A Digione, il 5 novembre 1886, la contessa de Molen uscì dallo studio del proprio legale accompagnata dal nonno, il signor Boiffin. Suo marito la attendeva in strada, con un revolver stretto in pugno. Sparò due volte contro Martha. La donna si chinò d’istinto e rimase illesa; il nonno, protesosi per farle scudo, fu raggiunto al petto. Al processo, Boiffin dichiarò che dopo il primo colpo si era fatto avanti per disarmare il conte, e che il secondo lo aveva ferito. Il conte venne arrestato quasi nell’immediato. La vicenda sembrava essersi consumata in pochi secondi; per intenderne la violenza, occorreva risalire a un matrimonio che ciascuno dei coniugi imputava come una colpa all’altro.
Roger de Molen aveva già avuto a che fare con la giustizia. L’anno precedente si era rivolto a Buret e Soubry, un’agenzia che prometteva titoli e cariche pubbliche in cambio di ingenti somme. Desiderava rientrare nell’amministrazione dello Stato, dopo aver lasciato una carica da sottoprefetto. L’agenzia gli sottrasse diciassettemila franchi alimentando la speranza di una nomina, pur sapendo sottobanco che non avrebbe mai ottenuto il posto. Quando i soci furono perseguiti per truffa, il conte spiegò di aver pagato per mera curiosità, senza credere alla loro influenza. Il Neue Pitaval riporta l’episodio come un precedente; esso non provava affatto il disegno criminoso che si sarebbe giudicato a Digione.
Nel 1884, il conte aveva sposato Martha Chanteaud, figlia di un farmacista parigino. La dote pattuita ammontava a trecentomila franchi, cui si aggiungeva una rendita annua promessa dal padre della giovane. Il castello di Turcey, nei pressi di Digione, era gravato da ipoteche; una ricca alleanza matrimoniale avrebbe potuto aiutarlo a preservare il proprio rango e i beni di famiglia. Le nozze furono celebrate con grande sfarzo. Poche settimane più tardi, gli sposi vivevano già separati.
La loro narrazione di quell’unione divergeva a ogni udienza. Il conte accusava la moglie di essersi sottratta alla vita coniugale e descriveva le sue frequentazioni con insinuazioni che il tribunale esaminò con cautela. Martha affermava al contrario che l’uomo bevesse, la maltrattasse e l’avesse condotta in luoghi in cui non desiderava andare. Diversi testimoni, tra cui i genitori di lei e la servitù, riferirono scene di violenza; amici del conte ne lodarono invece la generosità, negandone l’inclinazione all’alcol. Il cronista dell’epoca adotta sovente il lessico aspro delle arringhe. La narrazione deve ascrivere ciascuna di queste affermazioni alla propria fonte: nessuna lite domestica poteva giustificare un simile agguato.
Martha tornò dai genitori e adì le vie legali. Fu pronunciata una separazione provvisoria; il conte fu condannato a versarle un assegno, e furono apposti i sigilli al castello a tutela dei diritti dotali della donna. Il conte ne fu indignato, gridando alla profanazione della dimora avita. Chiese a più riprese il ritorno della moglie, ma ella tirò dritto con la causa. Al contempo, l’accusò pubblicamente di depravazione. Al processo penale, il presidente rilevò che le indagini sulla condotta della giovane avevano smentito tali calunnie; diverse persone del suo entourage ne confermarono l’onorabilità. Gli atti della causa di divorzio rimasero distinti dal processo per la sparatoria, ma la corte non poté ignorare le minacce proferite contro di lei.
L’incontro di Digione non era stato pianificato dai coniugi. Martha era giunta la vigilia assieme a Boiffin per conferire con il proprio avvocato; il conte era arrivato per consultare il suo. I due studi legali si trovavano l’uno di fronte all’altro. L’albergatore, consapevole della tensione, nascose a entrambi la presenza dell’altro per scongiurare scandali nel proprio albergo. Il mattino del 5 novembre, Martha si recò dal difensore. Il conte notò una carrozza ferma dinanzi al portone, interrogò il cocchiere e apprese che la moglie si trovava all’interno. Attese che uscisse.
Stando ai testimoni, le sbarrò il passo chiedendole a che punto fossero i loro affari. Boiffin cercò di allontanarlo. Il conte alzò l’arma ed esplose due colpi. Martha ebbe la prontezza di abbassarsi; suo nonno fu colpito in pieno. L’anziano stramazzò al suolo e fu trasportato d’urgenza all’ospedale. Le ferite erano serie; un proiettile rimase conficcato nel corpo. Un agente arrestò il conte seduta stante. Uno dei presenti ricordò di avergli sentito dire che non intendeva uccidere la moglie; il poliziotto non confermò tale frase. Il conte, dal canto suo, sostenne di aver deviato il revolver e che il secondo colpo fosse partito accidentalmente.
Al dibattimento ammise di aver atteso Martha, ma negò qualunque intento omicida. Pretese che uno sguardo della consorte lo avesse provocato, di aver messo mano all’arma senza riflettere e di aver subito smesso di mirare. L’armaiolo smentì questa versione: stando alla perizia, per far fuoco occorreva una pressione decisa sul meccanismo del cane. Boiffin raccontò che, dopo la prima detonazione, si era fatto avanti per disarmare il nipote acquisito; fu allora che un secondo proiettile lo trafisse. La contessa descrisse i medesimi istanti, senza poter aggiungere altro su quanto accaduto dopo la sua fuga all’interno dell’edificio dell’avvocato.
La difesa batté sullo stato d’angoscia del conte, sui dissapori coniugali e sull’abbandono della moglie. Sostenne che l’arma avesse sparato contro la sua volontà e che Boiffin fosse stato ferito per disgrazia. Contestò vari episodi narrati dalla famiglia Chanteaud. La pubblica accusa, all’opposto, mise in fila le minacce pregresse, il porto dell’arma, l’appostamento dinanzi allo studio e la perizia tecnica. Il patrono di Martha spiegò che la sua assistita si era costituita per lavare le offese recate al proprio onore non meno che per ottenere giustizia. L’udienza non era dunque chiamata a sindacare la felicità coniugale, bensì la volontà che aveva armato la mano.
La giuria riconobbe il conte colpevole di tentato omicidio premeditato ai danni della moglie, escludendo invece l’intenzione di uccidere Boiffin. I giurati gli concessero le circostanze attenuanti. Il tribunale lo condannò a dieci anni di lavori forzati e fissò a un franco il risarcimento per la parte civile, rimettendo ai coniugi la definizione della lite patrimoniale nella sede civile. Il presidente della Repubblica, Jules Grévy, commutò in seguito la pena a sette anni di reclusione. Il 21 aprile 1887, la sentenza civile pronunciò il divorzio con addebito esclusivo al marito, per violenze e ingiurie; le sue accuse contro Martha furono giudicate del tutto infondate.
Il conte aveva tentato invano di fare del proprio blasone e dei propri debiti uno strumento di dominio sulla vita della moglie. Il verdetto non trasformò ogni parola udita in aula in verità assoluta; tracciò tuttavia un confine netto. La giuria distinse l’intenzione rivolta contro Martha dalla ferita patita da Boiffin, ritenendo l’agguato premeditato a dispetto dei richiami alla gelosia o al caso. Il matrimonio si sciolse davanti a un tribunale civile; il colpo di revolver trovò la sua pena in corte d’assise. Tra i due procedimenti restava una giovane donna che il marito aveva prima preteso di ricondurre all’obbedienza, poi tentato di ridurre al silenzio con la diffamazione, e che infine aveva atteso, armato, davanti alla porta del suo avvocato.
