Alle undici la Corte d’assise dell’Ariège aprì l’udienza. Il presidente Regert non dispose il dibattimento a porte chiuse. Si limitò ad avvertire gli astanti che la natura degli argomenti rendeva sconveniente la presenza dei fanciulli, invitandoli ad abbandonare l’aula. La «Gazette des Tribunaux» riferisce che una folla fitta vi si accalcava già. Era accorsa per ascoltare la vicenda di due sorelle, Maria e Isabelle Pujade, e di Anne Dejean, vedova Darnaud, perseguite per due gravidanze interrotte a pochi giorni di distanza l’una dall’altra.
L’atto d’accusa accomunava le tre donne nel medesimo procedimento, ma i fatti loro ascritti non erano identici. Maria Pujade, ventitré anni, sarebbe stata aiutata ai primi di giugno. Isabelle, la sorella ventenne, avrebbe sollecitato il medesimo soccorso alla fine di maggio. In aula, la Darnaud negò di aver procurato i due aborti; quanto a Isabelle, sostenne di avere semplicemente assistito a un parto prematuro spontaneo.
La ricostruzione della pubblica accusa principiava dinanzi a una porta serrata. Il 2 giugno, verso le otto di sera, una persona a conoscenza dello stato di Maria si sarebbe presentata all’abitazione delle Pujade, vedendosi respinta. Poco dopo, la vedova Darnaud sarebbe invece stata fatta entrare. Quella visita destò i sospetti della prima persona, che ne parlò a una vicina. L’indomani, un medico inviato dalla procura trovò Maria a letto. La perizia concluse per un parto prematuro recente; una perquisizione portò alla luce, nella cantina, i resti che gli inquirenti misero in relazione con l’accaduto. Il medico ritenne che fosse stata praticata una puntura.
In un primo momento Maria aveva parlato di un aborto spontaneo. Stando all’accusa, finì poi per ammettere di aver voluto interrompere la gravidanza, pur senza fare il nome della Darnaud. Avrebbe serbato il silenzio dopo averle promesso di non denunciarla. Poiché il perito giudicava inverosimile che la giovane avesse potuto compiere da sola l’atto descritto, e unendosi a ciò le prime dichiarazioni rese da Isabelle, Maria offrì in seguito una diversa versione.
Davanti ai giudici ammise che la gravidanza era nota al suo amante, un ufficiale della guarnigione. Precisò che la loro relazione era cessata il 28 aprile, allorché la zia, avvertita dalla Darnaud, l’aveva sorpresa nella camera del militare, locatario della vedova. Durante i giorni in cui Maria vi soggiornava, la Darnaud le avrebbe preparato i pasti; dopo quella scoperta, la ragazza non vi aveva più messo piede. Asserì che l’uomo le aveva raccomandato di non fare «sciocchezze», ma negò che l’avesse incalzata per sbarazzarsi del nascituro. Riferì inoltre che Antoinette Cancel, alla quale si era confidata, aveva accennato a certi rimedi domandando denaro per indicarli. La Cancel, sentita più tardi come testimone, protestò contro tale addebito.
Maria attribuì alla Darnaud il seguito degli eventi. Dichiarò che la vedova le aveva somministrato una tisana, mostrandole poi un altro metodo. Dopo vari tentativi infruttuosi e dolorosi, raccontò, la Darnaud si era recata a casa sua il primo giugno e aveva eseguito l’intervento. Maria collocò l’espulsione al mattino seguente. Spiegò altresì le ragioni per cui aveva inizialmente coperto la vedova: costei le aveva supplicate di non denunciarla e si era nascosta all’arrivo dei magistrati. Durante l’interrogatorio, la Darnaud riconobbe d’altronde di aver dapprima negato la propria visita della sera del 2 giugno, per poi ammetterla quando più persone ne ebbero attestato la presenza. Disse di averlo fatto per timore di un equivoco.
