Il 9 novembre 1816, Wilhelm Coenen lasciò la locanda della Mühlengasse dopo aver cenato con il proprio principale e alcuni conoscenti. Aveva manifestato l’intenzione di accompagnare per un tratto il contabile Hahnenbein. Giunti nel mezzo dell’Alter Markt, i due si separarono. Hahnenbein lo vide svoltare e credette stesse facendo ritorno alla locanda. Coenen non vi ricomparve mai più. Quell’assenza avrebbe mutato una disputa su registri contabili in una causa criminale, per poi sfociare in un processo clamoroso la cui deliberazione finale avrebbe smentito il verdetto.
Coenen era un giovane commesso al servizio del distillatore Franz Schröder, a Crefeld. Schröder commercializzava acquaviti e liquori in società con il negoziante Peter Anton Fonk, stabilito a Colonia. I rendiconti inviati a Schröder non rispondevano alle sue attese. Sospettava che Fonk gli celasse parte degli introiti; alcune informazioni trapelate da impiegati dello stesso Fonk avevano alimentato la sua diffidenza. Decise pertanto di inviare Coenen affinché esaminasse i libri mastri del socio.
L’emissario possedeva una sicura perizia nei conteggi, ma era giovane e, a giudizio del cronista, già prevenuto contro Fonk. Gli incontri non valsero a placare gli animi. Coenen esigeva segnatamente l’accesso al libro maestro; Fonk riteneva tale insistenza offensiva e perniciosa per il proprio credito commerciale. Il Pitaval riporta le lamentele confidate da entrambi ai rispettivi amici: l’uno dichiarava che quelle discussioni gli amareggiavano l’esistenza, l’altro lamentava di essere trattato alla stregua di un gendarme posto a sorvegliare la propria casa. Si tratta di parole desunte dal resoconto retrospettivo, non di un contraddittorio stenografato.
Il 9 novembre, Schröder, Fonk, Coenen e Hahnenbein tennero una conferenza presso l’abitazione di Fonk. Raggiunsero un accordo transattivo: Fonk avrebbe accreditato ottomila talleri al conto dei profitti comuni e la revisione contabile si sarebbe interrotta; talune clausole accessorie non furono nondimeno definite con certezza. L’intesa formale doveva essere siglata l’indomani. Non lo fu mai. Presso la locanda, Coenen cenò con Schröder, Hahnenbein e altri convitati. Poi prese il cappello e si congedò. Hahnenbein non riferì di alcun alterco né di scene concitate al momento dei saluti. Non poteva tuttavia affermare di averlo visto rincasare.
Il giorno seguente le ricerche non produssero alcun esito. I conti rimasero aperti. L’opinione pubblica volse rapidamente i propri sospetti verso Fonk: egli aveva avuto un aspro dissidio con lo scomparso, gli aveva negato il libro maestro e aveva tentato di spostare la trattativa a Neuss. Schröder manifestò pubblicamente i propri dubbi. Gli amici di Coenen fecero eco a tali accuse, mentre per le strade presero a circolare versi ingiuriosi all’indirizzo di Fonk. Il cronista precisa che tali rime furono forse composte in un momento successivo; il clamore popolare non costituisce dunque una prova coeva di colpevolezza.
Fonk si presentò spontaneamente al procuratore reale il 20 novembre per esporre la natura dei suoi rapporti con Coenen e Schröder. Due giorni più tardi, tre amici dello scomparso andarono a interrogarlo. Fonk lesse loro una missiva, proclamò la propria innocenza e scoppiò in pianto. Chiese quindi consiglio all’ispettore di polizia Guisez, il quale annotò che il visitatore non aveva tenuto una condotta atta a dissipare i sospetti. Tali manifestazioni prestarono il fianco a interpretazioni opposte: lo sgomento autentico di un innocente o l’inquietudine di un individuo consapevole di ciò che si cerca. Il testo non offre elementi per dirimere l’alternativa.
La vertenza commerciale seguì un proprio iter procedurale. Un collegio arbitrale esaminò le scritture contabili nel gennaio del 1817, per poi riprendere i lavori nel mese di agosto. La seconda perizia concluse che Schröder doveva ancora 7.791 talleri alla società, mentre Fonk vantava un credito di entità superiore. Un’inchiesta parallela per falsificazione documentale non riuscì a dimostrare che le registrazioni fossero state alterate; il Pitaval riferisce che Fonk fu quindi prosciolto e rientrò in possesso dei propri libri. Occorre distinguere questo esito dal primo provvedimento adottato nell’istruttoria per omicidio: Fonk e Hahnenbein furono allora «prosciolti dal giudizio» per insufficienza di indizi, formula che non dirimeva nel merito l’imputazione di assassinio. Nessuna delle due procedure rispondeva all’interrogativo su quale sorte fosse toccata a Coenen.
Riguardo al destino del giovane commesso, la cronaca reca una divergenza che non deve essere taciuta. Nel corpo della narrazione si afferma che un cadavere fu rinvenuto il 19 dicembre nei pressi di Friemersheim, in una zona golenale del Reno. Più avanti, l’ordinanza reale ivi trascritta designa Coenen come «ritrovato nel Reno il 12 dicembre 1816». La fonte non risolve lo scarto tra il 19 e il 12; il presente resoconto conserva pertanto tale incongruenza testuale, astenendosi dall’ascrivere una delle due date a una correzione sicura.
Oltre venti residenti di Crefeld riconobbero la salma sotto giuramento. Il corpo era interamente vestito; mancava il copricapo, ma l’orologio d’oro si trovava ancora nel taschino. Due bottoni del soprabito apparivano strappati insieme a un lembo di fodera. Poco distante galleggiava una lunga asse d’abete. L’ipotesi che il corpo vi fosse stato legato fu presa in considerazione, per essere poi rigettata dal cronista come una congettura priva di riscontro nelle circostanze accertate.
