava tuttavia la reputazione di una corte in cui i contendenti si domandavano se un dono sarebbe stato inteso quale segno di gratitudine o come il prezzo dell’udienza.
Il 19 marzo, quando i Lord affrontarono la questione, Bacon scrisse di essere troppo infermo per assistere ai dibattiti. Chiese che i pari mantenessero un benevolo giudizio su di lui fino all’esposizione dei capi d’accusa, che gli fosse accordato il tempo necessario per consultare un legale e rispondere, e che gli fosse concesso di controinterrogare i testimoni. Ricordò inoltre l’ingente numero di provvedimenti emessi ogni anno e il pericolo che la mera moltiplicazione delle doglianze bastasse a condannarlo. La Camera replicò che avrebbe seguito le forme della giustizia e lo invitò a predisporre la propria difesa.
Il 24 aprile il principe rimise ai Lord un atto di sottomissione di Bacon. Egli affermava di ravvisare negli articoli a lui notificati elementi sufficienti per rinunciare alla difesa e rimettersi al giudizio della Camera. Evitava tuttavia di confessare alcuno specifico episodio di corruzione; non precisava in che modo avesse preso contezza delle singole accuse e sembrava anzi attenuarne la portata. I Lord ritennero la confessione insufficiente. Il giorno seguente pretesero una risposta inequivocabile: intendeva difendersi o confessare?
Bacon scelse di confessare, pur con una riserva. Avrebbe risposto a ciascun capo d'accusa, spiegò, ma desiderava poter correggere quei punti in cui la querela oltrepassava i fatti reali. I pari gli concessero tempo fino al 30 aprile. Nella sua memoria analitica, Bacon riconobbe di aver ricevuto doni da soggetti con cause pendenti, in particolare nelle vertenze Egerton, Wharton, Trevor, Fisher e Hansby. Ammise altresì i regali accettati dopo le sentenze e vari prestiti senza interesse, pur seguitando a sostenere che taluni oggetti erano stati sopravvalutati o che certe somme costituivano effettivi prestiti. Confessò la propria colpa per le concussioni perpetrate dai suoi servitori, che non aveva saputo sorvegliare. Riconobbe infine che, quand'anche si fosse considerata la sola sua versione dei fatti, restavano provate una grave corruzione e una colpevole negligenza.
Una delegazione di pari si recò da lui per chiedergli se riconoscesse quella sottomissione come propria e se intendesse confermarla. Rispose che essa rappresentava il suo atto, la sua mano e il suo cuore, tornando a paragonarsi a una canna spezzata. La Camera vide in quelle parole la rinuncia definitiva a ogni difesa. Il 1° maggio il re fece togliere il Gran Sigillo per affidarlo a un altro magistrato. Il 3 maggio i Comuni chiesero ai Lord la condanna dell’ex cancelliere. Bacon, costretto a letto dalla malattia, non comparve di persona.
La condanna fu severissima: quarantamila sterline di ammenda, la prigionia nella Torre a discrezione del sovrano, l'interdizione perpetua dai pubblici uffici e dal Parlamento, e il bando dalla corte. Giacomo I lo fece scarcerare poco dopo concedendogli una pensione. Un successivo atto di clemenza estinse le incapacità giuridiche e le altre pene. Bacon non tornò tuttavia a sedere tra i pari; glielo impedirono gli acciacchi dell'età e della salute, e si spense nel 1626. Awbrey aveva dovuto chiedere un prestito per raccogliere le cento sterline recate al cancelliere. Il verdetto gli era stato comunque contrario. In quella prima doglianza si celava già tutta l'amarezza del cittadino dinanzi al magistrato: aver pagato nell'illusione di ottenere una giustizia che non avrebbe dovuto comprare, e dover poi denunciare il proprio esborso per riuscire, finalmente, a farsi ascoltare.
