Il conte di Horn entrò nello studio del commissario per denunciare che si era tentato di assassinarlo. Giungeva da una locanda dove un uomo aveva appena ricevuto, per davvero, diversi colpi di pugnale. Tra questi due fatti, egli contava di far valere il proprio titolo, il portamento e qualche parola detta con prontezza sufficiente a stabilire d'autorità chi fosse la vittima e chi l'assassino. Il commissario lo accolse con i riguardi dovuti al suo rango. Poi sopraggiunsero altre persone, le quali avevano assistito alla scena assai più da vicino e non avevano motivo alcuno di condividere simile deferenza.
La testimonianza lasciata dall'avvocato Edmond Barbier serba memoria di questo singolare tentativo: volgere una fuga in querela. Horn si era calato dalla finestra della stanza; le grida della locanda e coloro che lo inseguivano varcarono subito dopo di lui la soglia del magistrato. Il blasone aveva spalancato la porta, ma non impedì che venisse richiusa sul conte, ormai ridotto a prigioniero.
Una fortuna in un portafogli
Parigi viveva allora al ritmo delle carte negoziate attorno a rue Quincampoix. Effetti, cedole e titoli consentivano di racchiudere una ricchezza smisurata nello spazio di un portafogli. Il rapporto tra il peso e il valore si era mirabilmente ridotto per i mediatori; si era ridotto, del pari, per quanti intendevano spogliarli. Non serviva più forzare un forziere: un uomo solo recava addosso, insieme, la tentazione e il bottino.
Antoine-Joseph de Horn apparteneva a un casato dei Paesi Bassi i cui legami di parentela risalivano sino alle famiglie sovrane. Il fratello gli versava una pensione cospicua. Barbier riferisce delle sue perdite al gioco e lo colloca all'hôtel de Flandres, in rue Dauphine, dentro quella Parigi in cui il denaro sembrava scorrere tanto rapidamente da sanare qualunque dissesto. Ma una perdita resta pur sempre una perdita, perfino in una città che dal mattino alla sera non ragiona che di nuove ricchezze.
Due complici lo affiancavano nell'impresa criminale. L'uno, chiamato de Mille o de Milly a seconda dei testi, doveva essere catturato insieme a lui; l'altro sfuggì nell'immediato alle ricerche. La cronaca dell'epoca attribuisce loro il ruolo di cattivi consiglieri. Tale comoda ripartizione delle colpe — per cui il giovane di nobile ceto sarebbe stato trascinato al delitto da frequentazioni plebee — nulla toglie a ciò che la medesima cronaca riporta sulla sua attiva partecipazione. Il conte non era rimasto certo sulla soglia della stanza.
I tre uomini avvicinarono un mediatore che custodiva titoli per conto di svariate persone. Si sarebbe potuto concludere un affare insieme; bastava soltanto sottrarsi alla calca della strada per intendersi. La taverna offriva un alloggio appartato e la consueta parvenza di un colloquio commerciale. Al mediatore non si chiedeva di avventurarsi in una spelonca: gli si proponeva di negoziare lontano dal clamore.
Il 22 marzo 1720 quell'invito lo condusse nei pressi di Quincampoix, all'impasse de Venise. Barbier colloca la stanza al secondo piano. La vittima recava con sé di che accendere l'interesse dei suoi interlocutori; una volta seduta, non godeva più della protezione dello sguardo e del passaggio dei viandanti. La porta che isolava i contraenti separava oramai un uomo da chiunque avrebbe potuto soccorrerlo.
Horn, stando al resoconto di Barbier, gli avvolse la testa con un tovagliolo mentre venivano sferrate le coltellate. La cronaca ne enumera dieci; non occorre alcun inventario delle ferite per comprenderne il fine. Si trattava di ridurre al silenzio un uomo abbastanza a lungo da impadronirsi dei suoi titoli. Ma quegli urlò. In una casa adibita a ricevere avventori, quel grido mandò in frantumi la riservatezza che i tre complici avevano cercato di procurarsi.
Due dei rei guadagnarono l'uscita, mentre Horn si gettò dalla finestra. Le travature in legno delle case adiacenti gli permisero, secondo Barbier, di calarsi a terra senza sfracellarsi. La sua libertà fu di breve durata. Giunto dal commissario Regnard, in rue Saint-Martin, tentò ancora di imporre l'autorità della propria versione; la gente accorsa dalla locanda lo additò tosto come l'uomo da arrestare. Il commissario mutò all'istante contegno verso di lui. La querela del gentiluomo non resse più davanti all'accusa dei testimoni.
