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Giustizia e scandali · Francia

Cinquanta soldi per vegliare il patibolo

Una vecchia, una capra e sessanta franchi: l’omicidio della Marchoise conduce due vicini al patibolo. A La Châtre la folla attende il giorno fissato, mentre Étienne Darchy proclama fino all’ultimo istante la propria innocenza.

Si era chiesta una somma troppo alta per vegliare il patibolo. La vigilia dell’esecuzione, a La Châtre, diversi uomini si erano fatti avanti; le loro pretese avevano fatto esitare le autorità. Un giovane di nome Barbone accettò cinquanta soldi e andò a coricarsi sulle assi. L’indomani mattina, Bernardet e Darchy vi avrebbero trovato la morte. Per quella notte, non era che un’opera municipale da non lasciare incustodita, e il prezzo del sonno di un guardiano si era infine pattuito.

La città attendeva da settimane. Una prima folla era accorsa per nulla, il giorno in cui si era creduto che i condannati sarebbero stati giustiziati; era dovuta ripartire con le gambe stanche e la curiosità intatta. Ora, i legni rossi erano stati scaricati, assemblati, persino toccati da qualche curioso. Questa volta ci sarebbe stato qualcosa da vedere.

La vicenda era cominciata con una capra che vagava lontano dalla stalla, ferita dal fuoco.

La fortuna della Marchoise

Jeanne Raimond, che tutti chiamavano la Marchoise, aveva ottantacinque anni. Viveva sola in un tugurio isolato a Saint-Denis-de-Jouhet, vicino a La Châtre. La carità le procurava una parte del necessario; la sua capra le dava il latte. L’animale rappresentava una risorsa e una presenza, in una casa dove si poteva trascorrere molto tempo senza rivolgere la parola a nessuno.

Jeanne era nondimeno riuscita a mettere da parte sessanta franchi. Occorre restituire a tale somma tutta la sua grandezza nella vita che l’aveva prodotta: spese negate, bisogni rinviati, la soddisfazione di possedere finalmente qualcosa che non dipendesse dal soccorso venturo. Mostrava il suo denaro e lo teneva con sé, riferisce il giornale. Non si potrebbe fare di questo moto d’orgoglio la colpa idonea a giustificare ciò che ella patì. Si può soltanto comprendere come i suoi risparmi fossero noti, fin dentro quel vicinato dal quale avrebbe dovuto attendersi protezione.

Il 29 novembre 1829, un uomo di un borgo vicino scorse la capra, randagia, in parte bruciata. Si diresse verso il capanno. Le fiamme lo avevano distrutto. Jeanne non era fuggita con l’animale: i resti del suo corpo giacevano tra le macerie. Il fuoco non aveva tuttavia cancellato ogni indizio. Sussistevano tracce di sangue, quanto bastava per dover prendere in esame qualcosa di diverso da un incidente.

I magistrati di La Châtre giunsero sul posto. I sospetti ricaddero su Darchy e sui coniugi Bernardet, vicini di casa di Jeanne, con i quali la vecchia aveva avuto dispute di denaro e che l’avrebbero minacciata. In casa di Darchy, la perquisizione non rivelò nulla di compromettente. Da Bernardet, si trovarono una scure insanguinata, vestiti e le misere masserizie della defunta. Ciò che era stato sottratto al tugurio ricompariva in un’altra dimora.

Bernardet ammise di aver assistito all’omicidio. Ne accusò Darchy: sarebbe stato quest’ultimo a colpire Jeanne con la scure; lui, atterrito e minacciato, si sarebbe limitato ad aiutare nel trasporto delle cose. Era la sua linea difensiva. Spiegava la presenza degli oggetti presso di sé e scaricava al contempo sul vicino la responsabilità dei colpi. Spettava alla giustizia soppesare questa vantaggiosa ripartizione, e non prenderla per verità sol perché un uomo la offriva insieme a una confessione.

Due condannati e una donna assolta

Bernardet, la moglie e Darchy furono incarcerati, quindi rinviati a giudizio dinanzi alla corte d’assise dell’Indre. Il processo si tenne il 20 marzo 1830. La donna Bernardet fu assolta; i due uomini furono condannati a morte, con esecuzione da eseguirsi a La Châtre. Gli atti pubblicati non espongono tutte le deposizioni. Riferiscono le indagini, la versione di Bernardet, e poi quella sentenza i cui effetti avrebbero oltrepassato di gran lunga le pareti dell’aula d’udienza.

