Bernard Claude domandò quando sarebbe stato giudicato. Attendeva da oltre tre mesi a Sainte-Pélagie, e quella domanda, rivolta a uno studente di legge di passaggio nella prigione, pareva richiedere un accertamento di poco conto. Si trattava di ritrovare il suo fascicolo, sapere a che punto fosse la causa, sollecitare forse qualche passo formale. Lo studente andò a informarsi. La ricerca approdò a una risposta che il detenuto non aveva alcuna ragione di attendersi: era già stato giudicato.
Il 6 maggio 1831, Bernard Claude era stato condannato a tre mesi di prigione in contumacia. Non era comparso. Eppure era a disposizione dell'autorità, rinchiuso dal mese di febbraio, impossibilitato a recarsi in tribunale come altrove. La prigione gli aveva impedito di essere presente; la sua assenza era bastata a far procedere il giudizio.
Un viaggio per un battesimo
Faceva il musicista ambulante. Il suo mestiere esigeva di spostarsi, incontrare un pubblico, racimolare giorno per giorno di che vivere e soccorrere un'anziana madre nonché una sorella priva di mezzi. Era giunto a Parigi per tenere a battesimo un bambino. Due giorni dopo il suo arrivo, il 15 febbraio, un assembramento nei pressi di rue Saint-Martin lo distolse da quel soggiorno.
Il giorno precedente erano scoppiati disordini a Saint-Germain-l'Auxerrois. Per la strada, il rancore contro i preti trovava voci pronte a rinfocolarlo. Passò un ecclesiastico; la folla lanciò grida ostili. Bernard si unì a quanti urlavano «Morte ai gesuiti!». Quel grido non era la semplice canzonaccia di un viandante: minacciava coloro che additava. La narrazione che il suo difensore avrebbe reso della vicenda non lo nega, pur sforzandosi di spiegarne la leggerezza e il contesto.
La guardia nazionale intervenne. Gli altri si dispersero. Bernard rimase e fu arrestato. Dal corpo di guardia lo condussero alla prefettura di polizia, poi a Sainte-Pélagie. Il viaggio del padrino si arrestava dietro il portone di una prigione, lontano dal battesimo per cui si era mosso.
Nella scena d'attesa che qui immaginiamo, egli comincia col contare i giorni in base a ciò che avrebbe dovuto compiere fuori. A tale ora avrebbe potuto guadagnare qualche soldo; l'indomani, partire; la settimana seguente, dare proprie notizie. Poi questi piccoli disegni divengono troppo remoti. Non è più il programma del viaggio che gli preme salvare. Gli occorre soltanto sapere per quanto tempo intendano trattenerlo.
Una domanda tra due porte
Verso la fine di maggio, Édouard Degouve-Denuncques, studente in giurisprudenza, si recò a Sainte-Pélagie. Bernard gli si accostò, narrò il proprio arresto e lo pregò di appurare le ragioni di un'attesa tanto lunga. Questo incontro segna il vero principio della sua liberazione. Nessun evento clamoroso lo aveva preannunciato: un uomo che poteva lasciare il carcere accettò di occuparsi di un altro che non lo poteva.
Lo studente si recò alla procura generale. Un sostituto svolse le ricerche e rintracciò la condanna del 6 maggio. Bernard era stato giudicato in contumacia, a tre mesi di carcere, mentre continuava ad attendere che venissero a prelevarlo per l'udienza. Degouve-Denuncques non si limitò a riferire la scoperta. Il 29 maggio scrisse al guardasigilli; la sua lettera apparve nel fascicolo del 30 e 31 maggio della Gazette des tribunaux.
Vi denunciava una svista e il protrarsi di una detenzione che riteneva illegittima. La qualificazione era sua, affidata a una lettera pubblica, e non la pronuncia di un tribunale chiamato a rimediare all'errore. Ma il suo argomento poggiava su una lampante evidenza materiale: l'uomo trattato da assente non aveva potuto disporre di se stesso. Era rimasto là dove lo avevano rinchiuso.
Lo studente invocava un'inchiesta, un giudizio sollecito, e prospettava un'azione per danni contro i funzionari responsabili. Ricordava inoltre la madre e la sorella. Per un musicista i cui proventi dipendevano dalla libertà di movimento, ogni giornata trascorsa recluso aggiungeva una perdita all'attesa. Tre mesi non si misuravano soltanto in notti passate a Sainte-Pélagie; si misuravano anche in aiuti che non partivano più.