I medici officiati dal giudice istruttore rilevarono ferite al capo e lesioni al collo e al torace. La perizia iniziale attribuì il decesso a violenza esterna, ipotizzando una commozione cerebrale e lo strangolamento prima dell’immersione. Esperti consultati in una fase successiva contestarono che i segni riscontrati fossero sufficienti a comprovare lo strangolamento, ritenendo che il ghiaccio o il trascinamento della corrente fluviale potessero spiegare talune alterazioni. La fonte illustra tali pareri discordi senza giungere a una conclusione unanime. Il corpo fu trattato alla stregua di una vittima di omicidio, ma la certezza medico-legale rimase controversa.
L’indagine si orientò verso Christian Hamacher, bottaio al servizio di Fonk. In seguito a un alterco presso la taverna del Kümpchen, costui fu posto sotto sorveglianza e infine arrestato, il 30 gennaio 1817. Gli inquirenti ricorsero a metodi che oggi susciterebbero perplessità: un pregiudicato per furto fu incaricato di avvicinarlo e un colloquio tra Hamacher e la moglie fu ascoltato a loro insaputa. Il compilatore descrive tali espedienti come prassi ordinarie dell’epoca, le quali tuttavia assumono un peso determinante nel momento in cui l’accusa finisce per fondarsi su dichiarazioni rese durante la detenzione.
Hamacher negò inizialmente di sapere alcunché dell’omicidio. Con l’avvicinarsi della primavera fornì diverse versioni dettagliate. Il 16 aprile asserì che Fonk gli aveva ordinato di far sparire Coenen; descrisse il trasporto del corpo all’interno di una botte e tirò in ballo il fratello Adam per la fornitura di un carretto. Il 7 maggio ritrattò una parte delle deposizioni, per poi confermarne la sostanza. Due giorni dopo, stando alla cronologia del Pitaval, ribadì la propria narrazione dinanzi agli inquirenti. Sostenne che Fonk lo aveva sollecitato al delitto, pur modificando taluni particolari del trasporto e cessando di coinvolgere il fratello.
Le sue ammissioni mutarono dunque nel tempo, senza tuttavia dissolversi d’un colpo. Più tardi Hamacher affermò che il procuratore generale von Sandt gli aveva dettato la confessione, che era stato indotto a vendicarsi di Fonk e che il rigore della prigionia ne aveva fiaccato la volontà. Accusò inoltre le autorità di averlo maltrattato. La pubblica accusa oppose a tali ritrattazioni la reiterazione dei particolari e la costanza del nucleo narrativo. Il Pitaval prende apertamente posizione: giudica poco verosimile che un individuo avesse potuto sostenere tanto a lungo un racconto così articolato senza conoscere la realtà dei fatti. È questa la tesi del cronista, volta a difendere la solidità della confessione; non costituisce certo una perizia indipendente dalle pressioni subite.
I due imputati non vennero processati congiuntamente. Il 31 ottobre 1820 la corte d’assise di Treviri dichiarò Hamacher colpevole di omicidio volontario, condannandolo ai lavori forzati a vita. Il suo ricorso fu rigettato nel gennaio del 1821. Il procedimento a carico di Fonk seguì un corso separato. Il dibattimento si aprì il 24 aprile 1822 e si concluse il 9 giugno. Con otto voti favorevoli su dodici, i giurati lo ritennero colpevole di concorso premeditato nell’assassinio; solo sette lo considerarono autore materiale. La corte pronunciò la condanna capitale. In agosto, il collegio di cassazione respinse l’istanza di annullamento.
La condanna non ricevette tuttavia la sanzione del re di Prussia. Il 28 luglio 1823 l’ordinanza sovrana enunciò tre ragioni dirimenti: l’omicidio non era stato provato al di là di ogni dubbio, la ritrattazione di Hamacher appariva più attendibile delle sue accuse e l’alibi di Fonk era stato sufficientemente dimostrato. Il sovrano dichiarò di non poter considerare punibili né Fonk né Hamacher, rifiutando sia di confermare la sentenza sia di commutare la pena in una sanzione inferiore. Ne conseguì la scarcerazione di Fonk; un successivo provvedimento lo sollevò altresì dal pagamento delle spese di giustizia.
Il cronista non cela il proprio convincimento. Concede ampio spazio alle testimonianze d’accusa e ritiene che le esitazioni di Hamacher non invalidino la sua prima confessione. Espone nondimeno le motivazioni del decreto reale, i dubbi sollevati dai medici e le lacune dell’inchiesta. La vicenda divenne anche un banco di prova per la giustizia renana, l’istituto della giuria, il valore della confessione e l’influenza dell’opinione pubblica. L’atto d’imperio pose fine alla pena; non indicò alcun altro assassino.
L’ultimo dubbio risiede forse nel modo in cui si ascoltano le parole di un imputato. Hamacher aveva svelato un delitto a cui aveva preso parte, o aveva ripetuto sotto costrizione una trama i cui contorni erano già stati tracciati dagli inquisitori? Fonk fu condannato e poi rimesso in libertà; la morte di Coenen fu ritenuta violenta e successivamente rimessa in discussione. Persino la data del ritrovamento muta all’interno del medesimo capitolo. Ciò che gli atti stabiliscono con maggiore evidenza non è l’identità del colpevole, bensì la sequenza delle certezze prima proclamate, poi ritrattate e infine revocate dal potere regio.