La notizia fece il giro dei comuni limitrofi. A La Châtre non si vedeva un’esecuzione pubblica da trentasette anni, secondo il corrispondente. Tale rarità, che avrebbe potuto apparire fausta, non faceva che accrescere l’attesa. I condannati avevano proposto ricorso per cassazione; per la popolazione, la vicenda aveva già preso la forma di una data da conoscere.

La Corte rigettò il ricorso il 15 aprile. Si credette che il supplizio avrebbe avuto luogo sabato 1° maggio, giorno di mercato. Dalle campagne accorse una moltitudine di abitanti. Ma né i condannati né lo strumento dell’esecuzione comparvero. Una domanda di grazia presentata per Bernardet aveva sospeso il corso atteso degli eventi. La folla si disperse, e il cronista ne notò il disappunto. Per i due uomini c’erano ancora pochi giorni da vivere; per molti di coloro che erano accorsi, un viaggio andato a vuoto.

Si conobbe infine il rigetto della grazia. Fu annunciato sabato 29 maggio, giorno di fiera. La città poteva riprendere i preparativi. Gli affari consueti e la messa a morte si sarebbero consumati nel medesimo calendario, tra gli incontri consueti e i tragitti cui la gente del contado era avvezza.

La sorella che sapeva

Il giovedì precedente, una carrozza scortata da quattro gendarmi condusse i due uomini. Darchy aveva ventitré anni. Scese con disinvoltura malgrado i ceppi, salutò persone di sua conoscenza e affermò di non aver nulla da temere, non avendo commesso alcun male. Bernardet, cinquantenne, appariva più debole, pallido e abbattuto. Entrambi credevano ancora, secondo il racconto, che il loro rientro dovesse consentire nuovi accertamenti favorevoli alla loro causa.

Darchy chiese di vedere la sorella. Il procuratore promise di accordarglielo. Quando ella entrò, non recava la speranza cui egli si aggrappava. Lo abbracciò rievocando il loro ultimo incontro. Il ritorno a La Châtre assunse allora per lui il suo altro significato.

Si figurino le braccia che si allentano, lo sguardo che cerca nel volto familiare un errore da farle correggere. Era venuta perché sapeva; egli l’aveva chiamata perché credeva ancora di poter parlare dell’avvenire. Protestò la propria innocenza e fu preso dalla disperazione. Il procuratore, testimone della scena, tentò di rassicurarlo dicendo che nulla era ancora deciso. Questa parola è riferita dal giornale, che non ci consente di conoscerne i motivi esatti. Per Darchy, essa poteva riaprire l’intervallo che le parole della sorella avevano appena serrato.

Sulla piazza, intanto, già si portavano i legnami per innalzare il patibolo. I carri erano seguiti da donne e fanciulli. La vista della struttura dapprima incusse timore; poi i curiosi si fecero sotto. Ci si può abituare persino a questo, purché l’oggetto rimanga abbastanza a lungo immobile davanti agli occhi e sia un altro a dovervi salire. Barbone trovò poi la sua occupazione per la notte.

Una mezz’ora di più

Il sabato, fin dalle quattro del mattino, cominciarono gli ultimi preparativi. Il procuratore avvertì i condannati che non dovevano più sperare. Darchy mangiò della zuppa di latte. Il curato Pignet e il vicario Gros rimasero accanto ai due uomini. Sulla piazza del mercato, la folla andava ingrossando.

A mezzogiorno comparve Bernardet, sorretto dal curato. Pianse, baciò il crocifisso e fu giustiziato senza pronunciare discorsi. La sua vicenda giudiziaria si compiva lì. La piazza, dal canto suo, attendeva ancora Darchy. Per mezz’ora, egli non venne. Il corrispondente descrive un’impazienza raddoppiata, come se una dilazione dovesse sottrarre al pubblico la metà di quanto gli era stato promesso.

