Il 2 gennaio 1822, una lavandaia e suo figlio scoprono resti umani nella soffitta di una casa di Augusta. Da nove mesi Maria Anna Holzmann è svanita nel nulla e i suoi due subaffittuari sostengono che sia uscita un mattino senza dir nulla. L’identità della vittima viene stabilita grazie agli indumenti e a una particolarità di un piede. Poi, mentre il medico esamina i miseri resti, da una piega del braccio scivola un anello d’ottone. Quel monile, banale all’apparenza, lega il delitto a George Rauschmaier, uno degli inquilini, e muta una sparizione senza indizi in una tenebrosa vicenda di omicidio.
La Holzmann, cinquantacinque anni, campava di piccoli servizi domestici e teneva a pigione una stanza presso il calzolaio Sticht. Aveva a sua volta subaffittato parte dell’alloggio a Rauschmaier e a Joseph Steiner. Il Venerdì Santo del 1821 scomparve. Pochi giorni appresso, i due uomini sgomberarono la casa senza fare parola dell’assenza al padrone. Dissero poi che la donna era uscita di buon’ora, lasciando le chiavi, e non aveva più fatto ritorno.
Sticht non avvertì la polizia prima del 17 maggio. Recatosi con il magistrato e con i congiunti della Holzmann a redigere l’inventario delle sue cose, si constatò che vestiti e oggetti di valore erano spariti. Un incomodo ancor più sinistro gravava sulle stanze occupate dai due uomini: vi aleggiava un fetore ostinato, che i presenti ascrissero da principio alla lordura del luogo. Le ricerche degli sbirri non approdarono a nulla. Il fratello della scomparsa suppose che ella se ne fosse andata per via di certi quattrini dati a prestito e mai più rivisti.
Interrogato sotto giuramento il 25 giugno, Rauschmaier dichiarò che la Holzmann aveva lasciato la casa verso le otto, in compagnia di un’altra donna. Sosteneva d’ignorare dove fosse diretta. Il fascicolo venne allora accantonato per difetto d’indizi. I magistrati avevano una sparizione, beni mancanti e il racconto di un uomo che aveva spartito quel tetto, ma nessun cadavere né testimone della partenza.
Il 2 gennaio successivo, una lavandaia di nome Therese Beltler denunciò alla polizia che lei e il figlio avevano scorto resti umani sotto i calcinacci della soffitta. La commissione giudiziaria si portò all’istante sul posto. Rinvenne altri brandelli del corpo accanto al focolare, nell’alloggio di Rauschmaier e tra cenci insanguinati riconosciuti come appartenenti alla Holzmann. Mancavano ancora dei pezzi. Un ispettore di fabbrica rammentò d’aver trovato un teschio in una roggia la Pentecoste precedente, e d’averlo rigettato in acqua. La sua descrizione — piccola taglia, pochi denti superstiti — quadrava con ciò che si cercava, ma il teschio non era più disponibile per un confronto.
I resti recuperati vennero esaminati e raffrontati con i connotati forniti dai parenti della Holzmann: era minuta di statura, aveva il piede destro più tozzo del sinistro e aveva perduto un dito molti anni prima. Il fratello riconobbe la scomparsa. Il medico notò che le articolazioni erano state recise con metodo. Mentre ispezionava un braccio, un anello d’ottone scivolò dalla piega del gomito. La circostanza lasciava intendere che fosse caduto durante l’occultamento dei resti.
La giustizia aveva ormai di che sospettare di Rauschmaier e di Steiner. Il corpo era stato celato nella loro vecchia camera e nella soffitta della casa; le robe della Holzmann erano state vendute o impegnate subito dopo la scomparsa. Rauschmaier aveva inoltre giurato il falso, sostenendo una versione smentita dai ritrovamenti. Tratto in arresto il 2 gennaio, mantenne dapprima un contegno calmo. Mostratigli i resti nel cimitero, finse di non riconoscere la vittima e ribadì che se n’era andata con le sue gambe.
Il 23 gennaio, dopo una prima ammissione di furto, gli inquirenti gli sottoposero gli effetti della Holzmann, che egli ammise d’aver rubato. Poi posero dinanzi a lui orecchini, anelli d’oro e l’anello d’ottone. Riconobbe quest’ultimo come proprio, spiegando che soleva portarlo al mignolo sinistro prima di sostituirlo con cerchietti d’oro. L’anello calzò agevolmente al suo dito. Aveva appena riconosciuto per suo l’oggetto trovato durante la ricognizione del cadavere. Il magistrato possedeva ora un monile ammesso dal reo, cavato proprio dai resti scoperti nella sua vecchia stanza.
Nel corso dei primi interrogatori, Rauschmaier non confessò che il furto. Negli esami speciali aperti a marzo, alla terza comparizione, scoppiò in lacrime, implorò perdono e confessò d’aver ucciso la Holzmann la mattina del Venerdì Santo, mentre erano soli in casa. Disse che voleva impadronirsi dei suoi abiti e del denaro che credeva avesse risparmiato. Trovò soltanto otto kreutzer. Spiegò poi per filo e per segno come ne avesse nascosto i resti e gettato la testa nel fiume; il teschio mancava ancora all’appello.
Rauschmaier chiarì di trovarsi costantemente a corto di quattrini e di desiderare abiti nuovi senza dover stringere la cinghia sul bere e sul mangiare. Conosceva il guardaroba della Holzmann e sapeva che passava per una donna parsimoniosa. Confessò d’aver rimuginato il delitto per giorni, d’aver esitato, per poi cogliere l’occasione propizia quando gli altri inquilini erano andati a messa. Consumato il misfatto, si era recato nella chiesa di San Maurizio, ma affermò di non essere riuscito a pregare. La cronaca di Feuerbach riferisce che egli mostrò in seguito sincero pentimento e pianse a più riprese durante le deposizioni.
Steiner, dal canto suo, inanellò una serie di fandonie contraddittorie. I magistrati avevano notato fin da subito come intendesse a stento le domande e la gravità di un giuramento. Le sue versioni a catena — rumori percepiti, sangue scorto, minacce subite — vennero vagliate con rigore alla luce delle date e dei riscontri. Esordì negando di sapere alcunché. Poi pretese di aver udito strepiti, visto macchie di sangue ed essere stato minacciato da Rauschmaier. Messo alle strette dal giudice per le palesi incongruenze, ammise d’aver inventato quelle scene di sana pianta. Spiegò d’aver ritenuto il compagno colpevole e di aver cercato di allontanare i sospetti da sé, pur essendo del tutto estraneo al fatto. Rauschmaier negò di aver mai confidato il delitto a Steiner e lo scagionò pienamente. La corte finì per assolvere il subaffittuario.
Elizabeth Ditscher, l’amante di Rauschmaier, aveva ricevuto e ricettato parte delle robe della Holzmann. Fu condannata a otto giorni di carcere per ricettazione.
Il 9 maggio 1822, il tribunale dichiarò Rauschmaier colpevole e lo condannò a morte mediante decapitazione con la spada. La sentenza fu confermata il 18 giugno. Il rescritto reale del 28 giugno condonò l’esposizione alla gogna che avrebbe dovuto precedere il supplizio.
