Parfait Devaux morì all’indomani del codicillo che assegnava alcuni legati a una dama di Noinville. La morte, giunta al termine di sintomi allarmanti, fece sospettare un avvelenamento; ma i sospetti che diedero avvio all’inchiesta non bastarono mai a stabilire chi ne fosse stato l’autore. Si aprirono allora due procedimenti paralleli, l’uno penale, l’altro civile. Il primo restituì il bottaio Durand e sua moglie a una libertà provvisoria dopo un anno di carcere, in mancanza di nuovi elementi a carico; il secondo, a oltre vent’anni dal decesso, privò la donna dell’eredità in nome dell’indegnità a succedere. Quella sentenza civile non costituì affatto una condanna penale per veneficio.
Devaux e i fratelli Garnier erano stati convittori al collegio di Navarra. L’amicizia era sopravvissuta agli studi. Uno dei Garnier prese moglie; alla nascita della figlia, Devaux scherzò dicendo che ne avrebbe fatto la propria sposa. Prese ben presto l’abitudine di chiamare così Marie-Marguerite Garnier, e la bambina, non appena seppe parlare, lo definì suo marito. Tale confidenza si protrasse fino alla morte di Devaux, a dispetto dei viaggi che talvolta lo allontanarono e delle cariche che in seguito acquistò presso la corte del re e della regina.
Marie-Marguerite andò sposa a Nicolas Durand, maestro bottaio. Le visite tra Devaux e la giovane donna si fecero più assidue quando l’uomo vendette le proprie cariche, verso il 1737 o il 1738, per stabilirsi a Parigi. Ella e la madre si recavano da lui fin dal mattino, vi desinavano e vi rimanevano fino a sera. Tra Devaux e la moglie Durand si notava un’intimità tale da alimentare maldicenze; il marito, a quanto riferisce Champagnac, sapeva ciò che accadeva e non se ne lagnava. Il cronista lascia intendere una relazione carnale, ma la cronaca giudiziaria non trasforma questa congettura nella prova di un delitto.
Devaux divenne cagionevole di salute. La donna Durand raddoppiò le proprie cure, pretendendo di non lasciare ad altri la somministrazione dei rimedi prescritti. Il 25 febbraio 1740, Devaux redasse un testamento olografo che la istituiva erede universale. Ne fece depositare un duplicato presso un notaio, nel timore che gli eredi legittimi potessero sottrarre l’originale, e conservò la prima stesura tra le proprie carte. Un codicillo confermò le ultime volontà, assegnando altresì alcuni legati ai parenti delle linee materna e paterna, a patto che acconsentissero all’esecuzione delle disposizioni principali.
Il 15 dicembre 1741, egli fece un’ulteriore donazione alla donna Durand: un contratto di rendita di milleduecento lire, corrispondente a un capitale di ventiquattromila lire. L’atto esprimeva la propria stima per lei e per la sua famiglia; stabiliva che la donataria potesse disporre di tale somma senza l’autorizzazione maritale, pur riservando a Devaux l’usufrutto vita natural durante. Ella non avrebbe dunque potuto goderne se non dopo la morte del benefattore, esattamente come non avrebbe potuto beneficiare del testamento prima di quella stessa scadenza.
Una lettera anonima aveva tentato di mettere in guardia Devaux contro la giovane donna. Egli respinse la delazione. Champagnac insinua che fosse accecato dalla fiducia; il documento non consente tuttavia di scandagliare il suo animo, e il resoconto non attribuisce allo scritto altro contenuto se non quel monito. Si disse anche che l’uomo avesse vagheggiato di sposare una vedova, la dama di Noinville, disegno che avrebbe potuto vanificare le liberalità qualora da quell’unione fossero nati figli legittimi. Il 21 novembre 1742, Devaux dettò un secondo codicillo a favore di questa nobildonna.
Il giorno seguente, Devaux spirò. I sintomi della malattia destarono il sospetto di un avvelenamento; la salma venne aperta, e i periti dichiararono che la morte era stata cagionata da medicamenti corrosivi. Il procuratore del re presso lo Châtelet sporse querela il 24 novembre affinché si procedesse a una nuova ricognizione cadaverica e a un’informazione giudiziaria. I medici e i chirurghi dello Châtelet esaminarono il corpo: riscontrarono uno stomaco cancrenoso e gravi alterazioni delle pareti, concludendo per un decesso dovuto a veleno corrosivo. Questa constatazione medica non valeva tuttavia a designare l’autore materiale dell’atto criminale.
