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Giustizia e scandali · Prussia

Due culle nel giardino

A Pillau, il fascicolo di una giovane detenuta si riaprì una seconda volta, non dinanzi ai giudici, bensì nel giardino della fortezza. Margarethe von Ka… era già stata condannata per la morte di un figlio nato fuori dal matrimonio. Scontava la pena da anni; aveva implorato la grazia, poi allacciato una relazione con un ufficiale. Nella primavera del 1790 era di nuovo incinta. Il primo processo era parso chiudere la vicenda.

A Pillau, il fascicolo di una giovane detenuta si riaprì una seconda volta, non dinanzi ai giudici, bensì nel giardino della fortezza. Margarethe von Ka… era già stata condannata per la morte di un figlio nato fuori dal matrimonio. Scontava la pena da anni; aveva implorato la grazia, poi allacciato una relazione con un ufficiale. Prima del 27 febbraio 1790 era di nuovo incinta. Il primo processo era parso chiudere la vicenda. Non aveva fatto che relegare la giovane donna dietro le mura, dove il medesimo segreto avrebbe ripreso corpo.

La narrazione del Pitaval risale al 1784. Margarethe aveva ventitré anni ed era riuscita a celare la gravidanza alla madre. Il 24 novembre, verso le dieci di sera, i primi dolori la spinsero a lasciare la camera che divideva con quattro serve. Una di esse la seguì, poi altre due la raggiunsero quando uscì di nuovo all'aperto. La trovarono in ginocchio accanto a una grossa pietra, a una trentina di passi dalla casa; il parto era cominciato e si compì sotto i loro occhi. Margarethe recise il cordone con un coltello che aveva portato con sé. Quando Barbe volle condurre la creatura nella casa, la giovane madre si oppose e prese a scavare la terra, chiedendole di deporvi la piccola. Barbe entrò nondimeno con la neonata e la posò sul letto della padrona. I vagiti destarono la nonna, la quale fece portare la bambina nella propria stanza, avvolgere in un panno e adagiare sopra un baule.

La piccola rimase tutta la notte priva di cure, il cordone ombelicale non legato. Al mattino, per ordine della nonna, fu avvolta in una pelle e portata in una stanza fredda; vi restò senza nutrimento. Solo all'imbrunire Margarethe andò a vederla. La trovò gelata, poi la seppellì nel giardino, nello stesso punto in cui dapprima aveva inteso darle sepoltura. All'istruttoria, i medici attribuirono la morte a un rapido assideramento; la relazione non descrive alcuna lesione volontaria che sarebbe bastata a configurare l'omicidio in senso materiale. La responsabilità si delineò attorno alla condotta di due donne: colei che aveva partorito e colei che aveva raccolto l'infante prima di abbandonarlo a quella prolungata negligenza.

Il tribunale le condannò entrambe. La madre di Margarethe ricevette otto anni di detenzione; la figlia, sei. Il 7 febbraio 1786 entrarono nella fortezza di Pillau. Margarethe domandò in seguito la grazia. Dopo la morte della madre, avvenuta nel 1787, tentò di riversare su di lei l'intera colpa. La supplica fu respinta. La fonte indica tuttavia che nella fortezza fu trattata con un certo riguardo e che il corso ordinario della detenzione le lasciò margini di relazione destinati ad aprire un secondo dramma.

Questa prima condanna aveva dunque fissato una durata, ma non cancellato la storia. La madre di Margarethe morì prima di aver scontato la pena; la figlia rimase prigioniera, sola ormai a custodire il ricordo del giardino. La versione addotta nella sua supplica — la madre aveva fatto tutto, lei non era stata che lo strumento delle sue decisioni — non fu accolta. Non sappiamo quali precisi elementi l'amministrazione abbia esaminato per respingere la domanda. Il capitolo passa rapidamente da questa decisione alla vita nella fortezza, senza descrivere le condizioni quotidiane della reclusione.

Un alfiere, designato soltanto con l'iniziale J., si legò a lei. Il capitolo non fornisce né il nome per esteso né i particolari dei loro incontri; attesta soltanto che rimase incinta. L'ufficiale non poteva ignorare che una nuova nascita, in simili circostanze, avrebbe esposto la prigioniera a un'inchiesta e forse a una pena più severa. Questa volta Margarethe non parlò. Dissimulò il proprio stato, negò che una gravidanza fosse possibile e serbò il segreto fino al giorno in cui il corpo non poté più trattenerlo.

Il 27 febbraio 1790 si trovava in visita presso il tenente von Sch. La relazione riferisce che lasciò la casa e partorì nel giardino della fortezza, al riparo dagli sguardi. Prima del travaglio aveva scavato una buca nella terra. Il bambino vi fu adagiato. Il sangue, le tracce e le ricerche condussero gli inquirenti fino a lei. Questa volta l'esame medico non lasciava i dubbi del 1784: il neonato era a termine, aveva respirato dopo la nascita ed era morto soffocato sotto la terra. La differenza tra le due vicende risiedeva nell'arco di poche ore e in un quesito decisivo: il bambino era vivo quando fu ricoperto?

