Il rame valeva cinquantotto franchi e ottanta centesimi. Il commissario relatore ne chiedeva sei di ferri. Tra questi due estremi, la misura di una cosa e quella di un’esistenza, si frapponevano poche parole d’una legge antica e un uomo seduto dinanzi ai suoi giudici, che non negava affatto di aver rubato. Liziard aveva confessato. Poteva dunque sembrare che non restasse altro da fare se non condannarlo. Il suo difensore, tuttavia, stava per sollevare una disputa nella quale ogni vocabolo avrebbe deciso della pena da infliggergli.
Nell’aula che immaginiamo a Brest, un impiegato stende appunti badando a risparmiare il margine della pagina. Ha trascritto il valore del metallo senza esitare. Quando la requisitoria pronuncia l’entità della pena, solleva lo sguardo, osserva l’imputato, poi torna al foglio. Le cifre occupano poco spazio. Ne occorre di più per misurare, col pensiero, gli anni che si pretendono da un uomo.
Sotto il mastello antincendio
Liziard prestava servizio come custode di cancelleria alla ciurma, nel recinto del bagno penale e dell’arsenale di Brest. Aveva servito per cinque anni nella cavalleria. Al processo esibì ottimi certificati di condotta; prima del fatto che lo traeva a giudizio, l’amministrazione del porto non aveva da rimproverargli alcuna macchia. Tale rettitudine pregressa non rendeva il furto meno reale, ma conferiva un certo peso al nome iscritto negli atti: fino a quel giorno, quell’uomo aveva lavorato lì senza mai essere additato come un ladro.
Da qualche tempo aveva notato una massa di rame nascosta sotto uno dei mastelli antincendio, i recipienti destinati alla riserva d’acqua. La cronaca la definisce un lingotto. Giaceva nel cortile dei forzati. Liziard finì per portarsela via, adducendo a motivo le ristrettezze della famiglia. Non conosciamo lo stato dei suoi conti domestici né che cosa intendesse esattamente comprare: tale movente fu la spiegazione da lui resa, non una verità verificata nella sua abitazione.
Il luogo in cui si trovava l’oggetto contava quanto il suo prezzo. Liziard lo aveva scorto nello spazio in cui prestava opera, ma gliene era forse affidata la tutela? Bastava il suo impiego a trasformare ogni bene dell’arsenale in un deposito posto sotto la sua personale responsabilità? La distinzione poteva apparire sottile a chi vedeva soltanto un guardiano portar via del rame; diventava tuttavia abissale ove una qualificazione più severa esponeva quell’uomo a sei anni di catena.
Il 23 agosto 1831 comparve dinanzi al tribunale marittimo. Le prove erano schiaccianti, e la sua confessione risparmiava all’accusa l’onere di una lunga dimostrazione. Non affermava di aver ricevuto il metallo da altri, non sosteneva che gli fosse stato nascosto in casa da un nemico, non cercava testimoni che lo collocassero altrove. La contesa verteva esclusivamente su ciò che la giustizia avesse la facoltà di dedurre da quel fatto incontestato.
La parola che allungava la pena
Il commissario relatore invocò la legge del 12 ottobre 1791. Un primo articolo puniva coloro che erano espressamente incaricati della custodia e della conservazione degli effetti: quanti, in ragione di una carica, di un maneggio o di un deposito, avevano un dovere di vigilanza particolare. Un secondo articolo estendeva la medesima sanzione a varie categorie di personale, tra cui i guardiani. Liziard portava quel titolo. Per l’accusa, il combinato disposto imponeva di richiedere sei anni di ferri.
Il magistrato non celava l’asprezza della pena. Sosteneva che i giudici avessero il solo dovere di applicare la legge, senza poter sostituire la propria indulgenza a quanto da essa prescritto. Restava, semmai, la via della grazia o della commutazione. Ma avanzò pure il dubbio che il tribunale marittimo avesse la facoltà di raccomandare un condannato alla clemenza. A questo punto della requisitoria, il cronista annota cenni di dissenso tra i membri della corte.
A sostegno della sua tesi, il commissario ricordò la vicenda di un’altra guardia, un certo Hult, condannato per furto. Un’istanza di grazia era stata inoltrata in suo favore; erano trascorsi molti mesi senza che giungesse risposta. Il silenzio dell’amministrazione faceva così il suo ingresso nel dibattimento, quasi valesse come interpretazione della norma. Liziard udiva evocare un assente la cui supplica non aveva mai fatto ritorno. Perfino la speranza del perdono pareva avere i suoi uffici polverosi, le sue attese e le sue porte sbarrate.