Fu aperta una prima istruzione. Il pubblico ministero la giudicò talmente inconcludente da esigere ulteriori indagini. La donna Durand, sua madre e un servitore di Devaux furono arrestati. Vennero ascoltati due nuovi testimoni. André Boisval, droghiere e speziale, dichiarò che il bottaio Durand si era presentato da lui per acquistare dell’arsenico destinato a sterminare i ratti. Ma la sua versione mutò su circostanze decisive al momento della riconferma testimoniale: dapprima affermò di aver venduto un’oncia di arsenico; poi parlò di mezza oncia di sublimato corrosivo. Sostanza e quantità variavano da una deposizione all’altra.
Champagnac sostiene che il confronto all’americana tra Boisval e la donna Durand avrebbe gettato l’uomo nella confusione, e che quel frangente avrebbe potuto giovare alla discolpa dell’accusata se fosse stato messo a verbale con fedeltà. Il cronista accusa il cancelliere Marot di aver proposto all’imputata, dietro compenso, di dare «una buona piega» agli atti, per poi accanirsi contro di lei dopo il suo rifiuto; gli imputa d’aver soppresso elementi a discarico, segnatamente nella redazione del confronto. Simili accuse appartengono alla narrazione del memorialista: non risultano comprovate da alcun documento terzo e non possono essere assunte alla stregua di una verità giudiziaria accertata.
In seguito Boisval fece perdere le proprie tracce; l’autore suppone che a spingerlo alla fuga fossero stati il terrore di un’incriminazione per falsa testimonianza e il rimorso della colpa, ma tali moventi rimangono mere congetture. Fu nondimeno su quella deposizione che il bottaio Durand venne tratto in arresto. Marito e moglie rimasero incarcerati per un anno in attesa di un più ampio supplemento d’indagine. Non essendo emerso alcun nuovo elemento a loro carico allo scadere del termine, furono rilasciati con l’obbligo di ripresentarsi a ogni richiesta di giustizia. La cronaca non registra né un’assoluzione definitiva con formula piena né una condanna penale che li riconosca colpevoli dell’avvelenamento di Devaux.
Parallelamente a questa inchiesta, i parenti collaterali di Devaux impugnarono il testamento e la donazione. La causa civile fu estenuante, scandita da appelli e controricorsi da ambo le parti. Gli atti di liberalità accordavano alla donna Durand benefici cospicui, di cui ella non poteva disporre prima della scomparsa del benefattore. La contesa ereditaria non si esauriva negli accertamenti sulla morte: gli eredi ne contestavano la qualità di legataria e la validità dell’atto donativo, mentre le indagini criminali non erano approdate ad alcuna certezza su chi avesse propinato il veleno.
Nel 1765, a oltre vent’anni dalla scomparsa di Devaux, la donna Durand eccepì la prescrizione per ottenere l’esecuzione del testamento. Fu dichiarata inammissibile e condannata alle spese di lite; la questione dell’indegnità a succedere fu risolta a suo sfavore, sul presupposto che fosse gravemente sospettata di aver avvelenato il proprio benefattore. Tale verdetto civile la spogliò dei beni che Devaux aveva inteso trasmetterle. Il sospetto giocò dunque un ruolo determinante nella successione, ma tale pronuncia non può essere confusa con una sentenza penale che l’abbia formalmente dichiarata rea di avvelenamento.
La vicenda lasciò dietro di sé due esiti inconciliabili. Devaux morì per l’azione di un veleno corrosivo, stando ai periti; coloro che lo avevano procurato o somministrato non furono mai giudiziariamente identificati. Il bottaio e la moglie, dopo un anno di prigione, tornarono liberi con l’obbligo di comparizione, e nessun giudizio penale di merito venne mai pronunciato. In sede civile, al contrario, la donna Durand fu estromessa dall’eredità come indegna per il peso del solo sospetto. Questo epilogo non risolve retrospettivamente l’enigma del veleno: rammenta soltanto come un’accusa possa produrre i suoi effetti civili sul patrimonio anche quando l’indagine penale non è valsa a provare la colpevolezza.
