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Giustizia e scandali · Italia

Tre giuli per Gio Batta

Roma, 1515: l’ultima mattina immaginaria di un servitore di cui i registri contabili conservano soltanto il nome di battesimo.

Gio Batta si svegliò perché gli chiedevano di restituire la coperta. Trovò la pretesa tanto ragionevole che cominciò col domandare scusa. La lana era rimasta impigliata sotto la spalla; dovette sollevarsi, tirare, scuotere un poco la polvere. La guardia prese l’involto senza guardare chi glielo porgeva. Una coperta sarebbe servita ancora. In quella stanza, era l’oggetto che possedeva il maggior avvenire.

Gio Batta chiese dell’acqua. Gliene portarono in una ciotola incrinata, di cui asciugò l’orlo con la manica prima di bere. Il gesto lo sorprese. Dalla vigilia credeva di aver rinunciato alle piccole precauzioni; il corpo, invece, le serbava ancora. Trattenne persino, sotto la lingua, un sorso fresco che inghiottì a rilento. Nel corridoio alcuni uomini parlavano di una chiave smarrita. La porta restava aperta, ma uno di loro vi stazionava davanti. Si poteva perdere una chiave; sul prigioniero, invece, si vegliava.

Aveva trascorso l’esistenza a ricevere comandi brevi. Porta su questo, prendi quello, aspetta, ritorna. Nelle case in cui era stato a servizio, il suo nome si pronunciava più spesso di quello dei padroni, ma solo per farlo uscire da una stanza. Al mattino riconosceva l’umore della gente dal modo in cui spingeva le scarpe sotto il letto. La scarpa scagliata lontano prometteva rimproveri; quella allineata con cura esigeva una giornata senza fallo. Sapeva riconoscere tali segni. Oggi nessuno aveva lasciato calzature da raccogliere.

La guardia gli disse di infilare le proprie. Mancava una stringa. Gio Batta si chinò, tentò di annodare i due capi troppo corti, poi si arrestò con un moto di stizza improvviso. Non voleva andare scalzo. Non era vanità; aveva portato quelle scarpe con ogni sorta di tempo, le aveva unte, fatte risuolare, lasciate asciugare lontano dal fuoco affinché il cuoio non indurisse. Gli appartenevano. Il pensiero che l’ultimo cammino potesse togliergliele prima di ogni altra cosa gli parve intollerabile.

— Datemi un pezzo di spago.

L’uomo esitò, come se la richiesta celasse un’insidia. Poi frugò nella tasca ed estrasse una cordicella. Era troppo spessa per l’occhiello. La fese con l’unghia, ne staccò un trefolo. Gio Batta lo guardava lavorare. Quei pochi secondi li tennero occupati insieme; la guardia aveva finalmente qualcosa da dargli che non fosse né una consegna né una scadenza. Il nodo resse. Gio Batta posò il piede a terra, provò la scarpa e si rialzò.

In una stanza adiacente lo attendeva un uomo abbigliato per accompagnare i condannati. Parlava a bassa voce. Gio Batta lo ascoltò, ma le parole gli giungevano a frammenti; tratteneva una sillaba, perdeva la successiva, si adombrava di non intendere una frase tanto semplice. L’altro credette doveroso ricominciare da capo. Allora Gio Batta chiese che non gli si parlasse più per qualche istante. Tale permesso gli fu accordato. Fissò l’attenzione su una crepa nel muro. Saliva sbieca, s’interrompeva sotto una macchia, riprendeva più in alto. Cercò di scorgere fin dove arrivasse.

Quando uscirono all’aperto, la luce gli fece serrare gli occhi. Roma era già al lavoro. Una ruota urtò un sasso, un bottegaio sollevò la tenda, una donna ritirò la cesta posata davanti all’uscio. Degli sguardi seguirono il piccolo corteo. Gio Batta avrebbe voluto sapere cosa vedesse ciascuno: un nome, una colpa, uno spettacolo, un uomo che l’indomani non si sarebbe più riconosciuto. Scorse soprattutto mani. Alcune continuavano la propria fatica; altre avevano sospeso il moto. Un garzone reggeva una mela addentata, senza portarla alla bocca.