Margarethe confessò il parto e il seppellimento, ma sostenne dapprima di non aver scorto alcun segno di vita. Invocò lo sbigottimento e il panico, non un disegno meditata con fermezza. Al processo, la sua prima versione non convinse. La sentenza decretò la fustigazione e i lavori forzati a vita nella fortezza. Quel verdetto non costituiva ancora l'ultima parola. La difesa interpose appello; i giudici dell'istanza superiore riesaminarono la causa e mutarono la pena nella morte mediante decapitazione. Il re confermò la sentenza il 28 novembre 1791.

L'ultimo giorno dell'anno il giudizio le fu letto in pubblica udienza, munito della conferma reale. Secondo il resoconto di un testimone conservato nel capitolo, Margarethe domandò se non le potesse essere accordata alcuna grazia e se il sovrano sapesse che ella continuava ad affermare che il bambino non era vissuto. Il presidente le replicò che la sua dichiarazione era stata trasmessa insieme al parere contrario dei periti e che più relazioni erano state predisposte per il sovrano. Ella si inquietò per la sorte della propria famiglia, chiese se avrebbe potuto avere sepoltura nel cimitero e se le fosse concesso di far testamento; a ciascuno di questi punti il presidente diede risposta. Nel rientrare in carcere, pregò che non si affrettasse il giorno della morte, dicendo di volersi confessare di tutta la propria vita. Il testo attribuisce questa scena all'osservatore ivi presente; non ne riporta le parole nella forma di un verbale ufficiale.

Alla condannata non mancarono difensori inattesi. Il 6 gennaio 1792 un polacco di nome von Sp… — il testo non aggiunge altro — si fece avanti dichiarandosi pronto a sposarla, se tale unione fosse valsa a salvarle la vita. Il gesto pareva offrire una via di scampo a una donna punita per aver partorito fuori dal vincolo coniugale. Ma il diritto prussiano non consentiva che un matrimonio tardivo con una rea valesse a estinguere una sentenza capitale pronunciata contro di lei. Il pretendente sollevò altresì questioni di traduzione e di sanità mentale; le autorità non rinvennero prove sufficienti per riformare il giudizio.

L'intervento si complicò allorché si seppe che von Sp… aveva tentato di indurre Margarethe a ritrattare la confessione. Ella protestò contro tali manovre e contro l'intrusione di quell'uomo che pretendeva di parlare in suo nome. Costui finì col darsi alla fuga una volta scoperte le sue trame. L'istanza di grazia non deviò dunque il corso del procedimento; vi aggiunse solo una breve agitazione, quella di un matrimonio offerto come espediente giuridico e di una confessione che si cercava di far revocare. Il 6 marzo 1792 il re confermò nuovamente la condanna.

La data dell'esecuzione fu fissata al 28 marzo. Prima di morire, Margarethe ammise che il secondo figlio aveva dato segni di vita. Questa dichiarazione tardiva contraddiceva quanto sostenuto in principio al processo e corroborava il riscontro medico-legale sul quale poggiava la condanna. Non ne mutò l'esito. Il capitolo non indulge a pentimenti spettacolari né a un'edificante scena finale: si arresta al dato che la condannata aveva infine riconosciuto che il neonato era vivo quando lo aveva sepolto.

Tra i due parti erano trascorsi otto anni. La prima vicenda aveva unito madre e figlia nella medesima condanna, pur mantenendo distinte le responsabilità: la neonata era stata raccolta, poi privata di cure; la giovane l'aveva sepolta solo dopo la morte. Nella seconda, l'autopsia e la confessione finale attestavano che il bambino aveva respirato prima di essere sotterrato. L'analogia dei giardini e dei segreti non deve cancellare queste differenze. L'antica narrazione le accosta sotto un medesimo titolo; il lettore deve nondimeno lasciare che ciascuna morte conservi la propria causa.

La sorte di Margarethe si compie così tra il silenzio di una fortezza e la precisione tardiva di una perizia. La prima volta, una supplica di grazia e lo scarico della colpa sulla madre non le aprirono i cancelli. La seconda, una gravidanza dissimulata, una confessione controversa, un appello e una proposta di matrimonio non scalfirono la determinazione reale. Non restano né il cognome per esteso della famiglia, né l'identità degli uomini legati a queste maternità, né i dettagli della vita della prima creatura scampata all'abbandono prima di spegnersi. Restano due procedimenti e due verdetti. La sentenza capitale era già stata confermata dal re prima della dichiarazione finale di Margarethe; la sua tardiva confessione rischiarò i fatti senza mutare una decisione ormai irrevocabile.

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Il quadro storico e la nostra parte di ricostruzione

L'antica narrazione omette il cognome di Margarethe e l'identità degli uomini coinvolti. Il luogo d'origine compare in una grafia OCR dubbia e non viene ripreso. Trattasi di compilazione retrospettiva, condotta unicamente su OCR Fraktur, priva di collazione con l'esemplare originale. L'esito del primo procedimento poggia su una perizia di decesso per assideramento; nel secondo, la fonte riporta soffocamento e confessione finale. Occorre distinguere con rigore tali cause e i rispettivi gradi di certezza.

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