La carta sembrava collocare Claude Peyrache a Yssengeaux l’8 ottobre 1817. Davanti alla corte d’assise di Riom, il 23 maggio 1821, un difensore rilesse con attenzione la quietanza che l’uomo sbandierava sin dall’inizio: recava, in realtà, la data dell’8 ottobre 1818. Un intero anno era appena scivolato via sotto gli occhi del pubblico. E portava con sé la prova che doveva attestare la presenza di Peyrache nella locanda in cui sosteneva di aver inteso tre uomini confessare un omicidio.
Bisognava risalire al mattino del 10 settembre 1817, a Dunières. La vigilia, Jean Courbon, possidente agiato di Mazet, presso Yssengeaux, aveva trascorso la giornata e parte della serata a bere in diverse bettole insieme a Galland, Rispal e Tavernier, tre cognati. Alle cinque del mattino, il suo cadavere fu rinvenuto in una fossa profonda due piedi, dietro una locanda diversa da quella in cui si era separato dai suoi compagni. Il denaro, gli effetti personali e i frammenti di una cambiale saldata a Tavernier si trovavano ancora nelle sue tasche.
Il corpo giaceva in una postura singolare, con il capo ripiegato sul petto e il peso poggiato sulla nuca. Gli abiti e la cravatta non mostravano segni di colluttazione; non si scorgevano né contusioni né ferite. Conservava ancora un residuo di calore e una rigidità straordinaria. Il medico Thomas giunse senza indugio e attribuì il decesso a un attacco apoplettico provocato dall’eccesso di bevande alcoliche. La complessione massiccia di Courbon e l’esame autoptico confortarono, secondo Champagnac, tale diagnosi. Parenti e amici sapevano che una morte improvvisa era da tempo temuta, considerati la sua corpulenza e i suoi trascorsi intemperanti.
Eppure, a meno di un giorno dalla sepoltura, la voce dell’assassinio serpeggiò per tutto il cantone. I nomi di Galland, Rispal e Tavernier furono subito additati. I verbali non avevano registrato alcuna lesione, ma alcuni popolani presero a favoleggiare di vertebre cervicali spezzate e di ecchimosi al collo e al torace. Nessun movente plausibile fu rintracciato a giustificare l’astio che veniva loro attribuito. Galland aveva un’indole litigiosa; Rispal, al contrario, godeva della fama di uomo mite, onesto e pacifico. Disparità di temperamento che non bastarono a frenare un sospetto che guadagnava certezze a ogni ora.
Tavernier e Rispal furono arrestati il 3 ottobre. Galland apprese l’indomani che i gendarmi si erano presentati alla sua porta e andò a costituirsi spontaneamente. Il tribunale dispose presto la scarcerazione dei tre uomini, l’8 ottobre. Quel rilascio non placò gli animi di quanti si erano persuasi della loro colpevolezza; irritò invece gli umori e rinvigorì le congetture. All’epoca, le conversazioni delle città e delle campagne erano ossessionate dall’assassinio di Fualdès a Rodez, e molti credettero di scorgere nella fine di Courbon le tinte di quella tragica vicenda.
Una voce riferita dai sarti Aulanier e Celsette offrì un primo appiglio al clamore: un tale Lardon affermava di aver udito Anne Colombette sostenere che Galland, passando vicino a casa sua, avesse annunciato la morte di Courbon. La cronaca colloca tale colloquio all’8 settembre 1817, pur situandolo nell’istante esatto del rinvenimento del cadavere dietro la locanda, circostanza inconciliabile con le sue stesse date del 9 e del 10 settembre. Lardon finì per deporre su quanto asseriva di aver orecchiato. Ma la testimonianza destinata a trascinare l’accusa dinanzi ai giurati fu quella di Claude Peyrache.
Peyrache pretese di aver passato la notte dell’8 ottobre in un albergo di Yssengeaux, separato dai tre cognati da un semplice tramezzo. Sosteneva di averli uditi discorrere della loro colpa. Nel colloquio che riferì, uno si rammaricava di essere andato troppo oltre; Galland gli intimava di tacere, nel timore di essere ricondotti in prigione. Un altro diceva che non avrebbero dovuto uccidere Courbon; Galland ribatteva che era morto e che non bisognava serbare rimpianti. Un terzo spiegava che avevano spinto troppo a fondo il fazzoletto, facendo gonfiare il collo e destando i sospetti. Simili parole non giunsero a conoscenza dell'autorità giudiziaria se non parecchi mesi dopo la notte in cui Peyrache asseriva di averle carpite.
Il 26 agosto 1818, chiamato dinanzi al giudice istruttore, egli non fece menzione di quella scena. Il giorno seguente si presentò al pretore di Montfaucon e rivelò le frasi attribuite ai tre uomini. Convocato quindi per rogatoria davanti al magistrato inquirente di Yssengeaux, confermò la medesima versione. Le mogli di Galland e di Rispal protestavano già contro una simile impostura. La camera di accusa rinviò i tre cognati dinanzi alla corte d’assise dell’Alta Loira.