La strada saliva. Al primo sforzo, il piede gli scivolò nella scarpa male affardellata. Accorciò il passo. Colui che camminava al suo fianco regolò il proprio su quella lentezza, e Gio Batta gliene fu grato senza poterlo dire. Si era immaginato che l’avrebbero spinto. Quasi avrebbe preferito la brutalità: essa avrebbe conferito una forma alla sua paura, un uomo contro cui irrigidirsi. Quella premura nel lasciarlo camminare gli faceva sentire che tutto era irrevocabilmente deciso. Ormai ci si poteva mostrare pazienti.

Una volta si fermò. Non fu per implorare né per fare resistenza. Tra due case aveva scorto un terrazzino dove asciugavano i panni. Una camicia, gonfiata dal vento, si svuotava per poi gonfiarsi ancora. In una delle dimore in cui aveva servito, i giorni di bucato costringevano a salire l’acqua per una scala stretta; aveva odiato quella scala, i secchi che battevano, il rimprovero mosso per poche gocce cadute sui gradini. Avrebbe voluto salirla di nuovo. Quel lavoro che lo aveva tanto sfibrato gli appariva ora per intero, fatica inclusa, come una giornata mirabile.

Gli toccarono il braccio. Riprese il cammino. Il terrazzino svanì.

In Campidoglio l’attesa aveva ancora il suo spazio. Occorreva farsi largo, far arretrare i curiosi, ottenere che un tale, occupato in tutt’altre faccende, cessasse di reclamare a sproposito. Gio Batta rimase immobile. Aveva temuto di essere ridotto a una cosa; scopriva che persino una cosa avrebbe dovuto attendere il proprio turno. Uno scrivano lo guardò, consultò le carte che teneva in mano, poi pronunciò il suo nome. Gio Batta rispose. Quella risposta non mutò nulla. Certificava soltanto che era giunto a destinazione.

Il boia si avvicinò. Gio Batta aveva preparato parole d’ingiuria contro quell’uomo; davanti a lui, non le ritrovò. Quel volto non serbava nulla della figura inventata durante la notte. Era attento alla propria incombenza, preoccupato dello spazio, infastidito da chi intralciava. Gio Batta gli domandò cosa dovesse fare. L’abitudine al servire era tornata, più antica del terrore. L’altro gli indicò dove porsi. Obbedì, poi levò il capo un’ultima volta, non per guardare la folla, ma per cercare uno scorcio di cielo tra gli edifici.

Il suo compagno riprese la preghiera interrotta. Questa volta Gio Batta ne seguì alcune parole. Non le concluse. La decapitazione pose fine a quel breve sforzo così come pose fine al suono del suo respiro, al dolore del piede e ai giorni che avrebbe desiderato ricominciare. Attorno a lui, gli uomini tornarono all’istante alle loro occupazioni. Bisognava sgomberare la piazza. Il garzone con la mela, se aveva seguito il corteo, poteva ormai rincasare.

D’una vita di servitore, la contabilità romana conservò una spesa. Sotto la data del 13 luglio 1515, il boia ricevette tre giuli per aver mozzato la testa a Gio Batta. Secoli più tardi, Rodocanachi avrebbe rinvenuto questa menzione tra i registri del Campidoglio. Il registro non indugiava sul percorso né sulle ore d’attesa. Restano il nome di battesimo, la condizione di domestico e il compenso. Colui che tante volte aveva risposto alla chiamata aveva lasciato traccia bastante affinché si saldasse il conto della sua esecuzione.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

E. Rodocanachi cita in The Roman Capitol la mercede di tre giuli versata al carnefice per la decapitazione del domestico Gio Batta. La data riportata è quella della registrazione contabile. Il documento tace il motivo della condanna così come lo svolgimento del processo. La cronaca presta un'ultima mattina a quest'uomo quasi del tutto cancellato dagli archivi, senza attribuirgli alcuna colpa presunta.

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