Pierre Barrière non aveva colpito. Quando lo arrestarono a Melun, nell'agosto del 1593, Enrico IV era vivo e il coltello non recava traccia di sangue reale. Ciò che avrebbe condotto quell'uomo al supplizio della ruota era ancora soltanto un disegno, ma un disegno le cui confidenze avevano viaggiato più veloci dei suoi passi. Aveva cercato presso alcuni religiosi una rassicurazione per la propria coscienza; uno di loro aveva scelto di salvare il re.
La corte non sapeva soltanto che incombeva un pericolo: disponeva di una precisa descrizione dell'uomo. Tra una conversazione avvenuta a Lione e un arresto a Melun, certe parole avevano trovato il proprio messaggero, e poi il proprio destinatario. La vicenda di Barrière principia in questa trama sotterranea, ben lontana dall'iconografia di un monarca colto alla sprovvista nel mezzo di una strada. Questa volta, l'allarme era giunto prima della lama.
Un re cattolico, nemici cattolici
Enrico IV aveva appena abiurato il protestantesimo a Saint-Denis, sperando di sottrarre agli avversari l'ostacolo confessionale che opponevano al suo riconoscimento. Nondimeno, la conversione non bastò a ridurre al silenzio tutti i leghisti: chi aveva denunciato il re eretico poteva adesso denunciare un convertito insincero. Mutare religione non era sufficiente a mutare le fedeltà, le ambizioni o le alleanze di coloro che gli contendevano il trono.
Parigi non gli apparteneva ancora. La guerra civile aveva avvezzato gli uomini a scorgere nell'avversario un nemico di Dio; taluni sermoni dipingevano la sua soppressione come un'opera pia a vantaggio della fede. Non si discuteva più soltanto dei diritti di un principe: si pretendeva di soppesare la sua salvezza eterna e quella di quanti lo combattevano. Era un linguaggio micidiale per un animo risoluto a tradurre un convincimento in azione.
Barrière, già barcaiolo e poi soldato, apparteneva a quel novero di uomini comuni di cui la storia tramanda per lo più soltanto il mestiere e il transito sotto una bandiera. Veniva da Orléans. La sua esistenza precedente rimane assai meno visibile delle accuse scaturite dalla sua ultima impresa. Nel momento in cui fa il suo ingresso nelle carte d'archivio, egli vuole uccidere Enrico IV e cerca interlocutori capaci di conferire a tale volontà la dignità di un dovere.
Il percorso è rivelatore: egli non si appaga di covare un odio segreto. Ne parla, lo sottopone al giudizio altrui, chiede consiglio. L'omicidio premeditato passa attraverso colloqui da cui egli attende un'autorizzazione spirituale. Dove un altro avrebbe fatto di tutto per celare il proprio disegno, egli pare volerlo sottoporre all'approvazione di uomini che ritiene capaci di risponderne dinanzi a Dio.
Il rifiuto di Banchi
A Lione, il domenicano Serafino Banchi viene a conoscenza del piano e si adopera per dissuadere Barrière. Questi non si lascia piegare; il religioso decide allora di avvertire il re. Le cronache dell'epoca attribuiscono il ruolo di tramite a un certo Brancaleone, incaricato di recare l'allarme e i connotati necessari per riconoscere il viandante. Il futuro reo prosegue il cammino, ma la sua descrizione lo precede.
L'esatta natura di quella confidenza avrebbe suscitato un'ulteriore disputa. Sully, e dopo di lui altri autori, la ricondussero al segreto della confessione. Banchi contestò fermamente tale versione: il punto non era secondario per il religioso, giacché sventare un assassinio non significava ammettere di aver violato il sigillo sacramentale. Molto tempo dopo la morte di Barrière si sarebbe ancora discusso del canale attraverso il quale quell'intenzione fosse divenuta nota.
Ciò che resta al centro dell'episodio è il rifiuto di un uomo di Chiesa di concedere al delitto la benedizione invocata. Il medesimo orizzonte religioso in cui Barrière cercava incoraggiamento aveva generato l'avvertimento che lo avrebbe perduto. Lo spartiacque non opponeva semplicemente una fazione credente a una che non lo fosse: correva piuttosto tra coloro che ammettevano l'assassinio politico e coloro che lo respingevano.
A Melun, Barrière fu riconosciuto e catturato. Aveva un'arma, aveva manifestato il proprio intento, era giunto nelle immediate vicinanze del re: elementi che conferivano al proposito una consistenza materiale che il mero sospetto non avrebbe mai avuto. L'impresa era spezzata. Restava da vedere in che modo la giustizia avrebbe qualificato un atto fermato prima di aver raggiunto la vittima, e quali altri nomi il prigioniero avrebbe trascinato con sé.
I nomi pronunciati
A giudicarlo fu una commissione di dieci giuristi. Gli interrogatori mirarono a individuare chi ne avesse alimentato il proposito. Barrière fece segnatamente i nomi di Christophe Aubry, curato di Saint-André-des-Arts, e del gesuita Varade. Nella relazione dell'epoca confluita nelle Memorie della Lega, Aubry lo avrebbe indirizzato a Varade, e quest'ultimo lo avrebbe confermato nel disegno, promettendogli, qualora fosse morto nell'azione, la ricompensa del martirio.
Quella presunta promessa conferiva agli atti giudiziari una formidabile portata politica. Non si trattava più soltanto di un soldato munito di coltello, bensì di un'accusa diretta contro chi gli avrebbe fornito le parole atte a scioglierlo dal divieto di uccidere. I nomi di quegli ecclesiastici entravano di peso in una contesa ben più vasta intorno all'autorità monarchica e alle dottrine ritenute eversive per la Corona.
Le dichiarazioni furono estorte nell'ambito di una procedura che prevedeva la tortura. Si tratta di capi d'accusa storici, di cui i memorialisti regi e gli avversari dei gesuiti si impadronirono con sollecitudine; essi non consentono, di per sé, di ricostruire con certezza i colloqui per come effettivamente si svolsero. Il ruolo innegabile di Banchi nell'avvertimento e le esortazioni imputate agli altri non possiedono il medesimo valore probatorio: confonderli significherebbe cancellare quanto questa vicenda conservi di irrisolto persino nelle sue testimonianze.
I magistrati condannarono Barrière alla ruota. Fu suppliziato a Melun sul finire dell'agosto 1593. L'atroce supplizio rispondeva all'attentato progettato contro la persona del sovrano: doveva esibire pubblicamente il prezzo di un'azione delittuosa rimasta incompiuta. Enrico IV non aveva subito alcuna ferita; il suo attentatore non sopravvisse al destino di cui si era creduto investito.
Un precedente che si ripete
La questione non si spense con lui. Quando Jean Châtel aggredì Enrico IV nel dicembre del 1594, ferendolo alle labbra, le accuse emerse nel processo Barrière tornarono prepotentemente a galla. La cronaca del primo attentato serviva a gettar luce sul secondo, ma valeva altresì a giustificare i provvedimenti di bando decretati contro i gesuiti. Un coltello sequestrato prima dell'affondo diventava così un tassello nella storia di un altro pugnale che, questa volta, aveva trovato il proprio bersaglio.
Nel frattempo, Enrico IV aveva fatto il suo ingresso a Parigi. Il regno proseguiva il suo faticoso cammino verso la pacificazione, senza che tale conquista politica dissipasse i pericoli per l'incolumità del monarca. Barrière aveva fallito perché la sua ingenua confidenza si era scontrata con un rifiuto. In una vicenda in cui troppe parole pretendevano di promettere il cielo, la più provvidenziale era stata quella che si era limitata ad avvisare i vivi.