Il nostro impiegato, in fondo all’aula, esita su dove collocare simile disputa nei suoi appunti. Aveva predisposto una riga per le richieste dell’accusa e una per la difesa; i moti di disappunto dei giudici non rientrano in alcuna casella. Interpola poche parole tra due frasi, le rilegge, poi trattiene la penna a mezz’aria. Per una volta, ciò che accade sotto i suoi occhi oltrepassa lo spazio assegnato alle formule di rito.
Ciò che non era tenuto a custodire
L’avvocato Clérec primogenito prese la parola per Liziard. Non tentò di sminuire il furto; chiese invece che si rileggessero congiuntamente i due articoli sui quali poggiava l’accusa. Il secondo richiamava il reato già definito dal primo: occorreva dunque preservare, nell’applicazione, il presupposto essenziale di tale definizione. Il semplice titolo di custode non bastava. Era indispensabile che la cosa sottratta rientrasse tra quelle specificamente affidate alla sua sorveglianza, al suo maneggio o al suo deposito.
Ora, osservava la difesa, Liziard non aveva alcun incarico di vegliare su quel pezzo di rame. L’accusa non poteva cancellare tale confine limitandosi ad accostare la parola impiegata dalla legge al nome che designava il suo posto di lavoro. Egli rimaneva colpevole di furto, certo, ma non di quel furto qualificato cui era annessa la pena dei ferri. Il difensore invocava pertanto una diversa disposizione, relativa al furto semplice al di sopra di un dato valore.
Era una difesa la cui efficacia non risiedeva nel clamore di una rivelazione teatrale. Nessun testimone sconosciuto irrompeva nell’aula per autoaccusarsi; nessun documento segreto giungeva a ribaltare le deposizioni. L’oggetto restava rubato e l’uomo restava colui che lo aveva preso. La differenza stava tutta in un dovere di custodia che non era mai stato il suo, e che non gli si poteva imputare a posteriori per punirlo con maggiore ferocia.
Il tribunale accolse il ragionamento. Riconobbe che Liziard non aveva avuto il compito di vigilare sul rame e lo condannò per furto semplice alla gogna, a un’ammenda pari al triplo del valore della cosa, all’espulsione dall’arsenale e alla degradazione civica. I sei anni di ferri invocati dall’accusa non furono inflitti. La sentenza gli evitava la catena, ma non gli restituiva il lavoro, non ne salvaguardava i diritti civili né gli risparmiava il marchio dell’infamia.
I cancelli dell’arsenale
La vicenda non si chiuse con quel primo giudizio. Il pubblico ministero ricorse in revisione, rimettendo a repentaglio quanto la difesa aveva faticosamente ottenuto. Il consiglio di revisione, riunitosi il 30 agosto, confermò tuttavia la decisione. Con questo verdetto si conclude la cronaca giudiziaria data alle stampe pochi giorni dopo; nulla dice dell’esposizione di Liziard al pubblico ludibrio, né narra come la sua famiglia sia sopravvissuta in seguito.
Il cronista volle nondimeno proseguire la discussione: contestò i dubbi sollevati sulla facoltà di raccomandazione alla grazia e denunciò la durezza di quella giustizia speciale, propria dei porti da guerra. A suo avviso, l’assenza di risposta nel caso di Hult poteva dipendere da una banale dimenticanza burocratica, ma non dimostrava affatto che fosse preclusa la via della clemenza reale. Al di là della colpa materiale, il caso di Liziard aveva portato alla luce un dissidio profondo sulle pene e sulle autorità legittimate a mitigarle.
Si poteva liquidare quel dibattito come una schermaglia tra uomini di legge. Bastava tuttavia tornare al dispositivo della sentenza per restituirgli tutta la sua gravità umana. Un uomo aveva invocato il bisogno dei suoi cari; ora si ritrovava cacciato dal luogo in cui guadagnava il pane e condannato a pagare una pesante ammenda. L’avvocato gli aveva risparmiato i ceppi, ma nessun giudizio poteva far sì che, dopo la condanna, la vita tornasse a essere quella che era prima di quel pezzo di rame.
Nella nostra ultima scena, l’impiegato ripone le note accanto a un ruolo di servizio in cui figura ancora il nome di Liziard. Raffronta i due fogli: sull’uno quell’uomo ha una mansione; sull’altro deve abbandonare per sempre l’arsenale. L’impiegato rimette il foglio sotto gli altri senza emendarlo: non è compito suo. Poi chiude il registro e prepara quello dell’indomani, dove qualcuno dovrà pur segnare il nome di chi prenderà il posto del custode.