La difesa della Darnaud opponeva a questa versione il dubbio, il risentimento e una dinamica affatto diversa. La vedova ammetteva di conoscere la condizione delle due giovani, ma negava di aver fornito loro l’erba o di aver eseguito una qualsiasi operazione. Sosteneva che l’intera città sapesse delle loro gravidanze. Respingeva l’accusa di Maria liquidandola come una vendetta, per aver ella contribuito a troncare la tresca con l’ufficiale. Quanto a Isabelle, adduceva una circostanza differente: avrebbe assistito a una semplice interruzione naturale, mentre la zia, Cadette Pujade, avrebbe raccolto il corpicino disponendone la sepoltura in una vigna di famiglia.
Isabelle, dal canto suo, confermò l’accusa. Raccontò di aver ingerito un infuso di ruta e di aver quindi acconsentito all’intervento della Darnaud il 26 maggio. Collocò l’espulsione alla sera successiva e dichiarò che la vedova aveva portato via il contenuto di un vaso da notte, recando poi lenzuola e una camicia affinché i familiari non si avvedessero di nulla. La Darnaud negò; ribadì che Isabelle aveva avuto un aborto spontaneo e che Cadette Pujade aveva preso il feto per seppellirlo nella vigna.
Chiamata a deporre, Cadette negò di aver assistito al parto. Ammise che la Darnaud l’aveva chiamata il 26 maggio. Era salita a metà della scala; saputo che Isabelle era indisposta, aveva replicato: «Se è malata, che guarisca». Quindi era andata a dormire, lasciando la Darnaud nella camera delle nipoti. Disse di non aver visto nulla. La Darnaud le obiettò di essere invece entrata nella stanza; interrogata nuovamente, Cadette precisò di essere giunta in cima alla scala e di aver scorto Isabelle seduta su una sedia. Negò di aver soccorso la nipote nella stanza e accusò la Darnaud di aver portato via il feto dicendo che la cosa riguardava solo lei. La Darnaud replicò che entrambe avevano accudito la giovane e che Cadette era uscita a comprare della carne per preparare un brodo. «È falso», ribatté la zia.
Un giurato domandò se fosse possibile verificare quell’acquisto. La Darnaud fece il nome della macellaia, la vedova Fournier, in piazza Saint-Volusien; il presidente la fece citare. La Fournier non ricordava di aver venduto carne a Cadette la mattina del 27 maggio e precisò di non avergliene mai data per diciotto soldi: la spesa abituale della zia non superava mai i trenta o quaranta centesimi.
Gli altri testimoni non dissiparono le incertezze. L’ufficiale legato a Isabelle ammise di averle procurato una boccetta di assenzio, ma negò recisamente di avergliela indicata come espediente per interrompere la gestazione. L’amante di Maria confermò di essere stato al corrente della gravidanza e di averla esortata, come da verbale, a non fare sciocchezze; non seppe tuttavia fornire lumi alla Corte sui fatti contestati. Antoinette Cancel negò di aver mai consigliato le due giovani o di aver proposto loro alcun aiuto.
Le udienze si protrassero fino a tarda ora. Alle cinque il procuratore Salvagnac sostenne l’accusa. Ritenne colpevoli tutte e tre le imputate e chiese al giurì di negare le attenuanti alla vedova Darnaud. Terminata la requisitoria, la seduta fu sospesa per poi riprendere alle otto, dinanzi a una folla talmente fitta che un picchetto di fanteria dovette contenere i curiosi all’ingresso del Palazzo.
L’avvocato Laborde assunse la difesa delle sorelle. Lungi dal negare le loro confessioni, le dipinse come vittime della Darnaud. L’avvocato Joffrès perorò la causa della vedova; stando alla cronaca, batté sull’assoluta mancanza di interesse della propria assistita e sul rancore nutrito dalle due sorelle, sostenendo che il giurì non potesse emettere condanna sulla scorta delle accuse calcolate di due coimputate.
A mezzanotte il presidente riassunse i dibattiti. La giuria si ritirò all’una per fare ritorno alle due e mezza. La «Gazette» descrive un’aula ancora gremita e un silenzio teso nel momento in cui il capo dei giurati diede lettura dell’esito. Il verdetto rispose affermativamente a tutti i quesiti. A tutte e tre le imputate vennero concesse le attenuanti. La Corte condannò Maria e Isabelle Pujade a un anno di reclusione ciascuna, e la vedova Darnaud a quattro anni. Il resoconto aggiunge che la Darnaud propose ricorso per cassazione, omettendo tuttavia di riferirne l’esito.