Degouve-Denuncques calcolava allora che un nuovo giudizio avrebbe potuto esigere ancora diverse settimane. Una simile prospettiva aveva di che gettare nello sconforto il detenuto: la scoperta dell'errore non produceva di colpo la scarcerazione. Bernard era persino stato trasferito alla Force, due o tre giorni prima della nota apparsa insieme alla lettera. La redazione segnalò che egli reclamava con insistenza il proprio ritorno a Sainte-Pélagie.
Possiamo immaginare quanto una simile partenza avesse per lui di ambiguo: sentirsi chiamare, raccogliere le poche cose possedute, seguire il drappello, e poi comprendere che non lo si conduce verso la strada, bensì verso un'altra prigionia. Questo tragitto, inventato nei suoi gesti, resta legato al trasferimento documentato. Non è ancora l'apertura che egli attende; è un nuovo recapito al quale bisognerà venire a cercarlo.
La procura si affretta
La lettera sortì tuttavia una risposta. Sin dall'indomani della spedizione, stando al resoconto dello studente, il ministro ne accusò ricevuta e annunciò di aver richiesto chiarimenti. Il procuratore generale Persil invitò a sua volta Degouve-Denuncques presso i propri uffici. Bernard era appena stato trasferito dalla Force alla Conciergerie. Questa volta, lo spostamento si accompagnava a una promessa: sarebbe comparso dinanzi ai giudici il mercoledì, o al più tardi il giovedì.
Lo studente accolse tanta sollecitudine senza dismettere l'ironia. Dopo tanta lentezza, quell'improvvisa rapidità gli appariva quasi sospetta: vi sarebbe stato il tempo di rispettare tutte le formalità? Ringraziò nondimeno Persil per il tentativo di riparare al pregiudizio, per poi tornare sull'eventualità di un'azione di risarcimento. La faccenda non riguardava dunque più soltanto un grido per la via; poteva anche smascherare coloro che avevano lasciato un carcerato ad attendere il proprio processo dopo averlo fatto condannare in sua assenza.
Fu allora che Persil propose un'altra via. Bernard non avrebbe preferito invocare la grazia, anziché correre il rischio di una nuova condanna? Il procuratore generale si offriva di sottoporre egli stesso la supplica al ministro e di ottenerne la firma nel volgere di quarantotto ore. La procedura che aveva dimenticato l'uomo sapeva ormai promettergli un termine preciso.
Per Bernard, i due sentieri non mostravano il medesimo volto. Un nuovo processo poteva fare luce sull'accaduto, ma comportava il pericolo di una condanna. La grazia prometteva un'uscita più prossima, senza costituire un'assoluzione. Occorreva scegliere nell'urgenza tra una causa riaperta davanti ai magistrati e un sollievo annunciato per i giorni a venire. Degouve-Denuncques accettò la proposta; è la sua adesione, e non un colloquio intimo con il prigioniero, ciò che la sua lettera ci tramanda.
Quarantotto ore, infine
La seconda lettera dello studente, pubblicata il 4 giugno, ringraziava Persil con una cortesia che lasciava scorgere i denti. Taluni, scriveva in sostanza, avrebbero scorto in quella benevolenza un modo accorto di trarsi d'impaccio da una brutta faccenda. Egli si dichiarava troppo vincolato alla decisione per fare propria tale lettura senza taccia d'ingratitudine. L'elogio lasciava nondimeno trasparire tutto ciò che pretendeva di allontanare.
Auspica soprattutto che i subordinati del procuratore generale non lo rimettessero più in un simile frangente: concedere una grazia o affrontare un processo dalle conseguenze incresciose. Queste righe lasciano intendere un rapporto di forza; non provano un patto segreto, né una formale rinuncia di Bernard a chiedere riparazione. Lo studente aveva ottenuto che il suo intervento fosse preso sul serio. Il detenuto, da parte sua, attendeva l'esito concreto di quel colloquio.
Ed esso giunse. In calce alla lettera, la redazione aggiunse che Bernard Claude era stato rimesso in libertà il giorno precedente. Dopo le istanze, i trasferimenti, le promesse e le frasi accuratamente soppesate, quella breve notizia mutava infine ciò che egli poteva fare del proprio corpo. Il numero del 4 giugno annunciava la sua uscita; non ne proclamava l'innocenza né gli riconosceva un indennizzo. Diceva che non lo si tratteneva più.
Per concludere la nostra rievocazione, concediamogli soltanto una sosta oltre la soglia. Muove pochi passi, rallenta, poi guarda attorno a sé senza attendere che alcuno gli indichi una direzione. Gli resta da ritrovare le proprie cose, il lavoro, le persone cui dare notizie; non stabiliamo noi in quale ordine lo farà. La strada lo aveva condotto in prigione quando aveva fatto proprie le grida altrui. Ora può riprendervi il cammino, al proprio passo, senza che nessuno gli intimi di seguire.
