La polizia aveva arrestato uno dei congiurati prima che le bombe esplodessero. È un dettaglio che appartiene a quelle storie in cui il caso, dopo aver indicato la porta giusta, dimentica di consegnare la chiave. Il 14 gennaio 1858, nei pressi dell’Opéra di rue Le Peletier, un funzionario riconobbe Pieri, un italiano colpito da decreto di espulsione dalla Francia. Fu fermato. Ancora pochi minuti, e la catastrofe avrebbe conferito a quell’incontro un significato ben altrimenti grave.
Napoleone III e l’imperatrice Eugenia stavano giungendo a teatro. Tre deflagrazioni investirono i dintorni della loro carrozza. In quella strada gremita dall’attesa del corteo, i proiettili non avevano bisogno di distinguere i ranghi: guardie, passanti e spettatori si trovarono nella medesima traiettoria. I vetri andarono in frantumi, i feriti caddero al suolo. La coppia imperiale ne uscì illesa; diverse persone morirono e oltre un centinaio rimasero straziate. Un attentato concepito per colpire un sovrano aveva distribuito i suoi colpi tra coloro che erano venuti soltanto a guardarlo.
Lo stesso Orsini era ferito. La distruzione che aveva meticolosamente preparato non aveva risparmiato il suo artefice. Ma né la ferita né il tumulto del luogo gli permisero di sparire a lungo. L’uomo che i documenti presentavano sotto un’identità britannica avrebbe ritrovato dinanzi alla giustizia francese il suo vero nome italiano: Felice Orsini, cospiratore, militante dell’indipendenza del suo paese, accusato di aver voluto aprire a tale causa una via lastricata con il regicidio dell’imperatore.
I viaggiatori di gennaio
L’istruttoria riunì quattro uomini: Orsini, Pieri, Carlo di Rudio e Antonio Gomez. I loro itinerari risalivano verso l’Inghilterra, dove molti di loro vivevano in esilio. Le stanze d’affitto, i passaporti, i trasferimenti da una città all’altra disegnavano una geografia meno spettacolare di quella dell’attentato, ma ben più preziosa per i magistrati. Bisognava saldare i propositi ai preparativi, e poi i preparativi agli atti compiuti davanti all’Opéra.
Al processo, i testimoni sfilarono per ricollocare ciascuno un frammento di quel viaggio. Una donna incontrata a Bruxelles, Rosine Hartmann, riferì un colloquio avuto con Pieri. Certe frasi sui rischi cui andava incontro assumevano a posteriori una luce sinistra. Pieri ne contestò la portata. Ciò che la pubblica accusa presentava come la lucida consapevolezza di un disegno mortale, l’imputato cercava di ricondurlo a semplici noie di passaporti o di soggiorno. Parole scambiate in una camera d’albergo, a lungo prive di qualsiasi risonanza pubblica, diventavano a Parigi i tasselli di un’imputazione capitale.
I giorni di gennaio vennero passati al setaccio uno a uno. Gli arrivi a Parigi, gli abboccamenti e gli apprestamenti avevano fatto convergere uomini che non si trovavano lì per i piaceri della stagione mondana. Il complotto disponeva di appoggi all’estero; Bernard, rimasto fuori dai confini francesi, affiorava dagli atti senza tuttavia sedere sul banco degli imputati accanto agli altri quattro. Non occorreva trasformare l’intera comunità degli esuli italiani in cospiratori per constatare che quella specifica impresa aveva varcato più frontiere.
Pieri, arrestato prima degli scoppi, poteva sostenere di non aver lanciato alcun ordigno. Ciò non toglieva peso alla questione del suo concorso nella preparazione materiale. Per gli altri, il dibattimento si spinse fino a ricostruire la ripartizione dei gesti. Orsini affermò che un italiano sconosciuto aveva scagliato uno dei proiettili. Il procuratore generale oppose a tale versione la rigida concatenazione degli incontri e l’assoluta assenza di questo personaggio misterioso nel momento in cui i congiurati avevano preso posizione. L’ignoto compariva a puntino nel racconto dell’imputato; l’accusa rifiutava categoricamente di fargli spazio nella realtà dei fatti.