Darchy giunse infine. Il vicario lo esortò a dire la verità; egli continuò a protestarsi innocente. Pregò, abbracciò il sacerdote, poi chiese di parlare. Davanti agli spettatori, pronunciò il proprio nome e affermò un’ultima volta di non aver commesso il delitto di cui lo si accusava. Il giornale conserva questa solenne dichiarazione. Essa appartiene alla sua storia, senza divenire per noi la prova di un’innocenza che potremmo decretare a distanza. La condanna appartiene parimenti agli atti, senza concederci la licenza di inventare una confessione che egli non aveva mai reso.

Fu giustiziato a sua volta. I due uomini annunciati erano morti; la folla poteva sgomberare la piazza.

Alla Marchoise, invece, non toccarono né un ultimo discorso né la visita narrata di una sorella. Ci restano il suo nome, il tugurio, la capra, i sessanta franchi faticosamente raccolti. Si era parlato per settimane del giorno in cui si sarebbero visti morire coloro che la giustizia aveva condannato per il suo assassinio. È lecito serbare memoria anche della solitudine di una vecchia di cui nessuno aveva visto sopraggiungere l’ultima notte.

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racconto lungo

La notte dei cinquanta soldi

Un giovane accetta di vegliare un patibolo per il prezzo di una giornata fortunata. Nel cuore della notte, la sorella del condannato giunge a supplicarlo di lasciarle recuperare un oggetto nascosto tra le assi. Il racconto seguirebbe questo patto inatteso fino all’alba. Aiutandola, il guardiano rischia di perdere paga e libertà; rifiutando, dovrà custodire da solo ciò che lei gli avrà rivelato sull’indomani.

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romanzo

I risparmi della Marchoise

Dopo l’omicidio di una vecchia solitaria, una giovane sarta riconosce tra le sue vesti un indumento che nessuno sapeva ella possedesse. Due vicini vengono accusati e la città già prepara la loro esecuzione. Il romanzo seguirebbe la sarta tra le case, i prestiti minuti e i favori resi, per ricostruire i legami che la vittima aveva celato. La sua indagine metterebbe in crisi le certezze dei suoi cari senza prometterle un’innocenza agevole da difendere.

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trilogia

I giorni di fiera

Tre vicende criminali attraversano una famiglia di locandieri in una cittadina della Francia centrale. Il primo libro muoverebbe da un’esecuzione attesa in un giorno di fiera; il secondo da un testimone scomparso tra due mercati; il terzo da un’eredità contesa durante una festa municipale. Ciascuna indagine si chiuderebbe, mentre i registri della locanda tramanderebbero i segreti da una generazione all’altra. Accogliere i viandanti fa vivere la famiglia; serbare memoria del loro passaggio potrebbe perderla.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

Articolo «Exécution de Darchy et de Bernardet» letto integralmente nella trascrizione corretta e verificato sul facsimile del 2 giugno 1830, pagina PDF 3, p. 711 a stampa: colonna sinistra, poi colonna centrale fino al titolo successivo. La corrispondenza è datata La Châtre, 29 maggio. Il rinvenimento il 29 novembre 1829, la sentenza del 20 marzo 1830, il rigetto del ricorso il 15 aprile, l’esecuzione del 29 maggio 1830 sono desunti dai riferimenti espliciti di tale articolo. Bernardet fu giustiziato prima di Darchy, a distanza di circa mezz’ora secondo il corrispondente. La moglie di Bernardet fu assolta; nessun sospetto di colpevolezza è mantenuto contro di lei. La versione di Bernardet sui colpi e sulla coazione è distinta da un fatto accertato; nessuna confessione di Darchy è stata inventata, le sue proteste di innocenza sono conservate senza alcuna pretesa riabilitazione. Jeanne è chiamata Raimond e poi Raymond nell’articolo; è stata accolta la grafia Raimond. Il compenso di cinquanta soldi offerto da Barbone è riferito senza congetturare un pagamento effettivamente avvenuto. L’espressione «opera municipale» è una figura amministrativa del narratore, non una qualificazione documentaria di proprietà. Nessuna sentenza originale, fascicolo istruttorio completo né atto di morte è stato consultato; questo resoconto di stampa non consente di ripercorrere l’insieme delle prove del processo. Il giornalista attinge a Hugo e Dumas e prende posizione contro lo spettacolo: la sua indignazione non dimostra l’errore giudiziario.

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