Peyrache reiterò il racconto davanti ai giurati, arricchendolo di particolari. I locandieri dichiararono di non averlo affatto notato nel giorno indicato; un teste sostenne di aver occupato proprio il letto in cui Peyrache diceva di aver dormito. Per comprovare il proprio passaggio a Yssengeaux, l’uomo esibì una quietanza firmata da Labatie, procuratore legale della città. Il documento fu riconosciuto dal firmatario e accolto come prova inconfutabile della sua presenza l’8 ottobre 1817. I difensori degli imputati chiesero invano un sopralluogo per verificare lo stato dei luoghi e l’arresto di Peyrache e Lardon per falsa testimonianza.
Il dibattimento durò sei giorni. Il 9 marzo 1819, Galland e Rispal furono condannati ai lavori forzati a vita come colpevoli di omicidio; Tavernier ebbe un anno di prigione quale complice involontario dell'uccisione. Galland e Rispal subirono il marchio d'infamia e furono tradotti al bagno penale di Tolone. Il verdetto li aveva recisi dal consorzio civile senza che i dubbi sollevati dalla difesa sulla stanza contigua, sul letto e sulla presenza stessa di Peyrache fossero stati minimamente vagliati.
Le mogli non rinunciarono ad agire per falsa testimonianza. Il 20 dicembre 1819, su disposizione del ministro della Giustizia, il tribunale di Yssengeaux ordinò una serie di esperimenti giudiziali: era materialmente possibile udire la conversazione che Anne Colombette avrebbe intrattenuto con Galland? Poteva Peyrache aver percepito quanto sosteneva di aver carpito nella locanda? Gli inquirenti convocarono nuovi testimoni ed esaminarono i locali. Gli indizi a carico di Lardon, Colombette, Aulanier e Celsette non furono ritenuti consistenti; vennero pertanto prosciolti. Per Peyrache, invece, la perizia acustica nella locanda stava per demolire le fondamenta stesse del suo castello accusatorio.
Egli aveva parlato di una sottile parete divisoria; gli accertamenti stabilirono che un muro spesso due piedi, intonacato su entrambi i lati, divideva le stanze. Dal letto da lui inizialmente indicato era impossibile percepire alcun suono dalla camera accanto. Dalla soglia della porta si potevano cogliere soltanto parole staccate, mai una frase compiuta. Peyrache aveva inoltre mutato versione: aveva dichiarato dapprima di aver ascoltato restando a letto, per poi asserire di essersi appostato vicino all'uscio. Il giaciglio che aveva mostrato era stato occupato da un altro testimonio. Gli stessi vani da cui affermava di essere transitato nella notte erano stati descritti in modo fallace.
Restava la quietanza. Peyrache aveva fatto perno su quel foglio come attestazione incontrovertibile della propria presenza nel 1817. Labatie rammentava di avergli rilasciato una ricevuta a saldo di un conto, nel giorno del loro incontro; il procuratore riconobbe quella prodotta nel primo processo d'assise. Nel rileggerne il testo a Riom, l'avvocato Tailhand padre notò finalmente il millesimo: la ricevuta recava l’8 ottobre 1818, e non 1817. Una sola cifra aveva sino ad allora sorretto l'intera impalcatura di una notte di locanda. La data non confermava più la testimonianza: ne smascherava l'inganno.
Peyrache comparve il 23 maggio 1821 dinanzi alla corte d’assise di Riom. Galland e Rispal erano stati prelevati dalla galera per assistere al rito; gravava ancora su di loro il peso della condanna. Le spose sedevano al loro fianco. Il padrone della locanda, Perrot, e Rose Vidal, la fantesca, dichiararono di non aver mai visto Peyrache. Deschomet confermò di aver dormito nel letto da lui rivendicato. I periti ribadirono che non si potevano cogliere frasi intere dalla soglia e assolutamente nulla dal letto. Labatie attestò che la ricevuta era proprio quella da lui vergata, ma con il millesimo accertato dal difensore.
Questa volta il giurì dichiarò all'unanimità Peyrache colpevole di falsa testimonianza. Fu condannato ai lavori forzati a vita. La Corte di cassazione respinse il suo ricorso il 18 giugno; il 9 agosto annullò la sentenza che aveva condannato Galland e Rispal, disponendo un nuovo giudizio dinanzi alla corte d’assise della Loira, a Montbrison. I due uomini vi fecero ritorno per essere giudicati una seconda volta, sempre sulla scorta del medesimo atto d’accusa, ma forti ormai del solenne riconoscimento della calunnia che li aveva precipitati nei ferri.
La sentenza di Montbrison fu pronunciata il 5 dicembre 1821, dopo otto giorni di udienze. Il giurì dichiarò Galland e Rispal non colpevoli dell’omicidio loro ascritto. Il presidente ne ordinò l'immediata liberazione, definendo la vicenda un errore giudiziario che la giustizia aveva appena riparato nei limiti delle sue possibilità. Consigliò loro di soffocare ogni rancore e di riprendere il proprio posto nella società civile. La moglie di Galland, minata dalla malattia da diciassette giorni, spirò a Montbrison il 14 dicembre; aveva potuto assistere soltanto alla prima udienza del dibattimento. Luigi XVIII concesse alla signora Rispal una pensione di trecento franchi, a parziale ristoro del torto sofferto dal marito.