L’Italia nell’aula di giustizia
Le udienze del 25 e 26 febbraio non furono una mera disamina di itinerari e deposizioni. L’Italia fece il suo ingresso nell’aula insieme a Orsini. L’indipendenza nazionale era la causa proclamata, e l’intervento militare francese del 1849 contro la Repubblica Romana costituiva il fulcro del suo risentimento politico. Egli imputava a Napoleone III una responsabilità personale nel fallimento di una speranza cui aveva consacrato l’intera esistenza.
Per l’accusa, tale movente non attenuava alcunché. Il procuratore generale respinse la pretesa di un singolo di disporre della vita altrui in nome della futura felicità dei popoli. Se ognuno traesse dalle proprie convinzioni il diritto di uccidere — domandava nella sostanza —, quale sicurezza rimarrebbe a chicchessia? La sua requisitoria esaltava al contempo il sovrano scampato alla morte e la saldezza delle istituzioni. Sotto l’eloquenza d’ufficio, tuttavia, un’obiezione resisteva a ogni contingenza politica: le vittime cadute sul selciato non avevano acconsentito ad alcun sacrificio per l’Italia.
Jules Favre assunse la difesa di Orsini. Non potendo cancellare i morti, non tentò nemmeno di declassare la strage a una fatalità. Si adoperò piuttosto a distinguere il proprio assistito da chi agisce per brama di lucro o volgare ambizione. Rievocò la dedizione familiare alla causa italiana, le lotte, le cocenti sconfitte; domandò ai giudici di comprendere quella fatale esaltazione prima di colpire l’uomo che vi aveva ceduto. E comprendere, in quell’aula, non era già più una concessione di poco conto.
L’avvocato diede poi lettura di una lettera scritta dal carcere di Mazas l’11 febbraio. Orsini si rivolgeva direttamente all’imperatore di cui aveva cercato la morte. Non implorava per sé la vita: lo scongiurava di rendere l’Italia indipendente. Evocava gli italiani che avevano combattuto sotto le insegne di Napoleone I e legava la quiete dell’Europa al riscatto della propria patria. La missiva rovesciava così il rapporto tra i due uomini. Colui che Orsini aveva designato come il tiranno da abbattere veniva ora invocato nelle vesti di liberatore.
Quel gesto non aveva i tratti di una facile riconciliazione. Le mura della prigione separavano l’autore dal suo destino; l’imperatore conservava intatta la facoltà di concedere la grazia e di governare la politica estera. A Orsini non restava che la voce, affidata al difensore, per tentare un ultimo intervento nelle sorti del mondo. L’Italia rimaneva la sua sola, estrema interlocutrice, perfino mentre scriveva a Parigi.
Due nomi alla Roquette
Il verdetto condannò a morte Orsini, Pieri e di Rudio. A Gomez, cui vennero concesse le attenuanti, toccarono i lavori forzati a vita. I tre condannati alla pena capitale ricorsero in cassazione; la Suprema Corte esaminò l’istanza a marzo. La procedura continuava a vagliare le singole posizioni là dove l’indignazione dell’opinione pubblica avrebbe volentieri accomunato tutti sotto una medesima condanna senza appello.
Di Rudio ottenne infine la commutazione della pena. Orsini e Pieri furono ghigliottinati il 13 marzo 1858 in piazza della Roquette. Per loro la vicenda si chiudeva sul patibolo; per l’Impero si apriva una stagione di più dura repressione, mentre la questione italiana proseguiva il suo lavorio nelle cancellerie diplomatiche. Le bombe non avevano ucciso Napoleone III, né avevano recato nell’immediato una patria unita agli italiani.
Rimasero le lettere, gli atti processuali e ben presto le stampe dell’attentato. In quelle incisioni, lo sguardo è fatalmente attratto dalla berlina imperiale. Attorno, le sagome a terra occupano uno spazio marginale. È lì, tuttavia, che il disegno di Orsini aveva incontrato la sua realtà più tragica e irrefutabile: su una strada dove sconosciuti avevano pagato con la carne e con il sangue un verdetto pronunciato in nome di un popolo.