Chi chiedeva tempo
L'arresto di Horn e quello di de Milly portarono la vicenda ben oltre le mura della taverna. La famiglia si mosse. Congiunti, personaggi d'alto rango, nomi capaci di ottenere udienza si presentarono al cospetto del Reggente e di sua madre. Non esibivano il portafogli scomparso né fornivano una diversa spiegazione per le grida udite; recavano la forza dei vincoli che univano una casata a tante altre dinastie.
Di fronte a queste pressioni, John Law difendeva tutt'altra forma di credito. L'omicidio minacciava la fiducia degli speculatori. Se un mediatore poteva essere attirato in una camera, sgozzato e derubato da un uomo che i natali avrebbero sottratto alla forca, neppure i titoli più promettenti sarebbero bastati a rassicurare i sottoscrittori. Law pretese un esempio. Il delitto aveva appena consumato un urto brutale tra l'onore di una stirpe e la stabilità di un sistema finanziario.
Il processo fu rapido; tale celerità divenne essa stessa oggetto di contesa. Con l'approssimarsi della Pasqua, guadagnare qualche giorno avrebbe potuto schiudere la via a nuovi accomodamenti. Si sollevò la questione della competenza dei giudici. Barbier, sempre attento ai cavilli della procedura, rammenta che un avvocato propose di rimettere la controversia al Grand Conseil. I tempi giudiziari offrivano alla famiglia un margine di manovra che la dinamica materiale del delitto le negava del tutto.
Il potere sovrano replicò conferendo ai consiglieri dello Châtelet la delega a giudicare inappellabilmente. L'ostacolo processuale fu così spazzato via da un atto d'imperio giunto dall'alto. Horn e de Milly furono condannati a essere arrotati vivi in place de Grève. Lo scarto tra la sentenza e il supplizio si era ormai ridotto a un soffio; le suppliche cambiarono perciò di segno.
Si implorò allora che il conte venisse almeno decapitato. Questo mutamento dell'istanza disvela un ordine sociale con una crudezza che le vuote formule dell'onore sogliono celare. La famiglia non disputava più sulla morte di un suo rampollo; mirava a preservare la nobiltà del supplizio. La ruota era considerata infamante. Barbier riferisce come si invocassero persino le conseguenze che tale macchia avrebbe arrecato alle nobildonne del lignaggio e al loro accesso a determinati capitoli secolari.
Il corpo del condannato si era così trasformato nell'ultimo terreno in cui difendere un privilegio. Non bastava morire: bisognava morire conformemente al proprio rango. Le relazioni di corte discordano sulle esitazioni del Reggente e sulle influenze che avrebbero potuto strappargli una grazia parziale. L'esito, tuttavia, resta fermo: la commutazione implorata non fu accordata.
Sul medesimo patibolo
Il 26 marzo Horn e de Milly furono giustiziati in place de Grève. L'illustre nascita del conte non gli valse la morte separata che era stata invocata a sua difesa. L'uomo che aveva cercato di entrare dal commissario sotto le spoglie di un gentiluomo oltraggiato spirava pubblicamente assieme al proprio complice, condannato per un omicidio a scopo di rapina.
Sarebbe sin troppo facile ravvisare in quell'unica giornata il trionfo di una giustizia equa. L'intera vicenda era stata percorsa da trame di potere, da un provvedimento speciale sulla giurisdizione e dalla volontà di puntellare la fiducia negli scambi monetari. Ciò che rende questo episodio così emblematico è proprio la compresenza di simili forze: tutte avevano agito, e nessuna era infine valsa a salvare Horn.
Dopo l'assassinio, gli assembramenti di rue Quincampoix vennero messi al bando. Barbier descrive la ronda a presidiare i due sbocchi della via e i bandi scagliati contro i vagabondi. La città aveva risposto a una stanza insanguinata con un dispiegamento di polizia nello spazio pubblico. I cortigiani fecero ritorno ai loro palazzi; gli uomini d'affari cercarono altri approdi per le loro speculazioni. Il mediatore, invece, non avrebbe più potuto ricominciare altrove.
Del suo assassino la memoria ha serbato soprattutto un titolo e un supplizio. Eppure, alle origini di questa caduta, permane una scena ben più circoscritta: un commissario che ascolta un querelante, per poi veder entrare coloro che lo denunciano. Per qualche istante due versioni inconciliabili del medesimo crimine occuparono lo stesso ufficio. Il conte aveva scommesso su quella che il suo blasone avrebbe reso credibile. Quella volta furono gli uomini giunti dietro di lui a essere ascoltati.
